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Esse dotati nel ragionamento visuo-spaziale significa avere abilità particolari nel pensiero astratto e spaziale, capacità di risolvere problemi utilizzando forme e figure, senza usare parole o numeri.
Esistono due tipi di apprendimento: quello visuo-spaziale, nel quale il cervello è organizzato per pensare più per immagini che per parole e in cui si tende ad orientarsi bene nello spazio e ad imparare tutto in una volta, giungendo a soluzioni con l’intuito, a differenza di quello uditivo-sequenziale che dà molta importanza a parole e numeri nella memorizzazione. Coloro che apprendono in maniera visuo-spaziale sono in genere molto portati per la geometria, per il ragionamento, per la sintesi e le parole chiave. Possono però essere molto disordinati e avere difficoltà nel parlare in pubblico.
I soggetti “gifted” nel ragionamento visuo-spaziale sono coloro che si collocano sopra al 97° percentile, sono particolarmente dotati nel ragionamento visuo-spaziale, possono arrivare a conclusioni partendo da alcune informazioni fornite grazie al loro intuito e sono inoltre molto bravi nei giochi visivi come i puzzle. A differenza di quanto si possa pensare, però, questi bambini dotati riscontrano spesso difficoltà a scuola in quanto quest’ultima è organizzata specialmente per coloro che ragionano in maniera audio-sequenziale. Possono avere difficoltà nello spelling e nelle interrogazioni orali, tuttavia, grazie alle ricerche, molti insegnanti sono preparati su questo tema e possono aiutare questi bambini mettendoli nelle condizioni migliori per l’apprendimento, utilizzando ad esempio maggiori informazioni visive come grafici, fotografie, colori e usando computer, parole chiave e un approccio dall’intero al particolare.
Molto importante risulta anche l’aiuto dei genitori di questi bambini, i quali devono informarsi su questa modalità di apprendimento per poterli così aiutare con l’organizzazione dei compiti, nonché comunicare costantemente con gli insegnanti.

Spesso sentiamo molti genitori raccontare come siano cambiati i propri figli adolescenti rispetto a quando erano bambini, di come sia sempre più difficile comprenderli e comunicare con loro. Comunemente si parla di cambiamenti ormonali, quando in realtà gli ultimi studi provenienti dalle neuroscienze hanno evidenziato il profondo ruolo del rimodellamento del sistema nervoso centrale in preadolescenza e adolescenza. Durante questa fase della vita l’adolescente si ritrova con un cervello emotivo non ancora regolato. In effetti, l’ultima area celebrale che si sviluppa è quella della corteccia prefrontale, sede della valutazione delle conseguenze delle proprie azioni, della soppressione degli impulsi, della valutazione delle priorità, della pianificazione e dell’organizzazione del pensiero. A questo punto non è poi così difficile capire che alcune peculiarità di questa fase della vita, per esempio la tendenza a provare sostanze come alcol e droghe, a mettere in secondo piano scuola e famiglia a favore di amici e hobby, siano proprio dovute a questa discrepanza tra aree cerebrali già sofisticate e altre non ancora completamente maturate.
Pensiamo alla rabbia, quando abbiamo una discussione con un adolescente, che ci sembra dirci tutto ciò che pensa, a ruota libera, senza filtri, talvolta offendendoci, è ciò che in realtà dice il suo “cervello che sente”, non il “cervello che pensa”, questo perché non ancora ben autoregolato. E pensiamo quanta fatica può fare un cervello a trovare un equilibrio se non ancora ben strutturato. Il cervello di un adolescente è un cervello stanco. Inoltre, nonostante in questa fase di vita l’encefalo sia ancora estremamente plastico da agevolare l’apprendimento, allo stesso tempo fatica a mantenere la concentrazione a causa delle continue interferenze prodotte dal suo cervello emotivo.

Una situazione come quella che stiamo vivendo può farci sentire sopraffatti, troppe informazioni da troppe fonti, spesso contrastanti e di solito poco rincuoranti, possono letteralmente mandare in tilt la nostra normale capacità di valutare e gestire ciò che ci circonda, persino le piccole cose possono diventare molto grandi. Può succedere di avere proprio difficoltà a comprenderle, un po’ come succede dopo una notte in bianco. È come se avessimo molti cavi collegati ad una presa elettrica e ci accorgiamo che questo sta sovraccaricando l’impianto. L’impianto siamo noi e l’elettricità è il flusso di informazioni e pensieri generati da questo momento: faremmo quindi meglio a iniziare a scollegare alcuni di questi cavi. Scollegarci non vuol dire disinteressarci, ma cercare di diradare un po’ la nebbia per vederci meglio.
Utilizzando Google Trends abbiamo visto come per alcune parole chiave ci sia stato un aumento esponenziale nelle ricerche nel periodo Marzo/Aprile 2020. È del tutto normale che alcune parole come “decessi” vedano un simile aumento di ricerche, ma le query di ricerca “quando finirà” o “come fare” fanno capire come siano proprio le certezze ad essere venute meno (a fondo articolo riportiamo i grafici).
Quello che stiamo vivendo è un periodo molto particolare per il quale non ci sono tutorial o istruzioni chiare, dobbiamo darci la possibilità di sbagliare o di non essere subito pronti ad agire con le nostre tipiche certezze.
E a proposito di questo, una cosa che può aiutare molto, anche se potrebbe non sembrare subito intuitiva, è quella di guadagnare piccole certezze attraverso il controllo di quelle cose che possiamo e riusciamo a gestire direttamente. Per esempio, il nostro garage sembra la stanza di un bambino di 3 anni o un locale di addestramento dei Navy Seals? Non abbiamo mai avuto il tempo (o la voglia) di deciderci a sistemare? Abbiamo l’occasione di farlo premendo il tasto “scollegamento” di cui abbiamo parlato, riuscendo anche guadagnare il controllo di quanto prima fuori controllo. Un piccolo step che ci da un po’ di sicurezza in più. Abbiamo tutti bisogno di sentire di avere il controllo nei momenti di incertezza.
Siamo tutti sulla stessa barca. Questa è una grande novità. Normalmente una crisi colpisce un piccolo nucleo, a volte un’area circoscritta, altre volte una più ampia parte della popolazione, ma è molto raro che un evento di una così ampia portata colpisca tutto il mondo contemporaneamente. È importante riflettere sul fatto che ogni cittadino del mondo sta vivendo le nostre stesse paure e preoccupazioni, questo ci aiuta a condividerle e a farci sentire più uniti.
È normale avere paura, non dobbiamo vergognarcene. Tutte le persone possono affrontare un momento di debolezza, è ciò che ci rende umani. Quando queste paure diventano difficili da gestire, è bene chiedere aiuto, è bene non nascondere il nostro stato d’animo, non sarebbe utile a noi e non daremmo un buon esempio a chi ci guarda da vicino, per esempio i nostri figli. Loro sono vulnerabili come noi e da noi apprendono come comportarsi di fronte alle difficoltà. Vogliamo mostrare loro che condividere le emozioni è giusto e fa bene, proprio come quando telefoniamo al dottore perché qualcosa non va.
Potremmo provare a essere gentili con noi stessi. Spesso siamo molto duri nei nostri confronti, eppure sappiamo bene che per ottenere buoni risultati è necessario essere motivati, non diremmo mai a un figlio o a un caro amico una frase come “sei un inetto” oppure “non stai capendo nulla” o ancora “stai sbagliando tutto”. Probabilmente ci rivolgeremmo loro con frasi come “non importa”, “riproviamo insieme” o “ce la faremo”. Tra le due versioni c’è tutta la differenza del mondo! Lo sappiamo bene ma non attuiamo questa gentilezza verso di noi. Bene, questa nuova situazione ci suggerisce di iniziare a farlo. Dopotutto ciclicamente l’uomo ha dovuto affrontare emergenze di vario tipo, nell’ambito dei conflitti, in quello sanitario, economico, climatico, e sempre il sole è sorto per un nuovo giorno. Ora dobbiamo decidere che memoria vogliamo portare dentro di noi quando tutto questo sarà finito e che persone vogliamo essere.

Il modello DIR è un modello d’intervento elaborato da Stanley I. Greenspan e Serena Wieder nel 1979 negli USA per bambini con disturbi del neurosviluppo. In italia è stato inserito nel 2005 nelle Linee Guida della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), tra le raccomandazioni tecniche-operative per i servizi di neuropsichiatria dell’età evolutiva. Per essere accreditati come terapisti DIR occorre ottenere una certificazione in seguito ad una adeguata formazione.
Le componenti chiave del modello sono contenute nell’acronimo DIR, ovvero Developmental (evolutivo), Individual Differences (Individualizzato) e Relationship Based (Relazionale). Il trattamento infatti prevede l’acquisizione delle principali tappe evolutive neurotipiche, come attenzione condivisa, comunicazione intenzionale condivisa, pensiero logico, autoregolazione emotivo-comportamentale, ecc…, l’attenta valutazione dello specifico profilo sensoriale e motorio di ogni bambino e pone al centro la relazione genitore-bambino come ambiente all’interno del quale avviene l’apprendimento. Questo modello è quindi multidisciplinare e il terapista DIR lavora per favorire l’acquisizione delle tappe fondamentali dello sviluppo umano attraverso attività semi-strutturate motorie, sensoriali, socio-comunicative e di problem solving sociale, identificando un profilo individuale e lavorando sui deficit specifici di ogni bambino. Non solo il modello si applica allo studio del terapista, ma anche a casa e a scuola: oltre a partecipare attivamente alle terapie, a tracciare un profilo funzionale personalizzato e un piano integrato d’intervento in accordo col terapista, infatti, i genitori, in qualità di figure più significative per il bambino e per il suo sviluppo, possono analizzare insieme al terapista le sedute con il bambino (solitamente vengono videoregistrate) per comprendere al meglio come lavorare col bambino e come rafforzare l’acquisizione di competenze anche nel gioco a casa e nelle routine quotidiane. Inoltre, il modello prevede un coinvolgimento di tutte le figure professionali che ruotano attorno al bambino, in un’ottica di rete e scambio di informazioni riguardo gli obiettivi e le strategie d’intervento usate per raggiungerli.
Una delle attività più importanti del modello DIR è il Floortime, una tecnica che prevede una serie di strategie messe in atto dai genitori supportati dai terapisti. In particolare, il punto di partenza è rappresentato dagli interessi spontanei del bambino, sui quali vengono costruite sequenze di gioco e scambi relazionali che diventano via via sempre più complessi, sulla base delle sue caratteristiche sensoriali, visuo-spaziali, emozionali, motorie e comunicative. Questo tipo di attività stimola i bambini e favorisce l’acquisizione di abilità fondamentali quali la regolazione, il linguaggio, l’attenzione, il pensiero attraverso un continuo scambio interattivo. Non è quindi un semplice “far fare al bambino tutto quello che vuole”, ma è un modo per far apprendere il bambino attraverso delle attività per lui stimolanti e divertenti. Durante le attività Floortime, infatti, la terapia segue precise modalità e strategie per raggiungere obiettivi specifici.

Può accadere spesso che il lato emotivo del bambino plusdotato venga trascurato.
Nel rapporto con i coetanei, i bambini plusdotati non si sentono “più” degli altri, bensì diversi: il mondo viene spesso visto in modo diverso da questi bambini, presenta caratteristiche opprimenti e viene percepito maggiormente.
Questi bambini sono dotati di una significativa complessità emotiva che viene espressa in vari modi:
• Intensità dei sentimenti amplificata, sia positivi che negativi.
• Le emozioni vengono espresse anche a livello somatico, sul corpo.
• Maggiore autocoscienza. Essendo più consapevoli emotivamente, di solito, sono anche più consapevoli di se stessi e dell’effetto che possono avere sulle altre persone o di come appaiono ai loro occhi. Questo può portare a maggiore timidezza o a sentimenti di inferiorità dovuti a fenomeni di frequente autocritica.
• Memoria affettiva molto sviluppata. Questi bambini tendono a ricordare molto vividamente eventi che hanno suscitato particolari emozioni, tendendo a riviverle e a percepirle anche molto successivamente.
• Maggiore ansia. Questi bambini spesso sono predisposti alla preoccupazione.
• Depressione e consapevolezza della propria possibile mortalità. Questi bambini contemplano argomenti legati alla morte e questo accade anche quando non si è ancora pronti a far fronte a questi pensieri.
• Forte empatia e attaccamento verso il prossimo. Spesso si preoccupano per gli altri e dimostrano maggiore sensibilità nelle relazioni.
Molte volte la loro complessità emotiva viene interpretata erroneamente come instabilità, dato che nella società occidentale è radicata la convinzione che intelletto ed emozioni siano entità separate.
Cercare però di eliminare o denigrare la loro complessità emotiva, potrebbe minare la loro stessa dote. Bisognerebbe insegnare a questi bambini a percepire e a vivere la loro maggiore sensibilità come una parte normale della loro personalità, creando intorno a loro un ambiente di accettazione.
Di fondamentale importanza nell’educazione di un figlio plusdotato, è la comprensione della coerenza e dell’appropriatezza nel seguire un sistema di regole, insieme all’incoraggiamento per aprirsi emotivamente senza minimizzare ciò che prova.
Data la tendenza all’autocritica di questi bambini, i genitori possono aiutarli non enfatizzando eccessivamente i successi scolastici o premiandoli specialmente per l’impegno impiegato, piuttosto che per il risultato stesso.
Crescere un bambino plusdotato non è sicuramente facile, ma invece di essere frustati dal compito, è bene cercare informazioni, consigli o anche consulenza professionale a seconda delle necessità.
In conclusione risulta fondamentale far accettare al bambino il suo ricco e variopinto mondo interiore.

Nessun genitore conosce le risposte a tutto e quando il bambino si distingue da ciò che è “tipico”, viene intensificata tutta la normale angoscia e confusione genitoriale.
Osserviamo tre dei principali dubbi che generalmente affliggono i genitori di questi bambini:

In rete sono disponibili molti interessanti articoli e ricerche che tentano di spiegare il significato del disegno o, forse, dovremo dire i significati del disegno.
“Leonardo ci ha abituato a vedere oltre che guardare”
In breve, il disegno (datato nel 1492 circa) tratta delle proporzioni del corpo umano, di come queste siano o sembrino perfette, tanto da essere iscritte nel “perfetto” cerchio e nel “perfetto” quadrato (il riferimento va a Platone che considerava tanto il cerchio come il quadrato figure perfette). Leonardo lo ha disegnato dopo aver studiato il trattato “De Architettura” (risalente al 30 – 15 a.C.) del grande architetto romano Marco Vitruvio Pollione.
L’aspetto che ci piace sottolineare di questo disegno è quello della centralità dell’uomo, uomo inteso non come essere al centro dell’universo, ma piuttosto come parte dell’universo, amalgamato ad esso. Leonardo stava forse cercando una chiave di lettura, una password per decifrare la meccanica che governa l’universo e forse per farlo è partito dallo studio delle proporzioni. Questo ha portato Leonardo alla conclusione che tutto è connesso, l’uomo con l’universo, l’arte con la natura e perfino l’arte con la scienza. Il cerchio e il quadrato in antichità, ma anche nel Rinascimento, erano i simboli dell’universo e della Terra, di divino e terrestre.
Leonardo è stato solo una delle tante persone che nei secoli si sono cimentate nella rappresentazione delle proporzioni del corpo umano descritte da Vitruvio, ma allora perché proprio il suo disegno è speciale?
La risposta sta proprio in ciò che rende il disegno di Leonardo diverso dagli altri: ancora una volta il genio ha sorpreso con un approccio divergente. Vitruvio infatti affermava che il centro geometrico del corpo fosse l’ombelico, mentre Leonardo ha corretto questo punto di vista; secondo lui infatti il centro dipende dalla posizione di braccia e gambe ed inoltre quando la figura è in posizione eretta il suo baricentro si trova sotto l’ombelico.
A prima lettura può sembrare poco importante come affermazione, ma a ben guardare la differenza è abissale. Volendo tradurre questa scoperta in altri termini, potremmo dire che l’uomo con le sue azioni ha la possibilità di restare in equilibrio con ciò che lo circonda e questo è un pensiero sempre attuale. Leonardo ci ha abituato a vedere oltre che guardare, nel senso che per comprendere a fondo, per riuscire a cogliere il vero significato delle cose, è spesso necessario non essere superficiali. Un grande insegnamento.
Perché il logo di Centro Leonardo è proprio una rappresentazione dell’uomo vitruviano? Ci sono due spiegazioni, una di superficie e una più profonda.
La più ovvia è che la stessa parola “Centro” si rifà al cerchio che include un’immagine centrata al suo interno: chi prova a rappresentare il concetto di “Centro”, istintivamente lo fa iscrivendo un qualcosa in un cerchio. La parola “Leonardo” rimanda alla figura dell’uomo vitruviano, immediatamente collegabile al nome “Leonardo”.
Il significato più profondo invece ci porta in un altro luogo, un po’ come se facessimo zoom-in per guardare meglio. L’uomo può restare in equilibrio con ciò che lo circonda, ma questo dipende dalle sue azioni, per farlo deve conoscersi ed essere sempre più consapevole del suo ruolo nel mondo.
Ecco come l’affascinante conoscenza della Psicologia ci fa incontrare Leonardo!

Il periodo della pubertà può diventare difficile per le ragazze. La maggioranza delle donne sperimentano, a partire da questo periodo, attenzioni indesiderate che possono andare da un semplice commento a situazioni più serie e rischiose. Il 99% delle ragazze, secondo un recente studio, subisce una qualche forma di molestia, verbale o fisica, prima di raggiungere la maggiore età.
I genitori possono giocare un ruolo importante nell’insegnare alle ragazze strategie efficaci per aiutarle a gestire queste situazioni.
Spesso le ragazze faticano a bloccare le attenzioni sessuali indesiderate, perché temono di ferire i sentimenti dell’uomo, specialmente quando si tratta di una persona matura. A volte gli adulti tendono a minimizzare queste situazioni, in questo modo però le ragazze non si sentono capite e si rischia di trasmettere loro un messaggio sbagliato: “stai esagerando”, “capita a tutte” e frasi simili che sminuiscono gli episodi vissuti. I genitori invece dovrebbero trasmettere un messaggio contrario, cioè che le emozioni delle proprie figlie sono importanti e che sono sempre comprese. Per farlo è importante prenderle sul serio.
Queste emozioni possono spaziare dal fastidio per aver ricevuto un commento inadeguato alla paura nei casi più gravi.
“Ciao bella, come ti chiami?”
“Lasciami il tuo numero!”
“Perché non mi rispondi?”
“Non puoi andartene così!”
“So dove abiti…”
Spesso sentiamo adulti dire frasi come “se l’è cercata, vestita in quel modo”, “è colpa sua, è stata troppo carina con lui”. Queste parole possono ferire profondamente una ragazza e in qualche modo possono contribuire a farla sentire responsabile della situazione. Quel che è peggio, è che le ragazze possono sviluppare un senso di vergogna del proprio corpo, percependolo come qualcosa di sporco e di negativo. La diretta conseguenza è che la ragazza sarà meno propensa a chiedere aiuto quando si troverà in situazioni spiacevoli e da genitori non vogliamo certamente che questo accada.
È altresì importante evitare reazioni spropositate, infatti è normale per un genitore voler proteggere la propria figlia, ma è utile comprendere che non si potrà essere al suo fianco per sempre e per cui è indispensabile aiutare le ragazze ad imparare a proteggersi.
Il primo passo per farlo è aiutarle a riconoscere le proprie emozioni, per avere la forza di dire “perché mi stai facendo questo?” oppure “quello che dici mi fa stare male”.
In secondo luogo è importante impostare dei confini: “nessuno può permettersi di toccarti se non lo desideri”. Avere dei confini ben stabiliti aiuta le ragazze a dire “no” quando sentono di trovarsi in una situazione indesiderata, che si tratti di una mano sulla spalla, un bacio o un altro contatto fisico, anche quando questo proviene da una persona conosciuta.
A volte può essere difficile per una ragazza capire quando una situazione sta prendendo una svolta spiacevole; di seguito alcune domande che possono aiutare:
Una cosa che spesso non viene presa in considerazione è che per molte ragazze, soprattutto nella difficile età della pubertà, essere viste come carine, gentili, sorridenti e sempre disponibili può essere un vero e proprio obiettivo. La popolarità e l’attenzione degli altri sono valori a cui un’adolescente fa fatica a rinunciare: proprio per questo diventa importante aiutarle a interiorizzare che chiunque si voglia avvicinare deve avere rispetto per le loro emozioni e sentimenti. Se e quando questo non avviene, devono essere capaci di dire “no”, “non mi interessa”, “non mi va di fare quello che mi chiedi” e “fermati”.
È quindi utile avere un piano nel caso in cui situazioni spiacevoli bussino alla porta:
I genitori dovrebbero ribadire, ad ogni occasione utile, che essere infastidita in strada sarà anche frequente, ma non per questo accettabile.
Se un evento del genere accade, e purtroppo le statistiche dicono che è frequente, sia questo un semplice commento spiacevole ricevuto in strada o una molestia fisica, facciamo capire che i genitori sono presenti. Spesso chi subisce una molestia fatica a parlarne, a volte sono necessari giorni o settimane, ma i genitori sapranno aspettare e saranno pronti ad ascoltare con rispetto, interesse e attenzione.