Categoria: Altro

  • Il mio bambino non mangia niente, perché?

    Il mio bambino non mangia niente, perché?

    I disturbi alimentari dell’infanzia rappresentano un problema molto comune, circa il 25% dei bambini con uno sviluppo tipico e l’80% dei bambini con ritardo dello sviluppo possono infatti presentare un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione. Questo può insorgere già in età neonatale, durante la quale si manifesta con pianto, coliche, irritabilità o ipereccitabilità, o comparire tra il primo e secondo anno di vita, con apparente mancanza di interesse o rifiuto alimentare ed atteggiamenti oppositivi da parte del bambino (getta il cibo o lo allontana, piange quando gli viene offerto).

    Più frequentemente un disturbo alimentare può esordire tra i 6 mesi e 4 anni di età, in concomitanza con il divezzamento e quindi l’utilizzo di una “strumentazione” per alimentarsi (cucchiaio, bicchiere o tazza) e la modifica della consistenza, da una liquida a una semisolida/cremosa.
    Lo sviluppo delle abilità alimentari di masticazione e migliore gestione di alimenti morbidi e solidi inizia tra i 6-8 mesi di età. I bambini in questa fascia di età vogliono essere autonomi, cercano l’indipendenza e sono facilmente distraibili dall’ambiente circostante durante il pasto.
    La capacità di gestire motoriamente il cambio di consistenza e delle caratteristiche del cibo (durezza, omogeneità, volume, viscosità), oltre alle abilità cognitive ed alle capacità sensoriali (gusto, olfatto, vista) rappresentano le tappe principali dello sviluppo delle capacità oromotorie. Bisogna poi sottolineare quanto il rapporto emotivo con il cibo sia fondamentale in una sana relazione con esso: passate ospedalizzazioni, utilizzo di sondino naso-gastrico ed episodi di soffocamento possono determinare l’evolversi di una paura nei confronti degli alimenti. Anche atteggiamenti ansiosi, iperprottettivi e preoccupati dei genitori non favoriscono la ricerca di autonomia nel bambino ed il suo approccio sereno al momento del pasto. La distinzione quindi tra cause organiche e non-organiche sarà fondamentale per risolvere il problema ed include una corretta raccolta di dati sulla storia familiare e del bambino, l’interpretazione del ruolo dei fattori ambientali (modalità del pasto, atteggiamento dei genitori, disturbi del comportamento o dello sviluppo psicomotorio, ecc.1), esami obiettivi e diario alimentare.
    Indicatori clinici che indicano una deglutizione incoordinata sono per esempio tosse, rigurgito, episodi di soffocamento, una voce rauca o gorgogliante al pasto.
    Alcuni suggerimenti pratici che si possono dare ai genitori per un corretto sviluppo delle abilità motorie orali del bambino e un giusto atteggiamento verso il cibo sono possono essere:
    – seguire le indicazioni circa gli alimenti e le dimensioni giuste per ogni fase del divezzamento;
    – utilizzare i giusti utensili (cucchiai troppo profondi possono per esempio non consentire al bambino una giusta presa del bolo);
    – eliminare abitudini viziate quali l’utilizzo del biberon, preferendo tazze, bicchieri e normali bottiglie a quelle con il succhietto;
    – cercare di svolgere insieme almeno un pasto al giorno, seduti insieme a tavola;
    – consentire al bambino di sperimentare con le mani le diverse consistenze, odori e sapori senza “paura” che si sporchi o sporchi intorno a lui;
    – garantire una buona varietà alimentare;
    – avvicinare il bambino al cibo anche in altri momenti, coinvolgendolo per esempio nella preparazione dei pasti e della tavola.

    Per qualunque dubbio o difficoltà, rivolgetevi sempre al vostro pediatra, che vi saprà indirizzare ad eventuali visite nutrizionali, foniatriche, gastroenterologiche o ad un logopedista esperto nel settore che potrà darvi i giusti consigli sulla stimolazione orale e guidare il bimbo verso una corretta alimentazione.

    Logopedista
    Dott.ssa Alessia Arnaldi

  • Ciuccio e biberon…Quando sono utili e quando possono diventare dannosi

    Ciuccio e biberon…Quando sono utili e quando possono diventare dannosi

    Le così dette “abitudini orali” sono di diverso tipo e si possono differenziare tra sane e dannose. Tra le sane c’è una buona igiene, così come una sana alimentazione; tra le dannose ci sono invece tutte quelle parafunzioni che attuiamo con la nostra bocca e che, se si protraggono nel tempo e per molte volte nell’arco della giornata, possono determinare uno squilibrio della muscolatura e numerose altre conseguenze.
    Tra le più famose ci sono di sicuro il succhiamento del dito, l’uso del ciuccio e del biberon.
    Le motivazioni correlate per esempio all’utilizzo del ciuccio sono differenti, si parla di una funzione pratica (che è tranquillizzare il bambino) e di una funzione simbolica per i genitori stessi, che sentono così di calmare il loro bambino, alleviarne il dolore e ridurne l’ansia.
    Tutti i giorni la pubblicità in tv o nelle riviste sponsorizza prodotti per neonati esteticamente bellissimi e le indicazioni che possono esserci scritte sopra portano i genitori ad acquistare ciucci dai colori sgargianti, con questa o quella forma, biberon con diversi beccucci e disegni e così via. Inoltre, ciuccio e biberon sono spesso usati da generazioni e questo, per i neogenitori, avvalla il fatto che si possa continuare a proporli anche a lungo nel tempo al proprio figlio.
    Purtroppo quello che dobbiamo ricordarci è che esiste una variabilità individuale anche tra noi e i nostri figli, che sono influenzati dal patrimonio genetico di due genitori e vivono in un ambiente che, volente o nolente, è diverso da quello in cui siamo cresciuti noi, che lo stesso “strumento” che ha in bocca è differente e quindi ne influenzerà la crescita in modo diverso dal nostro.
    Il ciuccio “tranquillizza” i bambini, li rilassa proprio perché soddisfa il loro bisogno di suzione avendo una funzione di “pacifier”. Stupirà però sapere che un neonato non ha bisogno di utilizzare il ciuccio neanche un giorno nella sua vita, è uno strumento che se necessario potrà apportare benefici, ma solo se utilizzato con criterio e nel rispetto delle tappe di sviluppo del bambino.
    Il ciuccio ha una funzione emotiva nel momento in cui è utilizzato ad esempio nell’addormentamento o quando il seno non è fisicamente disponibile, così che sarà consolato e avrà risposta alle sue necessità anche in assenza della mamma; inoltre può agevolare durante i voli in aereo perché la deglutizione indotta aiuta a compensare le differenze pressorie. È però l’utilizzo esagerato e scorretto del ciuccio ad avere numerose controindicazioni, soprattutto se andiamo oltre i 18/24 mesi di vita. Pensiamo…proprio perché soddisfa il bisogno naturale di suzione del bebè, questo tenderà a richiedere meno il seno della mamma e di conseguenza la madre stessa produrrà meno latte; di qui si arriverà all’introduzione del latte artificiale tramite biberon e a un’ulteriore riduzione della richiesta…si instaura quindi un circolo vizioso. L’uso del ciuccio aumenta anche il rischio di otiti medie, perché la tettarella porta la lingua a stare in basso nella bocca del neonato causando una peggiore ventilazione dell’orecchio.
    Ugualmente per il biberon siamo stati portati a pensare che ci sia un passaggio diretto tra il seno materno e il suo utilizzo, prima di arrivare al bicchiere. La verità è che questo passaggio non è affatto necessario, nel momento in cui il bebè ha le competenze neurologiche e anatomiche idonee per il suo utilizzo, e lui stesso ce lo farà capire all’incirca intorno ai 6 mesi, possiamo utilizzare il bicchiere più idoneo al nostro bambino per il divezzamento.
    Osserviamo certo alcune piccole indicazioni: ci deve essere la presa del bicchiere dal parte del bambino, quindi lo strumento dovrà essere agevole da maneggiare per lui, il labbro inferiore si deve sollevare e spostare verso l’esterno della tazza per stabilizzare la struttura, la lingua rimane dentro e non fuoriesce come nella suzione, non c’è iperestensione del capo ma è il bicchiere che si reclina (con qualche iniziale pasticcio, ma quello è tutta esperienza che il nostro stesso bambino ha bisogno di fare!).
    Il biberon, nonostante le differenze tra una tettarella e l’altra, di fatto impedisce al neonato di gestire il flusso di latte che diversamente è lui a controllare “spremendo” il seno materno, richiede un minor sforzo della muscolatura masticatoria e quindi porta a un minor allenamento di questa, aumentando l’attività di altri muscoli, accresce il rischio di otiti e di una respirazione orale nel bambino, oltre che aumentare il rischio di obesità infantile.
    Se sarà necessario l’utilizzo del biberon da subito, allora quello che possiamo fare è una massima attenzione alle tettarelle, chiedendo sempre il consiglio dell’esperto in merito al nostro bambino e alle sue competenze orofacciali. Considereremo quindi il materiale di cui è fatta la tettarella, il foro, la flessibilità, la sua forma e come si posiziona all’interno della bocca.
    Per quel che riguarda il succhiamento del dito, questo può avere origini emotive così come essere un comportamento appreso o il primario soddisfacimento di un bisogno fisiologico che si è poi mantenuto.
    Le conseguenze del mantenimento di tutte queste abitudini così dette “di suzione” sono in primo luogo uno sbagliato “modellamento” della struttura ossea e muscolare facciale che può portare a malocclusioni e difficoltà di linguaggio (una produzione scorretta di alcuni suoni), la respirazione orale con aumentata probabilità di infezioni alle vie aeree superiori, alterazioni nella masticazione e deglutizione e perfino un’incidenza sullo sviluppo cognitivo-attentivo, se pensiamo a quanto poi la respirazione sia alla base stessa della nostra vita.
    Se è presente una di queste abitudini e non sapete come eliminarla, il consiglio è rivolgervi a un esperto di motricità orofacciale, che possa valutare il vostro bimbo e seguirvi nel processo di eliminazione dell’abitudine viziata e quindi nella correzione delle problematiche connesse con questa. Per ogni dubbio è sempre utile chiedere una consulenza a un esperto in materia, che sia ostetrica esperta in allattamento, logopedista o pediatra…vi saprà indicare e indirizzare nel modo più giusto per il vostro bebè, pensando che ogni neonato è diverso e potrebbe avere quindi bisogni differenti.

    Dott.ssa Alessia Arnaldi, logopedista

  • Pax la scuola una piazza

    Pax la scuola una piazza

    È nato Pax, una web app inclusiva e interattiva volta al potenziamento delle risorse dei bambini per la fascia d’età 0-6 anni: sono state, infatti, inserite indicazioni teoriche e pratiche ed attività per tutte le figure che ruotano attorno alla realtà dei bambini. Proprio per questo motivo, è un sito co-progettato da insegnanti, genitori, pedagogisti, psicologi e, ovviamente, informatici: ogni contributo, ai fini di tale realizzazione, ha potuto mettere in luce quanto ogni professionista competente nel suo ambito sia fondamentale in un’equipe, soprattutto per il benessere dei bambini e delle figure che li affiancano; in particolare, gli insegnanti che hanno collaborato al progetto ci hanno suggerito alcune possibili idee di attività, giochi, argomenti su cui poterci focalizzare per capire al meglio le esigenze dei genitori e dei bambini. Secondo, rispettivamente, l’articolo 3 e l’articolo 24 del codice deontologico degli psicologi, lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze del comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico e diffonde, all’interno della comunità professionale, le acquisizioni sia nel campo teorico che in quello applicativo, affinché divengano patrimonio comune: questi erano due degli obiettivi del progetto PAX, condividere conoscenze e possibilità nella comunità per il benessere di tutti. Soprattutto i bambini così piccoli, infatti, hanno bisogno di essere stimolati, di svolgere attività creative che gli permettano di acquisire gradualmente autonomia, fiducia in se stessi e nelle loro prime competenze. Il sito è composto da due sezioni, da 0 a 3 anni (https://www.paxlascuolaunapiazza.it/attivita-0-3-anni/) e da 3 a 6 anni (https://www.paxlascuolaunapiazza.it/attivita-3-6-anni/) accumunati non solo dagli obiettivi già precedentemente sottolineanti e consigli pratici per affrontare le piccole sfide quotidiane, ma anche da una bibliografia con dei libri consigliati e adeguati all’età, volti anche all’esplorazione tattile, orale, uditiva, storie che aiutano i bambini ad affrontare con resilienza i problemi di ogni giorno. All’interno della prima sezione si possono contraddistinguere due aree: autonomia ed esplorazione; i cinque sensi. L’autonomia è importante per una crescita armoniosa, felice, perché i bambini possano sentirsi capaci e quindi sicuri: la fiducia in se stessi si accresce infatti man mano che questa aumenta. Sono proposti giochi di ruolo per far capire al bambino come prendersi cura di se stesso e degli altri, giochi per fargli prendere coscienza del corpo e del movimento, per affrontare il tema importante del vasino e della separazione e infine indicazioni ai genitori per far sviluppare l’autocontrollo. Abbiamo riservato anche una parte su consigli utili e curiosità, per capire quali sono le tappe evolutive di acquisizione dell’autonomia e per fornire ai genitori dei suggerimenti per stimolare questa importante competenza. I cinque sensi, invece, sono il canale privilegiato della conoscenza, che accompagnano i bambini nella scoperta del mondo, ognuno con una sua utilità e futuro sviluppo di specifiche competenze, favorendo così sia l’acquisizione di capacità logico-percettive, sia la capacità di esprimere sensazioni ed emozioni; sono stati inseriti anche giochi e idee specifici per la manipolazione, per riconoscere i sapori e attività per allenare la vista e l’udito. Abbiamo inserito, quindi, anche delle filastrocche, un ausilio efficacissimo per stimolare le abilità verbali e per allenare l’udito. La sezione 3-6 anni abbiamo deciso di suddividerla in cinque schede principali. Nello specifico, qui potrete trovare una parte dedicata alle emozioni, fondamentali nella creazione di relazioni positive e durature con gli altri ma anche per comprendere noi stessi. Abbiamo inserito una spiegazione teorica legata ad esse ma anche consigli su giochi da fare con i bambini per imparare a regolarle o a conoscerle, per sviluppare la cosiddetta Intelligenza Emotiva. Nella sezione dei nostri giochi si aiuterà il bambino a dare un nome ad ogni emozione, giocando ad esempio con il gioco del memory, e ci sono anche tanti giochi per stimolarli emotivamente, verbalmente e visivamente. Passando ad un’altra scheda, in Collaboriamo abbiamo espresso l’importanza per i bambini del giocare insieme agli altri per promuovere la responsabilizzazione, il rispetto e l’aiuto reciproco: anche qui troverete una parte di spiegazione e una parte dedicata ai giochi e a letture consigliate per promuovere la collaborazione. Nei bambini è poi di fondamentale importanza stimolare la creatività, la fantasia, l’attenzione e la capacità di manipolare gli oggetti intorno a loro. Le attività che abbiamo proposto sono sia legate al mondo della cucina sia quelle manuali, da fare ovviamente insieme. Oltre ad una parte di spiegazione alla fine della pagina, abbiamo raccolto alcuni video creativi che stimolano nei bambini anche l’importanza del riciclo: mentre manipolano oggetti impareranno anche che ogni oggetto può diventarne un altro se usato con creatività. Un’altra sezione è quella delle filastrocche, canzoni e indovinelli, utili per stimolare la memoria e il linguaggio, in un periodo dello sviluppo dove entrambi sono fondamentali. Infine, abbiamo inserito in questa sezione i prerequisiti dell’apprendimento, con spiegazione di cosa effettivamente siano e suggerimenti su come stimolarli. Il nostro obiettivo è stato anche quello di creare un sito dove si potesse imparare giocando, dando la sensazione al bambino, ad esempio, che i numeri non fanno paura ma possono essere un aiuto e un bellissimo gioco da imparare. I prerequisiti dell’apprendimento, infatti, sono importanti mattoncini per le abilità che imparerà a scuola, ossia lettura, scrittura, calcolo… Ad esempio, il riuscire a manipolare e riconoscere i suoni della nostra lingua è importante per permettere al bambino non solo di comporre le parole che pronuncia, ma poi anche di scrivere quelle stesse parole. In questa sezione abbiamo spiegato quali sono quindi questi prerequisiti, per le varie abilità che incontrerà nel suo percorso scolastico ma anche nella sua vita, dalla capacità di tenere bene una penna o una matita per scrivere, alla capacità di contare fino a 10, nominare i numeri o a disporre degli oggetti dal più piccolo al più grande. È importante poi ricordare che alla base delle loro abilità scolastiche ci sono anche l’attenzione e le funzioni esecutive, che permettono di focalizzarsi su un compito, di mantenere la concentrazione nel tempo e così raggiungere obiettivi a breve o a lungo termine, controllando le strategie o cambiarle per raggiungere i propri scopi. I prerequisiti sono importanti a livello di prevenzione perché è stato dimostrato che lavorando su di essi si possa prevenire una eventuale difficoltà dell’apprendimento, potenziare abilità carenti o migliorare la prognosi di una eventuale diagnosi di DSA durante la scuola primaria. L’uso di PAX può non avvenire solo tra le mura domestiche ma può essere anche usato per prendere suggerimenti al di fuori di casa, ad esempio se il bambino sta affrontando emozioni di noia o di agitazione, facendo qualche gioco interattivo o cantando qualche filastrocca e canzone trovata sul nostro sito: il bambino non solo giocherà e si calmerà ma nel mentre imparerà cose nuove.
    Una parte del sito è dedicato agli adulti, per la cosiddetta Educazione Digitale (https://www.paxlascuolaunapiazza.it/educazione-digitale/), con curiosità sugli effetti positivi della tecnologia e suggerimenti su come muoversi in ambito tecnologico nel rapporto con i bambini. Il bambino che sa utilizzare tali dispositivi è più capace di gestire rapide ricerche informatiche, prendere decisioni rapide, sviluppare l’acuità visiva, il vocabolario e il multitasking. Attraverso la guida e il sostegno precoci, i genitori e gli insegnanti possono aiutare i bambini a imparare come autoregolare il tempo che trascorrono sui loro telefoni, imparando l’auto-consapevolezza e la riflessione su se stessi, con l’obiettivo di usare la tecnologia a proprio vantaggio senza cadere nella sua dipendenza.
    Il progetto è stato preso in carico da Jacopo Lorenzetti, con la collaborazione di Roberta Glori e Martina Incerti, sotto la supervisione di JobCentre e con lo sviluppo tecnico di Centro Leonardo Education e i web designer di Verdepastello. Questo sito, voluto dal Comune di Genova, è una delle azioni del progetto La Scuola una Piazza della Città, selezionato da Con I bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile; è stato sviluppato con il contributo della comunità educante delle scuole e del nido d’infanzia comunali Genovesi: Primavera, Mongofiera, Firpo. Tale Fondo nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Per attuare i programmi del Fondo, a Giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata alla Fondazione CON IL SUD.

  • L’importanza di collaborare!

    L’importanza di collaborare!

    I bambini hanno bisogno di sviluppare un buon senso di collaborazione e di capacità di giocare insieme agli altri, al fine di riuscire, più avanti negli anni, a lavorare in gruppo, divertendosi e traendone benefici.
    Essere parte di un gruppo aiuta il bambino a riconoscere ed esprimere le sue capacità e sostiene lo sviluppo dell’autostima. Ogni gruppo, inoltre, ha delle regole, utili per la collaborazione ma che permettono al contempo di valorizzare il contributo e le specifiche personalità di ognuno.
    In questo modo, il bimbo sviluppa una buona capacità relazionale che gli permette di capire come agire verso gli altri. Tutto ciò è necessario perché quando diventa adolescente, il rapporto con i pari è centrale.
    È importante aiutarli a porsi in una mentalità di attenzione all’altro, a comprendere che le altre persone possono essere rilevanti per la realizzazione dei propri successi.
    La prima competenza è l’empatia, ovvero riuscire a mettersi nei panni dell’altro, cercare di aprirsi ad altri punti di vista diversi dai propri. Possiamo incoraggiarli a immedesimarsi nell’altro!
    I bambini vanno accompagnati nella delicata acquisizione di consapevolezza riguardo ai propri punti deboli, per imparare a chiedere aiuto e amare anche le loro fragilità.
    Si deve promuovere la responsabilizzazione! Il bambino ha bisogno di sentirsi capace, di sapere di poter dare il proprio contributo in modo attivo, con impegno e determinazione.
    La collaborazione può essere promossa tramite il gioco e lo sport. In particolare, lo sport è un potente strumento educativo, fondamentale per la crescita dei più giovani a livello motorio, emotivo, sociale e cognitivo.

  • L’autoregolazione è importante!

    L’autoregolazione è importante!

    L’autoregolazione può essere definita come la capacità di controllare i propri impulsi, regolare le emozioni, modulare il comportamenti, rispondere efficacemente alle richieste ambientali e della vita di tutti i giorni. È fondamentale al fine di proseguire gli obiettivi e adattarsi all’ambiente.
    La regolazione comportamentale rappresenta l’abilità del bambino di modulare le azioni, le risposte, le emozioni e il comportamento attraverso un adeguato controllo inibitorio. Un’adeguata regolazione del comportamento è spesso precursore di un’adeguata regolazione cognitiva, ossia quella capacità che consente ai processi regolatori cognitivi di guidare il problem solving attivo e sistematico e più in generale di supportare un’appropriata autoregolazione. La regolazione emotiva valuta la capacità di un bambino di regolare le risposte emotive, incluse quelle in situazioni che cambiano. Anche un’adeguata regolazione delle emozioni è precursore di un’efficace regolazione cognitiva. La regolazione cognitiva valuta la capacità che un bambino ha di controllare e gestire processi cognitivi e di avere un problem solving efficace. Un’adeguata regolazione cognitiva è necessaria per l’apprendimento, per il ricordo di informazioni complesse.
    La capacità di autoregolarsi si sviluppa fin dalla prima infanzia e matura durante la crescita. Inoltre, è correlata al benessere, alla capacità di relazionarsi, ai successi scolastici.
    Traverso (2012) sostiene che i bambini che hanno una buona regolazione di sé, si sentono più liberi e sono in grado di rispondere meglio a situazioni e comportamenti che non avevano previsto.
     

  • Le emozioni

    Le emozioni

    Cosa sono?
    Goleman (2011) sostiene che le emozioni sono per noi delle guide fondamentali. Infatti ci aiutano ad affrontare situazioni difficili e importanti. Solo con l’intelletto, cioè la mente razionale, non si potrebbero superare questi periodi/momenti. Si capisce, dunque, che le emozioni hanno il compito di aiutare la mente razionale a prendere delle decisioni. Anche Vignati (2005) esprime che le emozioni primarie “svolgono una funzione vitale per l’individuo e hanno un valore adattivo per la specie”.

    Perché sono importanti nei bambini?
    Lo sviluppo emotivo è un aspetto molto importante della crescita di un bambino. In psicologia dello sviluppo, questa fase viene definita come il momento in cui si apprendono competenze fondamentali, come il riconoscimento delle proprie emozioni e di quelle degli altri, si inizia ad utilizzare un linguaggio emotivo, emerge la capacità empatica e si impara a gestire e a regolare il proprio vissuto emozionale. Tutte queste abilità, aiutano il bambino a diventare emotivamente competente, aiutandolo ad instaurare relazioni sociali positive ed efficaci.

    Qualche gioco!

    • “Il gioco del cubo emozionale”: si tratta di una speciale scatola di cartone, con attaccata sopra ogni lato, un’immagine delle sei emozioni fondamentali dell’uomo: gioia, tristezza, paura, rabbia, disgusto e vergogna. Le immagini possono essere rappresentate da fotografie di volti umani oppure da disegni, a seconda dell’età dei bambini. Una volta costruito il cubo, si possono creare dei momenti di gioco, nei quali l’educatrice lancia l’oggetto e chiede ad ogni bambino di descrivere l’emozione risultante.
    • “Balliamo!”: migliora la capacità di coordinazione corporea e spaziale, l’equilibrio e rafforza l’apparato muscolo-scheletrico. Inoltre favorisce la socializzazione con i coetanei e aiuta a migliorare i processi di regolazione emotiva dei bambini.
    • “Il gioco della rabbia”: leggere il libro “che rabbia” e realizzare la scatola della rabbia incollando pezzetti di carta velina rossa su una vecchia scatola da scarpe. I bambini potranno conservarla e buttare li dentro tutta la rabbia quando sono arrabbiati… Ma attenzione a non farla uscire!!!
    • “Il barattolo della calma”: riempilo con acqua, colorante, brillantini… Quando i bambini sono agitati o preoccupati possono girare il barattolo e fissare tutti i brillantini che scendono fino a che non si sono posati di nuovo sul fondo.

     

  • La metacognizione: alla base dell’apprendimento

    La metacognizione: alla base dell’apprendimento

    Il termine “metacognizione” fu coniato dallo psicologo dell’età evolutiva statunitense John H. Flavell nel 1971, il quale intraprese studi sulla conoscenza riguardo alla memoria e alle attività di memorizzazione che egli chiamò «metamemoria».

    Con metacognizione si designa la consapevolezza ed il controllo che l’individuo possiede dei propri processi cognitivi. La metacognizione, dunque, consente di approfondire i nostri pensieri e, quindi, anche di conoscere e dirigere i nostri processi di apprendimento. È un processo di autoriflessione sul fenomeno conoscitivo, su cosa e come stiamo imparando e su quali sono le nostre motivazioni, su cosa sappiamo o crediamo di sapere, in relazione a noi come studenti, alle abilità didattiche, al compito che dobbiamo affrontare. È un imparare ad imparare.
    L’individuo sviluppa conoscenze rispetto ai propri processi cognitivi e al loro funzionamento, imparando ad autoregolarli e monitorarli.

    La metacognizione e l’apprendimento
    Esiste un’importante relazione tra metacognizione e apprendimento. I ragazzi vanno incoraggiati a prendere consapevolezza del modo in cui affrontano i compiti cognitivi, si insegna loro a gestire in modo efficace i processi che mettono in atto e a scegliere una strategia adeguata.
    Grazie all’ approccio didattico metacognitivo, i ragazzi sono protagonisti attivi del loro apprendimento. Diventano consapevoli e compiono una serie di valutazioni che permettono loro di raggiungere efficacemente gli obiettivi prefissati: la stima della difficoltà del compito stesso, la previsione del tempo necessario per svolgerlo, la quantità di risorse che verranno impiegate, il monitoraggio dell’esecuzione, l’anticipazione del risultato e la valutazione dello stesso.
     

  • Come si interviene sui disturbi del linguaggio (DSL)?

    Come si interviene sui disturbi del linguaggio (DSL)?

    Lo sviluppo del linguaggio non si verifica in modo e in tempi omogenei per tutti i bambini ma è condizionato da fattori esterni, come l’esposizione alla vita sociale, gli stimoli che danno i genitori quando parlano… In ogni caso, prima si apprendono i suoni, poi le sillabe che vengono ripetute formando le parole e successivamente le frasi. Intorno ai 30 mesi di età la maggior parte dei bambini acquisisce una buona capacità espressiva. I bambini commettono spesso errori mentre cominciano a parlare, articolando i suoni, omettendoli, sostituendoli o modificandoli, e/o esprimendosi diversamente rispetto ai pari con parti fondamentali della frasi mancanti: se questi permangono anche oltre la fase nella quale dovrebbero essere superati, oltre i quattro anni, i problemi fono-articolatori possono segnalare un disturbo del linguaggio. Durante lo sviluppo dei bambini è importante notare quando il bambino incomincia a parlare, la presenza del contatto oculare o la sua assenza, e la quantità-qualità delle parole pronunciate nei primi 4 anni di vita. Se dovessero esserci dei ritardi rispetto ai propri pari, avere un consulto con il proprio pediatra e, sotto suo consiglio, con un logopedista può essere d’aiuto, sia per supportare le abilità linguistiche sia per verificare la presenza di un disturbo del linguaggio, che può aumentare la possibilità di instaurarsi di un disturbo dell’apprendimento in età scolare (oltre la metà dei bambini con DSL sviluppa un DSA o difficoltà nell’apprendimento) o delle difficoltà affettive e relazionali.
    Le abilità fonologiche (sentire il suono nelle parole, identificare e isolare questi suoni) sono necessarie per la lettura e la scrittura. Oltre a queste abilità, è stato notato come un deficit nella memoria di lavoro fonologica (che permette di trattenere l’informazione sul suono per un breve periodo di tempo e di elaborarla durante lo svolgimento di un compito) sia presente sia nei DSL che nei DSA ed è fondamentale non solo per l’apprendimento di lettura e scrittura, per imparare parole nuove, ma anche per svolgere dei calcoli a mente e dei problemi. Un deficit di memoria di lavoro fonologica comporta difficoltà nella fluenza, nell’automatizzare determinati processi necessari per una buona lettura. Bisogna ricordarsi, però, che “non tutti i bambini con DSL diventeranno automaticamente dislessici, come non tutti i dislessici hanno avuto problemi di linguaggio: alcuni DSA sono dei DSL pregressi”, con problemi linguistici nell’articolare parole e frasi complesse, diventando più lenti nell’eseguire questi compiti, perdendo spesso l’attenzione e scoraggiandosi di fronte alle sue difficoltà.
    Da qui la possibilità, quindi, di incominciare un percorso riabilitativo e avere la possibilità di recuperare il più possibile questa distanza: oltre al logopedista, psicologo e neuropsichiatra aiutano per ottenere un approccio multidisciplinare. I disturbi specifici e primari del linguaggio colpiscono il 5% della popolazione infantile e sono, quindi, “alterazioni di tipo eterogeneo, legate allo sviluppo neurolinguistico del piccolo e che possono essere associate a difficoltà neuromotorie, sensoriali, cognitive o relazionali e alterano la capacità di elaborare o articolare parole o frasi” ma escludendo come cause deficit uditivi, anomalie dell’apparato orale, disabilità intellettiva. I disturbi del linguaggio secondari sono invece dovuti a lesioni cerebrali causate da malattie infettive, traumi o tumori, a epilessie, a paralisi cerebrali, a otiti o a ritardi mentali più o meno gravi. 

    I disturbi del linguaggio si esprimono:

    • nella difficoltà di comunicazione con un ritardo di comparsa delle prime parole (vocabolario inferiore a 50 parole a 24 mesi) e di strutturazione di frasi;
    • nell’alterazione nella produzione dei suoni linguistici (assenza della lallazione tra i 5 e i 10 mesi);
    • in difficoltà lessicali, sintattiche, grammaticali e pragmatiche (usare il linguaggio in modo appropriato a seconda del contesto);
    • scarso uso dei gesti (assenza tra i 12 e i 14 mesi);
    • difficoltà di comprensione del linguaggio parlato e di ordini non contestuali (tra i 24 e i 30 mesi);
    • ridotta presenza di gioco simbolico (fare finta che…) tra i 30 e i 40 mesi.


    I DSL riguardano quindi la capacità di usare appropriatamente il linguaggio (linguaggio espressivo) e di comprenderlo (linguaggio recettivo), difficoltà che possono essere presenti contemporaneamente oppure non esserlo: quello recettivo è la forma più grave di DSL.
    Questo disturbo causa limitazioni nella comunicazione, nella partecipazione sociale e nella scuola.
    Nel percorso diagnostico vengono raccolte le informazioni sulla storia dello sviluppo psicomotorio, linguistico e comunicativo del bambino e successivamente il bambino viene valutato tramite osservazione diretta, ad esempio di momenti di gioco, e test specifici.

    Bibliografia
    https://www.gavazzeni.it/news/i-disturbi-del-linguaggio-presenti-da-piccoli-possono-essere-alla-base-di-un-futuro-disturbo-specifico-dellapprendimento-dsa/
    https://www.google.com/amp/s/www.doveecomemicuro.it/enciclopedia/malattie/disturbi-specifici-linguaggio.amp
    https://www.idoctors.it/patologia-disturbi-del-linguaggio-26526
    https://www.lrpsicologia.it/dislessia-e-dsl-basi-comuni-per-disturbi-differenti/

     

  • Videogiochi di oggi: Fortnite – Parte 2

    Videogiochi di oggi: Fortnite – Parte 2

    Quando si può iniziare a giocare

    L’età media dei giocatori alla Coppa del Mondo di Fortnite era di 16 anni, i concorrenti più giovani avevano 13 anni e il requisito di età dichiarato per Fortnite dalla classificazione PEGI è di 12 anni. I bambini di 6 e 7 anni giocano regolarmente a Fortnite, un gioco in cui l’obiettivo è uccidere ogni altra persona nel gioco. Nonostante in questo articolo si riporti che il gioco non abbia caratteristiche violente è lecito chiedersi quando si è troppo giovani per giocare a Fortnite.

    Come verrà riportato in seguito, infatti, più che gli aspetti violenti e aggressivi del gioco, si ritiene necessario porre l’attenzione più sugli aspetti educativi e sociali, soprattutto nei bambini, ma non solo.

    Essendo un fenomeno sociale mondiale, non solo perché avvincente e gratuito e quindi giocato da moltissime persone, ma anche perché è accompagnato da molti Youtuber che mostrano video live mentre giocano, il rischio è quello che il ragazzo sviluppi un’immedesimazione troppo accentuata, un’investitura inopportuna grazie alla quale il rapporto col gioco può condizionare il senso di autostima del ragazzo, soprattutto se molto giovane. Come regola generale, comunque, si consiglia di iniziare seguendo le linee guida fissate dagli sviluppatori del gioco e di considerare Fortnite come “adatto” ai ragazzi dai 12 anni in su. Se vuoi consentire ad un bambino di 11 anni di giocare a Fortnite, valuta se tuo figlio è in grado di riconoscere la natura del gioco e, nel caso, di allontanarsene.

    Aspetti sociali di Fortnite

    Come in parte precedentemente illustrato, Fortnite presenta molti aspetti accattivanti:

    • Il gioco è avvincente, con una grafica che può piacere a tutti, soprattutto ai più giovani.
    • È gratuito, la sua fruibilità è massima ed è molto presente nei social network o sulle piattaforme di Youtube e Twitch. Questo aiuta sicuramente il gioco a fomentare la sua fama.
    • È adatto a ragazzi giovani, visto il suo scopo meramente ludico. Non presenta nessuna tematica particolare e le battaglie sono senza dubbio più connotate dalla strategia, dal saper costruire o addirittura dal sapersi coordinare e collaborare con la propria squadra (modalità squadre) piuttosto che da aspetti aggressivi e violenti.
    • La presenza dei forzieri nella mappa e la possibilità di saccheggiare i nemici sconfitti sicuramente rafforzano la sensazione di ricompensa e di gratificazione nei giocatori, l’attesa e la speranza di trovare armi epiche può essere paragonata alle sensazioni che impregnano il gioco d’azzardo.
    • La possibilità di acquistare vestiti e gadget particolari per decorare il proprio personaggio aumenta la possibilità di immedesimarsi e di non abbandonare il gioco alla luce di quanto investito.

    Attenzione, però, studi recenti hanno riportato che gli individui con una spesa per microtransazioni notevolmente più alta possono avere maggiori probabilità di sostenere i sintomi di un comportamento di dipendenza. I risultati hanno suggerito che la spesa di Fortnite fosse correlata principalmente alle influenze sociali. Secondo quanto riferito, i partecipanti con un amico intimo che ha effettuato acquisti nel gioco avevano maggiori probabilità di effettuare questi acquisti da soli. Inoltre, spendere soldi per Fortnite era associato all’appartenenza a un social network online più ampio di giocatori di Fortnite. Questi risultati suggeriscono che, in Fortnite, i comportamenti di spesa possono avere importanti basi sociali e che questi fattori sociali sembrano essere più pertinenti nel prevedere la spesa per alcuni giocatori rispetto alle variabili che sono comunemente correlate alle differenze individuali.

    L’impulsività del tratto, ad esempio, non era associata alla spesa finanziaria sebbene questa variabile sia stata costantemente implicata negli studi sui comportamenti di spesa ripetitivi. I comportamenti di spesa nel gioco possono essere spiegati con riferimento all’apprendimento sociale, per cui l’amico intimo di un giocatore che spende soldi per Fortnite ha un’influenza modellistica che aumenta la probabilità del giocatore di effettuare acquisti in-game. Questo può estendersi al giocatore, poiché sperimenta rinforzi indiretti osservando le ricompense acquisite dall’amico dato che alcuni acquisti possono essere mostrati apertamente, come ad esempio indossando nuovi abiti. In questo contesto, i giocatori possono aderire a norme soggettive relative alla spesa in-game dei loro amici: ad esempio “spendo X perché credo che i miei amici spendano X”.

    Oppure possono decidere di affermare la loro identità sociale spendendo di più in articoli cosmetici unici per segnalare o migliorare il loro stato nel gruppo, differenziandosi anche dallo stesso: ad esempio “faccio acquisti per impressionare e distinguermi dai miei amici”. Il discorso sulle microtransazioni introduce la tematica sociale in Fortnite ma non la conclude. Spesso in questo articolo si è proposto, infatti, che gli aspetti sociali mostrino gli aspetti più delicati quando ci si approccia a questo gioco, ed è proprio per questi aspetti che si ritiene corretto fissare l’età d’accesso a questo gioco a 12 anni. Potendo giocare online insieme ad altri amici si creano momenti di condivisione preziosi, soprattutto nel contesto della pandemia Covid, all’interno di un gioco avvincente e strategico dove collaborare e organizzarsi è importante ma altresì possono instaurarsi, come in qualsiasi contesto, dinamiche di gruppo infelici e aggressive che potrebbero vertere su una sovrainvestitura del gioco. È proprio per questo che in questa mini guida si consiglia di consapevolizzare e sensibilizzare vostro figlio sul fatto che Fortnite è solo un hobby, un passatempo nel tempo libero, e che quindi non deve monopolizzare il suo tempo, le sue amicizie e i suoi pensieri…deve solo divertire!

    Stabilire i limiti a Fortnite

    Partecipare all’interesse del ragazzo, limitare l’accessibilità e gli orari di gioco nonché le microtransazioni, renderlo consapevole che dev’essere solo un passatempo sono gli elementi che in questo articolo si ritengono fondamentali per approcciarsi al proprio figlio riguardo al discorso Fortnite. Detto ciò, è importante stabilire regole chiare fin da subito e questa è una breve sintesi dei possibili limiti che si ritengono opportuni considerare:

    • Seguire la classificazione dei giochi Pegi, la quale designa i 12 anni come età opportuna per iniziare a giocare a Fortnite.
    • Vedere gli amici e interagire con loro nella vita reale.
    • Partecipare ad attività extrascolastiche di cui vostro figlio è entusiasta.
    • Tenere il passo con le lezioni scolastiche e fare i compiti.
    • Dormire a sufficienza.
    • Limitare l’orario di gioco.
    • Limitare la spesa nel gioco.
    • Chiarire e definire i valori che bisogna ricercare nella vita, valori che non hanno nulla a che fare con Fortnite. Disinvestire le fantasie sociali e personali dai giochi in favore degli aspetti ludici.
  • Videogiochi di oggi: Fortnite – Parte 1

    Videogiochi di oggi: Fortnite – Parte 1

    Se avete figli e figlie tra i 10 e i 16 anni ne avrete sentito di certo parlare: d’altra parte, in meno di sei mesi ha conquistato oltre 125 milioni di giocatori in tutto il mondo, specie tra giovani e giovanissimi. È Fortnite, il videogame che sta polverizzando record e sta battendo in popolarità tutti gli altri videogame. Qual è il segreto del successo di questo multiplayer e, soprattutto, i genitori hanno motivo di preoccuparsi?

    Fortnite è uno sparatutto multiplayer online: non si può giocare da soli ed è necessaria una connessione Internet.

    Dopo averlo scaricato sulla console, il giocatore deve registrarsi: basta un indirizzo mail e non è necessaria una carta di credito. Dopodiché ci si può gettare nella mischia: il vostro alter ego viene paracaduto su un’isola gigantesca insieme ad altri 99 giocatori con l’obiettivo di riuscire a sopravvivere. Vince chi riesce ad eliminare tutti gli altri partecipanti.

    L’isola è piena di ambientazioni pittoresche con un tripudio di colori, personaggi che sembrano usciti da un cartone animato e la possibilità di costruire strutture.

    Permette dinamiche di gioco nuove e avvincenti: c’è un conto alla rovescia che indica quanto manca all’arrivo di una mortale tempesta che circoscrive l’isola; ad ogni manciata di minuti, la tempesta avanza restringendo il campo di azione e costringendo i giocatori a radunarsi in un’area di gioco sempre più piccola e aumentando quindi le possibilità di venire a contatto.

    I partecipanti possono trovare forzieri sparsi sulla mappa di gioco, saccheggiare rifornimenti e le attrezzature appartenute ai giocatori sconfitti. Un’altra caratteristica che rende Fortnite allettante è la “quasi uccisione”: quando il tuo personaggio viene ucciso puoi vedere la barra indicatrice della salute della persona che ti ha eliminato. Spesso noterai che anche il tuo avversario era vicino alla sconfitta e ciò ti invoglierà ad iniziare un’altra partita.

    Nonostante lo scopo sia quello di eliminare gli altri giocatori l’atmosfera è leggera: niente a che vedere con videogame violenti per davvero, le cui tematiche e ambientazioni sono intrinsecamente più mature.

    L’ideale è giocare a Fortnite, nella modalità a squadre, con gli amici: compagni di scuola, di calcetto o di danza. Per questo motivo vostro figlio parla in cuffia mentre sta giocando a Fortnite: sta mettendosi d’accordo con i suoi amici per scegliere la tattica migliore; perché nonostante Fortnite sia uno sparatutto con ambientazioni colorate e fantasiose non è un gioco banale, tutt’altro: la vostra squadra può decidere di mettersi sulla difensiva, costruendo un piccolo fortino, oppure dirigersi verso una casa e barricarsi all’interno.

    In questo videogame c’è un evidente richiamo ad un’altro videogioco, Minecraft, in quanto i giocatori possono costruire delle barriere, come muri e rampe, per difendersi e proteggersi dai nemici.

    Cosa sono le “Stagioni” di Fortnite?

    L’isola in cui si gioca è sempre la stessa: parte del divertimento è esplorarla partita dopo partita e scoprire le aree più ricche di armi o di forzieri pieni di oggetti, come ad esempio kit medici e pozioni-corazza. Tuttavia, gli sviluppatori di Fortnite non si siedono sugli allori: ogni 12 settimane circa pubblicano un gigantesco aggiornamento, sempre gratuito, che cambia le carte in tavola a discapito però dello spazio in memoria, poiché dopo ogni aggiornamento lo spazio occupato dal gioco aumenta.

    Dove si può giocare a Fortnite?

    I bambini di tutte le età giocano a Fortnite sui loro telefoni, computer, PlayStation, Xbox e Switch. Quando non giocano a Fortnite, potrebbero guardare i flussi di altre persone che lo giocano su Twitch o Youtube. Questa massima fruibilità del gioco può presentare delle criticità e sviluppare aspetti di dipendenza nei confronti del gioco.

    Quanto costa Fortnite?

    Nulla. Fortnite, nella sua anima Battleroyale, è gratuito. A differenza di molti giochi per cellulari, che sembrano gratuiti quando li scaricate ai vostri figli, ma dopo mezz’ora vi chiedono un pagamento per saltare attese lunghissime. Fortnite è proprio gratuito: i giocatori a ogni partita partono tutti dal medesimo livello e con la stessa arma, il piccone.

    A pagamento ci sono degli extra pittoreschi ed estetici: si possono comprare vestiti, cappelli, persino spray e “mosse” speciali. Questo è il segreto alla base del successo di Fortnite: non costa nulla.

    Se vostro figlio vi chiede denaro per giocare serve in realtà per acquistare degli elementi estetici che non migliorano le abilità del suo personaggio, come ad esempio un vestito appena arrivato sullo shop online.

    Risultati di vari studi sembrano testimoniare l’esistenza di una correlazione tra il numero delle microtransazioni con:

    • il numero delle microtransazioni effettuate dagli amici più intimi sul medesimo gioco (aspetti sociali);
    • il numero di accessi a Fortnite su più dispositivi e quindi anche il tempo impiegato all’interno del gioco in generale (aspetti di dipendenza).

    In altre parole, i piccoli e grandi giocatori sono più incentivati a spendere soldi veri, se hanno molti amici che giocano a Fortnite, e se lo utilizzano su più di un dispositivo (come ad esempio una console e un cellulare).

    A presto per un secondo articolo su: quando si può giocare a Fortnite? Come stabilire dei limiti? Quali sono gli aspetti positivi di videogiocare a Fortnite?