Tag: scuola

  • Un metodo di studio per ciascun cervello

    Un metodo di studio per ciascun cervello

    “Prendevo un sacco di appunti a scuola, ma, una volta tornato a casa, faticavo a ricostruire i concetti e capirci qualcosa” mi dice Simone, un ragazzo in gamba che, nonostante l’impegno, ha grosse difficoltà nelle materie di studio. Nessun problema in matematica o nelle lingue: solo le materie come storia, letteratura e filosofia sembravano creare problemi. “Se apri i miei quaderni ci trovi delle paginate e paginate di appunti”.Questi quaderni sono molto disordinati: ma il disordine non è un problema. E’ che rileggere tanto testo non aiuta il cervello a ricostruire quello che si è visto: anzi, in certi casi, un “carico eccessivo” di parole può anche risultare confusivo.

    E Simone mi dice “Sono andato su internet a cercare come funziona il cervello, ho scoperto che non memorizziamo a parole, ma memorizziamo a immagini e concetti. Ho scoperto il mondo delle mappe concettuali”.

    Nella sua inesperienza, e seppur non proprio in modo scientificamente ineccepibile, Simone è riuscito a capire l’essenza di quello che viene consigliato ai ragazzi da molti esperti. Una mappa concettuale, o “mindmap”, arricchita di immagini e colori, guida il cervello nel ricostruire i percorsi fatti. Aiuta nel preparare un discorso, nel fare collegamenti e soprattutto nell’accorciare (e trasformare) pagine e pagine di appunti in un pratico foglio pronto per l’esposizione.

    La soddisfazione più grande è quella di vedere Simone che si prepara con questo nuovo metodo di studio e torna a casa soddisfatto dopo aver migliorato i voti in storia, letteratura e filosofia.

    Di seguito il link per visionare il nostro video sul metodo di studio:

  • Prevenire il bullismo grazie all’aiuto di chi sta intorno

    Prevenire il bullismo grazie all’aiuto di chi sta intorno

    I cosiddetti “bulli” solitamente amano avere un pubblico. È per questo motivo, infatti, che la maggior parte degli episodi di bullismo si verifica di fronte ad altri studenti.
    La maggior parte delle volte, però, gli spettatori non solo non fanno nulla per difendere la vittima, ma la reazione più comune è tacere o ridere insieme. A volte i bambini hanno paura di diventare loro stessi la prossima vittima del bullo, altre invece semplicemente non sanno cosa fare. Quello di cui i bambini non si rendono conto, però, è che così facendo stanno inconsapevolmente dando il loro sostegno al bullo, il quale si sente rafforzato.
    La chiave consiste quindi nel sensibilizzare i bambini e i ragazzi al tema del bullismo per far sì che non rimangano silenti spettatori impauriti e pervasi dal senso di colpa, ma renderli consapevoli di quanto il loro intervento possa diventare una forza fondamentale nello scoraggiare il bullo, dimostrando così che il bullismo è sbagliato e non rende popolari.
    Ma in che modo genitori e insegnanti possono quindi responsabilizzare gli spettatori?
    Innanzitutto è fondamentale mettersi nei panni di un bambino che è testimone di un episodio di bullismo: far fronte a un bullo andandogli contro, non è assolutamente facile.
    Quindi, invece di concentrarsi su cosa non hanno fatto, è molto più utile e costruttivo incoraggiarli a gestire le situazioni future. Ma in che modo? 

    Vediamo alcuni esempi:
    • Innanzitutto riconoscendo il fatto che è sicuramente più semplice ignorare o osservare un atto di bullismo, ma sottolineando l’importanza che, a volte, l’intervento a favore di un compagno può permettergli di superare questa situazione di disagio e sofferenza;
    • Educando i bambini all’importanza del riferire agli adulti le ingiustizie che può capitar loro di osservare o subire;
    • Fornendo loro esempi e prospettive in merito a quanto il loro silenzio aiuti il bullo a sentirsi più forte, spingendolo ad infierire di più sulla vittima;
    • Educandoli a provare e mostrare empatia, chiedendo loro, per esempio, come si sentirebbero se le persone li vedessero vittime di bullismo e non dicessero nulla.
    • Fornendo loro esempi pratici su come rispondere a situazioni di bullismo e aiutandoli a formulare idee proprie. Infatti può essere utile dimostrargli che può essere efficace e importante distrarre o parlare a un bullo, piuttosto che intervenire fisicamente; oppure incoraggiarli a denunciare un atto di bullismo, spiegandogli l’importanza di tale gesto e sottolineando il fatto che non diventerebbero spie o pettegoli.
    • Infine è sicuramente utile incoraggiare i bambini a sostenere le persone vittime di bullismo: a volte il modo migliore per far uscire un coetaneo da questa situazione è infatti semplicemente diventarne amico. Questo potrebbe significare camminare con lui in classe, sedersi accanto a lui a mensa, ecc.

     

  • La storia di Alessandro: DSA  alla maturità!

    La storia di Alessandro: DSA alla maturità!

    “Mi hanno chiesto di parlare di un argomento che mi piace, mi appassiona e mi rappresenta e ho scelto la dislessia perché mi ha sempre caratterizzato (dalla seconda elementare sono certificato DSA). Grazie alla tesina ho approfondito le diverse sfumature come DSA, per esempio io sono un DDAI (deficit attenzione e iperattività). Fin da piccolo ho incontrato diverse difficoltà, non riuscivo a scrivere la ‘A’ e io mi chiamo ‘Alessandro’ e quindi è un bel problema…”

    Alessandro è un ragazzo spigliato, con la battuta pronta, gran chiacchierone e benvoluto da amici e compagni. Oggi si prepara all’esame di maturità con la sua tesina sulla dislessia dal titolo “Ieri ed oggi”

    La sua storia è lunga: nel 2007, all’età di otto anni, ha seguito un programma di potenziamento con gli psicologi del Centro Leonardo, a causa delle sue forti difficoltà di apprendimento.
    Nella sua tesina racconta che anche suo padre in età scolastica aveva le stesse difficoltà, ma veniva bollato come “lavativo” ed è stato costretto anche a ripetere un anno per questo motivo.

    “Alle elementari la mia maestra pensava che la prendessi in giro perché rispondevo alle sue domande con affermazioni che associavo liberamente e che risultavano fuori contesto”.

    Nel liceo di Alessandro (che lui riconosce come sensibile e attrezzato per queste problematiche) ci sono circa cento ragazzi con diagnosi e nella sua classe sono dieci ragazzi su trenta. Il fatto che siano molti è secondo lui un elemento positivo in quanto aiuta a superare la vergogna.

    Oggi il nostro neo diplomato è molto tranquillo ma in passato ha dovuto superare anche lui l’imbarazzo di utilizzare degli schemi diversamente dai compagni o rimanere in classe un’ora più degli altri e, per non essere escluso, è diventato molto bravo negli sport dove si sentiva “uguale” ai suoi amici. Come molti altri, ha dovuto affrontare anche diverse “battaglie” all’interno dell’ambiente scolastico per far rispettare i suoi diritti e combattere gli stereotipi che ruotano intorno alle diagnosi di DSA e questo lo ha reso ancora più forte e consapevole.

    “Sono soddisfatto del mio percorso: se oggi apro i quaderni delle elementari, mi rendo conto di quanta strada abbia fatto fino ad oggi. Ringrazio molto i miei genitori per aver riconosciuto il problema e per avermi sempre seguito in questo percorso. Grazie a questi sforzi ogni anno sono riuscito a essere sempre promosso e non ho mai sofferto di mancanza di autostima.”

    Come percorso futuro si divide tra l’intenzione di iscriversi alla facoltà d’ingegneria oppure economia, non nascondendo qualche normale preoccupazione per la mole di studio e per dover abbandonare un ambiente protetto come la sua attuale scuola.

    Alessandro ha molte idee e proposte per migliorare il mondo scolastico rendendolo più a misura di DSA e sottolinea quanto sia importante, soprattutto per i DDAI come lui, essere aiutati ad appassionarsi alle materie ed avere una maggiore libertà di scelta degli argomenti, perché, anche se negli ultimi dieci anni si è fatto molto, ci sono ancora molti aspetti da migliorare.

    È davvero un piacere aver conosciuto un ragazzo in gamba che ha fatto della sua diagnosi un punto di forza.

    Bravo Alessandro!

     


    tesina – Created with Haiku Deck, presentation software that inspires;

  • I più comuni tipi di bullo

    I più comuni tipi di bullo

    Si possono incontrare tipologie di “bullo” molto diverse tra loro per caratteristiche, personalità, stili e motivazioni. Non tutti i tipi di bullo possono essere ricondotti a una categoria specifica: alcuni potrebbero avere caratteristiche comuni a più categorie o non essere inquadrabili in nessuna delle categorie che elenchiamo. 

    Ecco una breve descrizione delle 6 tipologie più diffuse:

    BULLI-VITTIME
    Si tratta di bulli che sono stati a loro volta vittime di un bullo. Essi diventano bulli, a loro volta, verso soggetti più deboli di loro con lo scopo di ritrovare un senso di potere e controllo. Questa situazione è molto frequente. In alcuni casi, un bullo-vittima potrebbe essere vittima di una situazione familiare in cui si verificano episodi di violenza domestica o potrebbe subire abusi da un fratello maggiore. In questi casi, si può definire il bullismo come un comportamento appreso.

    BULLI POPOLARI

    I bulli popolari hanno un grande ego, sono sicuri di sé e spesso utilizzano anche atti fisici per mantenere la loro supremazia. Di solito essi hanno un gruppo di seguaci e si sentono i padroni della scuola poiché hanno popolarità, apparenza fisica prestante o status socio-economico elevato. Esempi di bulli popolari possono essere: l’atleta principale o il leader della scuola. Il gruppo di pari spesso tollera questo tipo di prepotenza per paura di esserne vittima.

    BULLI RELAZIONALI
    Il bullo relazionale di solito è uno studente abbastanza popolare che si diverte a decidere chi è accettato a scuola e chi no. Escludere, isolare e ostracizzare gli altri sono le armi più comuni utilizzate da questo tipo di bullo. Questo tipo di bullismo è spesso praticato dalle ragazze. In genere i bulli relazionali si servono solo del bullismo verbale o emotivo per mantenere il controllo. Le motivazioni principali sono l’insicurezza e il bisogno di essere accettati.

    BULLI SERIALI
    I bulli seriali sono una categoria che s’incontra con frequenza. Appaiono gentili e affascinanti, soprattutto nei confronti delle figure autorevoli, e stanno sempre molto attenti a non farsi scoprire. A volte i bulli seriali usano il bullismo fisico, ma solo se possono essere certi di non essere scoperti. Essi sono abili manipolatori, si fingono amici e sono in grado di distorcere fatti e situazioni per sembrare innocenti o per uscire dai guai.

    BULLI DI GRUPPO

    Questi bulli fanno generalmente parte di un gruppo e hanno una mentalità da branco. Imitano il leader e sentono meno responsabilità per le azioni che commettono perché “tutti lo stanno facendo”. Tendono a fare i prepotenti come gruppo, ma si comportano in modo molto diverso singolarmente, anche in presenza della sola vittima. Questo è un tipo di bullismo molto pericoloso perché innesca situazioni che possono rapidamente degenerare in modo incontrollato.


    BULLI INDIFFERENTI
    I bulli indifferenti sono incapaci di provare empatia: risultano freddi, insensibili e distaccati. Essi agiscono per il puro piacere di vedere soffrire la vittima e molto difficilmente provano senso di rimorso. Questo tipo di bullo, sebbene meno comune, è tra le tipologie più pericolose poiché non viene scoraggiato dalle azioni disciplinari a causa dei suoi profondi problemi psicologici, che devono essere affrontati da professionisti.

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    I sei tipi di bullismo – Blog

    Il bullismo, secondo la ricerca, risulta essere molto più diffuso di quanto si pensi. Quando si pens…

  • Cosa si fa con la tecnologia in classe?

    Cosa si fa con la tecnologia in classe?

     Nel 1929 Edwin Hubble scopre che il nostro universo si espande in maniera infinita ed ogni stella tende a “spingere” in una direzione diversa. Il risultato è un universo illimitato e deformato.

    Tra tablet, computer, sintesi vocale, registratori, smartboard e smartphones, in aula troviamo insegnanti e studenti “bombardati” da un’espansione analoga delle modalità di comunicazione e diffusione dell’informazione, che nella maggior parte dei casi destabilizza o comunque semplicemente distrae e confonde. La tentazione di tornare ai vecchi sistemi e lasciare fuori dall’aula tutte queste diavolerie, figlie della generazione multimediale, è molto forte.

    L’educazione allo strumento informatico di apprendimento è essenziale quanto quella ad uno strumento analogico “di vecchio stampo”, come la tavola pitagorica o il dizionario. In altre parole, tutti in futuro useranno un telefono con connessione ad internet ed applicazioni di vario tipo; quindi fa parte del ruolo dell’educatore guidare i futuri adulti ad un utilizzo efficace dello strumento, tanto quanto è importante insegnare il buon impiego di un formulario, di una calcolatrice scientifica, delle squadre per disegnare o di qualsiasi altro strumento ormai “accettato”.

    Cosa rispondete alla domanda “Cosa si fa con la tecnologia in classe?”
    Alcune risposte possibili sono: ricerche, presentazioni, blog, video, slideshow, libri digitali, sviluppo di applicazioni.
    Noi crediamo che imparare ad usare la tecnologia non debba mai essere il fine della vostra lezione, ma il mezzo per raggiungere qualcosa di più grande. La tecnologia è uno strumento di studio, non una materia scolastica.

    “Cosa si fa con la tecnologia in classe?”
    Si apre la mente, si cercano risposte alle domande che sorgono spontaneamente, si comunica, si condivide, si fa cultura. Con la tecnologia in classe si cresce insieme al mondo.

  • Apprendimento multimediale: istruzioni per l’uso!

    Apprendimento multimediale: istruzioni per l’uso!

    Come vi avevamo promesso nell’ultimo articolo, ecco un approfondimento in merito al ruolo delle istruzioni didattiche nell’apprendimento multimediale!

    Ricordiamo brevemente il concetto di MULTIMEDIALITA’ intesa come presentazione del materiale didattico in più formati, che negli anni ha prodotto un generale accordo fra gli studiosi sull’importanza delle immagini non solo nel migliorare, ma anche nell’aumentare, la comprensione e la memorizzazione del materiale.

    Può essere quindi utile individuare e utilizzare varie strategie cognitive al fine di aiutare gli studenti nell’approccio all’apprendimento multimediale?

    La ricerca ad oggi non è molta, ma sta iniziando a diffondersi. I pochi studi presenti affermano che se le istruzioni che fornisci sono mirate a guidare lo studente nell’analisi dei contenuti, allora avranno grande efficacia.

    Ecco un buon modo di iniziare: suggerire allo studente di prestare attenzione a tutti gli aspetti del materiale proposto e richiamare l’attenzione anche all’immagine, che altrimenti potrebbe essere analizzata solo superficialmente se non addirittura trascurata. Troppo vago? Consigliamo di preparare le istruzioni in modo da “guidare” lo studente nell’”estrapolare” le giuste informazioni dalle immagini.

    Ecco alcuni spunti per rendere più pratico l’approccio ai contenuti visivi di un libro da studiare:

    • Sottolineare o evidenziare parti dell’illustrazione;
    • Mettere a confronto aspetti fra immagine e testo;
    • Completare o intuire gli elementi mancanti;
    • Rispondere a delle domande o trovare delle soluzioni a problemi, basandosi sulle informazioni derivanti dalle immagini.

    E’ quindi buona abitudine che gli insegnanti, oltre a evidenziare l’importanza delle illustrazioni e dell’associazione fra testo e immagini, come di prassi viene fatto, forniscano istruzioni specifiche e metacognitive, vere e proprie “tecniche”, che permettano agli studenti di associare ciò che vedono a ciò che leggono.

  • Apprendimento multimediale: il valore dell’integrazione fra testo e immagini

    Apprendimento multimediale: il valore dell’integrazione fra testo e immagini

    Molteplici ricerche hanno indagato nel tempo il valore dell’integrazione fra testo e immagini per favorire l’apprendimento: la MULTIMEDIALITA’ intesa come presentazione del materiale in più formati, viene infatti studiata dagli anni 80, con un generale accordo sull’importanza delle immagini non solo nel migliorare, ma anche nell’aumentare, la comprensione e la memorizzazione del materiale.

    Ma quali principi devono essere rispettati per consentire un migliore apprendimento?

    Mayer (1990) suggerisce che la vicinanza tra testo e immagine (sia a livello spaziale che temporale) aumenti l’immediatezza dell’apprendimento, riducendo al contempo il consumo di energie e risorse cognitive. Le immagini (intese come foto, figure, grafici, diagrammi, mappe…) dovrebbero essere rilevanti e coerenti con il testo e, infine, il materiale andrebbe presentato agli studenti secondo due modalità differenti: ovvero coinvolgendo sia il canale visivo che quello uditivo.

    Da questi principi si evidenzia l’importanza dell’immagine come parte integrante del materiale didattico offerto agli studenti: esse sembrano infatti catturare la nostra attenzione e, grazie al loro notevole impatto, far restare in memoria concetti che altrimenti sarebbero di più difficile memorizzazione.

    Quindi… Quali funzioni può avere un’immagine? Levin e altri (1987) ne individuano 5 tipi, che può risultare interessante citare:

    1. Funzione decorativa: utile a stimolare lo studente nella lettura del testo, senza l’obiettivo di fornire informazioni rilevanti in aggiunta a quelle date dal testo;
    2. Funzione rappresentativa: il cui scopo è quello di attirare l’attenzione su un dato evento, persona, luogo o oggetto, perché sia selezionato come rilevante;
    3. Funzione di trasformazione: dove l’immagine può aiutare nel ricordare in modo migliore qualche concetto e favorire la rievocazione;
    4. Funzione organizzativa: allo scopo di facilitare la costruzione di un modello mentale coerente e strutturato ed evidenziando i collegamenti tra i vari elementi (ad esempio schemi o diagrammi);
    5. Funzione interpretativa esplicativa, che mostra il funzionamento di un sistema in termini di causalità: “le illustrazioni esplicative dovrebbero mettere in evidenza gli elementi del sistema, gli stati e le relazioni tra i cambiamenti di stato dei vari elementi.”

    L’utilizzo di un formato integrato di testo e immagini sembra quindi essere utile? Decisamente sì!

    Oltre a guidare la selezione e l’organizzazione delle informazioni, consente un processo d’integrazione con le conoscenze già presenti in memoria a lungo termine (Levin, 1987, cit. da Boscolo, 1997).

    Risulta inoltre importante il ruolo delle istruzioni didattiche nell’apprendimento multimediale, per questo motivo dedicheremo un ulteriore articolo a questo interessante argomento. 

  • DSA e non: in classe con gli appunti già presi. Che senso ha?

    DSA e non: in classe con gli appunti già presi. Che senso ha?

    Approfondiamo oggi un’interessante strategia didattica che è utilizzata da alcuni insegnanti. La chiamano “fact checking”.

    Si parte dal presupposto che prendere appunti non sia una delle attività preferite dagli studenti, che, un po’ per mancanza di interesse, un po’ per pigrizia, e purtroppo a volte anche per difficoltà nella rapidità di scrittura legate a una diagnosi di dislessia o altri DSA, spesso finiscono per ritornare a casa con gli appunti disordinati o incompleti.

    Nasce quindi l’idea: ad inizio lezione viene consegnato (o fatto copiare) agli studenti uno schema che già riassume gli appunti di ciò che l’insegnante sta per spiegare.

    Dov’è il trucco? Semplice: alcune informazioni nello schema… sono intenzionalmente errate.

    A questo punto gli studenti diventano investigatori ed ascoltano la spiegazione del docente, con lo scopo di comprendere i vari concetti e trovare le “differenze”. L’efficacia di questa strategia è anche legata al fatto che si basa tutto sul canale orale e non mette sotto pressione lo studente con DSA che ha più difficoltà nella lettura, comprensione del testo scritto o nella scrittura sotto dettatura.

    Con tale approccio la lezione punta a coinvolgere anche lo studente disattento, che deve mettere alla prova il proprio buon senso, analizzare gli “appunti già pronti” e capire cos’è necessario cambiare.

    Ha dunque senso iniziare la lezione con gli appunti già pronti in mano? Decisamente sì, soprattutto se c’è una sfida nascosta. 

  • I DSA non possono prendere più di 7

    I DSA non possono prendere più di 7

    Dott. Jacopo Lorenzetti – 

    Siamo nel mio studio. Davanti a me c’è Luca, prima superiore, che ha preso cinque e mezzo di verifica d’inglese (d’altronde il suo DSA grave gli ha sempre creato problemi con le lingue straniere) e mi racconta con grande lucidità lo scambio di battute che ha avuto con l’insegnante.

    Non è un gran polemico -a dirla tutta, apre bocca solo per partecipare alle lezioni di scienze umane e fisica- ma il dubbio gli è sorto guardando la verifica della propria compagna, anch’essa con DSA, che senza correzioni ha preso 7.

    “Subito non volevo chiedere niente perché non volevo rischiare di litigare davanti a tutti e perché, avendo preso io 5 e mezzo, poteva dirmi che era solo una polemica”. Poi però Luca l’ha chiesto lo stesso. In modo cortese e con genuino interesse.

    Io non c’ero in classe e non so cosa rispose l’insegnante, ma il messaggio che arrivato a Luca è stato “ai DSA non posso dare più di 7”.

    Non è la prima volta che succede. Anche cinque o sei anni fa le famiglie venivano a cercare noi specialisti chiedendo “è vero che ai DSA non si può dare più di 6?” oppure “è vero che i DSA non possono essere bocciati?”. Aldilà del fatto che no, non è vero, perché i DSA sono persone come tutti gli altri e hanno il diritto di ricevere una valutazione che sia reale specchio del loro stato di preparazione…il punto è che Luca e la sua famiglia hanno lavorato anni con me e facendo un determinato percorso hanno raggiunto un alto livello di consapevolezza della situazione. Lui, che da piccolo si nascondeva fisicamente dietro ai compagni per paura di leggere davanti alla maestra, adesso è un ragazzo eccezionale di 14 anni con una buona media ad ingresso superiori, un grande interesse per le scienze umane e un modo di fare con le persone che farebbe invidia ad un educatore professionista.

    Ed è per questo che sentendosi dire da un adulto “ai DSA non posso dare più di 7”, rimane spiazzato. Perché lui sa che non è così.

    A questo punto, però, Luca mi colpisce. Mi dice che non è arrabbiato con la prof, anzi: la capisce. Dice che probabilmente non ha fatto un corso per imparare a strutturare le verifiche per i DSA. Che gliela accorcia solamente e quindi lei stessa, quando poi la corregge, si trova in difficoltà, perché non sa valutarlo.

    Cosa succede allora? Mi guarda e dice “Allora a questo punto voglio fare la verifica come gli altri, almeno se faccio tanti errori uguale, mi penalizzano meno”.

    E poi, noi insegnanti, ci lamentiamo perché i ragazzi rifiutano le misure dispensative! 

  • Gite scolastiche con la realtà virtuale

    Gite scolastiche con la realtà virtuale

    Le gite “del futuro”: direttamente dall’aula adesso è possibile esplorare il Museo Guggenheim o anche trovarsi all’interno di un uragano! E queste gite sono molto più economiche di quanto avremmo potuto immaginare. È sufficiente avere un pezzo di cartone (“Google Cardboard”, che diventa un visore), uno smartphone e una connessione Wi-Fi, per teletrasportarsi tutti insieme (e fare la stessa esperienza in contemporanea) in Egitto o negli Emirati Arabi.
    La realtà virtuale (VR) è molto più vicina di quello che tanti pensano.
    Ecco un video di come il progetto “google expeditions” sta cambiando il mondo della scuola: https://edu.google.com/expeditions/#how-it-works
    “Oggi andiamo in gita, ma non è una gita normale, di quelle con i bus”.
    L’insegnante fa da “guida” e tiene le redini della “app”. I bambini, indossando il visore, possono esplorare autonomamente l’ambiente, che cambia inquadratura in base ai loro movimenti.
    Cosa ne pensate di queste modalità didattiche? Vi spaventano, o cogliete nuovi stimoli per il mondo della scuola?