Tag: DSA

  • La storia di Alessandro: DSA  alla maturità!

    La storia di Alessandro: DSA alla maturità!

    “Mi hanno chiesto di parlare di un argomento che mi piace, mi appassiona e mi rappresenta e ho scelto la dislessia perché mi ha sempre caratterizzato (dalla seconda elementare sono certificato DSA). Grazie alla tesina ho approfondito le diverse sfumature come DSA, per esempio io sono un DDAI (deficit attenzione e iperattività). Fin da piccolo ho incontrato diverse difficoltà, non riuscivo a scrivere la ‘A’ e io mi chiamo ‘Alessandro’ e quindi è un bel problema…”

    Alessandro è un ragazzo spigliato, con la battuta pronta, gran chiacchierone e benvoluto da amici e compagni. Oggi si prepara all’esame di maturità con la sua tesina sulla dislessia dal titolo “Ieri ed oggi”

    La sua storia è lunga: nel 2007, all’età di otto anni, ha seguito un programma di potenziamento con gli psicologi del Centro Leonardo, a causa delle sue forti difficoltà di apprendimento.
    Nella sua tesina racconta che anche suo padre in età scolastica aveva le stesse difficoltà, ma veniva bollato come “lavativo” ed è stato costretto anche a ripetere un anno per questo motivo.

    “Alle elementari la mia maestra pensava che la prendessi in giro perché rispondevo alle sue domande con affermazioni che associavo liberamente e che risultavano fuori contesto”.

    Nel liceo di Alessandro (che lui riconosce come sensibile e attrezzato per queste problematiche) ci sono circa cento ragazzi con diagnosi e nella sua classe sono dieci ragazzi su trenta. Il fatto che siano molti è secondo lui un elemento positivo in quanto aiuta a superare la vergogna.

    Oggi il nostro neo diplomato è molto tranquillo ma in passato ha dovuto superare anche lui l’imbarazzo di utilizzare degli schemi diversamente dai compagni o rimanere in classe un’ora più degli altri e, per non essere escluso, è diventato molto bravo negli sport dove si sentiva “uguale” ai suoi amici. Come molti altri, ha dovuto affrontare anche diverse “battaglie” all’interno dell’ambiente scolastico per far rispettare i suoi diritti e combattere gli stereotipi che ruotano intorno alle diagnosi di DSA e questo lo ha reso ancora più forte e consapevole.

    “Sono soddisfatto del mio percorso: se oggi apro i quaderni delle elementari, mi rendo conto di quanta strada abbia fatto fino ad oggi. Ringrazio molto i miei genitori per aver riconosciuto il problema e per avermi sempre seguito in questo percorso. Grazie a questi sforzi ogni anno sono riuscito a essere sempre promosso e non ho mai sofferto di mancanza di autostima.”

    Come percorso futuro si divide tra l’intenzione di iscriversi alla facoltà d’ingegneria oppure economia, non nascondendo qualche normale preoccupazione per la mole di studio e per dover abbandonare un ambiente protetto come la sua attuale scuola.

    Alessandro ha molte idee e proposte per migliorare il mondo scolastico rendendolo più a misura di DSA e sottolinea quanto sia importante, soprattutto per i DDAI come lui, essere aiutati ad appassionarsi alle materie ed avere una maggiore libertà di scelta degli argomenti, perché, anche se negli ultimi dieci anni si è fatto molto, ci sono ancora molti aspetti da migliorare.

    È davvero un piacere aver conosciuto un ragazzo in gamba che ha fatto della sua diagnosi un punto di forza.

    Bravo Alessandro!

     


    tesina – Created with Haiku Deck, presentation software that inspires;

  • Mappe concettuali come non le avete mai viste: la storia di Arianna

    Mappe concettuali come non le avete mai viste: la storia di Arianna

    Arianna ha scoperto la sua dislessia in seconda elementare, all’età di sette anni. In quel periodo i suoi genitori la aiutano leggendole i compiti e in classe viene presa in simpatia perché porta con sé il tablet. I problemi sopraggiungono alle medie, ma soprattutto alle superiori, perché gli insegnanti non vedono di buon occhio gli schemi e cercano di rimandarla e di dimostrarne la scarsa preparazione. In terza superiore, accusandola di “non essere dislessica, ma solo stupida” (riferisce lei), viene bocciata, dopo che per tutto l’anno le è stato anche negato il permesso di utilizzare schemi durante le verifiche delle lingue straniere.

    Lei non si arrende e decide di intraprendere un percorso scolastico privato di due anni in uno per recuperare la bocciatura. Quell’anno, grazie anche al sostegno del tutor del Centro Leonardo che la segue nella preparazione del lavoro, rappresenta per lei una vera svolta nel suo modo di studiare: impara a dedicare allo studio il giusto tempo e inizia a preparare schemi molto più corti, più personalizzati e quindi più “difendibili”. Grazie a questi accorgimenti e alla sua determinazione, Arianna è riuscita a recuperare l’anno e infine a diplomarsi. Oggi studia all’università a Milano ed è decisa a terminare il suo percorso nei tre anni, senza usufruire delle agevolazioni di tempo fornite ai dislessici. Non sono più i genitori a leggere per lei, ma gli audiolibri, che le permettono di ascoltare la lezione, impostare uno schema e poi ricavarne uno più corto e più efficace.

    I suoi schemi sono molto personali, non sarebbero decifrabili da una persona esterna e sono diventati ancor più efficaci oggi, per affrontare la mole d’informazioni richiesta dagli esami universitari. Questo metodo di studio fatto di determinazione e schemi sintetici, pieni di colori, frecce e poche parole evocative, le permette di portare avanti la sua carriera universitaria e di progettare, finito questo percorso, di continuare a studiare con un master. A volte gli schemi, ci confida con maturità e consapevolezza, non sono altro che un supporto psicologico per vincere l’insicurezza dovuta alla dislessia e quindi dovrebbero essere tollerati, soprattutto in fasi della vita delicate per l’autostima, come superiori e medie. Anche all’università, tuttavia, gli schemi non sono sempre ben visti: ad esempio racconta che durante un pre-appello le hanno negato l’uso di schemi, ma ora Arianna, dopo aver affrontato e vinto tante battaglie, è diventata più forte e quindi non si fa più scoraggiare.

  • Tre strategie per DSA che si adattano al resto della classe

    Tre strategie per DSA che si adattano al resto della classe

    Un problema serio per gli insegnanti è riuscire ad accogliere i “bisogni speciali” dello studente con DSA senza farlo sentire in difetto o a disagio rispetto al resto della classe. Dal punto di vista dello studente, questo è molto importante: sentirsi accolto e a proprio agio ha effetti benefici sull’autostima e sulla motivazione, inoltre lo incoraggia ad utilizzare più volentieri tutti gli aiuti a cui ha diritto.

    Stanno nascendo negli anni, grazie a docenti appassionati e a specialisti esperti, sempre più metodologie didattiche “inclusive” che, in quanto tali, possono essere usate con tutta la classe e funzionano anche allo scopo di aiutare chi ha DSA o BES.

    Di seguito vediamo tre semplici esempi:

    • Studiare con i cloze: fornire allo studente (mentre si spiega un argomento oppure come forma di verifica) una mappa concettuale degli argomenti affrontati, ma con dei buchi da riempire. L’esercizio di completamento aiuta lo studente guidandolo nel pensiero fra i nodi concettuali e gli permette di costruirsi un’idea generale. Per assicurarsi che chi ha un DSA non abbia difficoltà nell’individuare le parole, si può offrire a tutti un elenco di parole tra cui scegliere, come fanno anche molti libri.
    • Brainstorming: molte ricerche ci dicono che lo studente con DSA o BES ha poche strategie per affrontare lo studio…ma la stessa cosa non si può forse dire per tanti altri ragazzi e ragazze? Un buon esercizio per affinare le abilità strategiche è individuare una serie di domande da porsi quando si approccia un testo. Davanti alla pagina, chiedersi:”cosa so su questo argomento?” “Cosa mi aspetto che sia spiegato in questa pagina?” abituandosi a trarre informazioni dagli elementi salienti del testo e anticipando quindi la lettura vera e propria.
    • La didattica multicanale: includere in una spiegazione frontale (che, purtroppo, è sempre meno adatta al mondo in continuo divenire) momenti di roleplay, esercitazioni pratiche, elementi video e audio multimediali. Catturano l’interesse di tutti e agevolano un consolidamento delle informazioni, grazie al fatto che permettono di presentarne più sfumature contemporaneamente.

    Queste (e molte altre) sono strategie che ci vengono proposte da chi si preoccupa di modellare la didattica di ieri facendola diventare la didattica del domani: uno spunto partito dal bisogno (quasi obbligo) di aiutare chi ha un DSA. 

  • DSA e non: in classe con gli appunti già presi. Che senso ha?

    DSA e non: in classe con gli appunti già presi. Che senso ha?

    Approfondiamo oggi un’interessante strategia didattica che è utilizzata da alcuni insegnanti. La chiamano “fact checking”.

    Si parte dal presupposto che prendere appunti non sia una delle attività preferite dagli studenti, che, un po’ per mancanza di interesse, un po’ per pigrizia, e purtroppo a volte anche per difficoltà nella rapidità di scrittura legate a una diagnosi di dislessia o altri DSA, spesso finiscono per ritornare a casa con gli appunti disordinati o incompleti.

    Nasce quindi l’idea: ad inizio lezione viene consegnato (o fatto copiare) agli studenti uno schema che già riassume gli appunti di ciò che l’insegnante sta per spiegare.

    Dov’è il trucco? Semplice: alcune informazioni nello schema… sono intenzionalmente errate.

    A questo punto gli studenti diventano investigatori ed ascoltano la spiegazione del docente, con lo scopo di comprendere i vari concetti e trovare le “differenze”. L’efficacia di questa strategia è anche legata al fatto che si basa tutto sul canale orale e non mette sotto pressione lo studente con DSA che ha più difficoltà nella lettura, comprensione del testo scritto o nella scrittura sotto dettatura.

    Con tale approccio la lezione punta a coinvolgere anche lo studente disattento, che deve mettere alla prova il proprio buon senso, analizzare gli “appunti già pronti” e capire cos’è necessario cambiare.

    Ha dunque senso iniziare la lezione con gli appunti già pronti in mano? Decisamente sì, soprattutto se c’è una sfida nascosta. 

  • I DSA non possono prendere più di 7

    I DSA non possono prendere più di 7

    Dott. Jacopo Lorenzetti – 

    Siamo nel mio studio. Davanti a me c’è Luca, prima superiore, che ha preso cinque e mezzo di verifica d’inglese (d’altronde il suo DSA grave gli ha sempre creato problemi con le lingue straniere) e mi racconta con grande lucidità lo scambio di battute che ha avuto con l’insegnante.

    Non è un gran polemico -a dirla tutta, apre bocca solo per partecipare alle lezioni di scienze umane e fisica- ma il dubbio gli è sorto guardando la verifica della propria compagna, anch’essa con DSA, che senza correzioni ha preso 7.

    “Subito non volevo chiedere niente perché non volevo rischiare di litigare davanti a tutti e perché, avendo preso io 5 e mezzo, poteva dirmi che era solo una polemica”. Poi però Luca l’ha chiesto lo stesso. In modo cortese e con genuino interesse.

    Io non c’ero in classe e non so cosa rispose l’insegnante, ma il messaggio che arrivato a Luca è stato “ai DSA non posso dare più di 7”.

    Non è la prima volta che succede. Anche cinque o sei anni fa le famiglie venivano a cercare noi specialisti chiedendo “è vero che ai DSA non si può dare più di 6?” oppure “è vero che i DSA non possono essere bocciati?”. Aldilà del fatto che no, non è vero, perché i DSA sono persone come tutti gli altri e hanno il diritto di ricevere una valutazione che sia reale specchio del loro stato di preparazione…il punto è che Luca e la sua famiglia hanno lavorato anni con me e facendo un determinato percorso hanno raggiunto un alto livello di consapevolezza della situazione. Lui, che da piccolo si nascondeva fisicamente dietro ai compagni per paura di leggere davanti alla maestra, adesso è un ragazzo eccezionale di 14 anni con una buona media ad ingresso superiori, un grande interesse per le scienze umane e un modo di fare con le persone che farebbe invidia ad un educatore professionista.

    Ed è per questo che sentendosi dire da un adulto “ai DSA non posso dare più di 7”, rimane spiazzato. Perché lui sa che non è così.

    A questo punto, però, Luca mi colpisce. Mi dice che non è arrabbiato con la prof, anzi: la capisce. Dice che probabilmente non ha fatto un corso per imparare a strutturare le verifiche per i DSA. Che gliela accorcia solamente e quindi lei stessa, quando poi la corregge, si trova in difficoltà, perché non sa valutarlo.

    Cosa succede allora? Mi guarda e dice “Allora a questo punto voglio fare la verifica come gli altri, almeno se faccio tanti errori uguale, mi penalizzano meno”.

    E poi, noi insegnanti, ci lamentiamo perché i ragazzi rifiutano le misure dispensative! 

  • Screening per DSA o no?

    Screening per DSA o no?

    Si sente spesso parlare di progetti di screening svolti a scuola e ci sono diverse posizioni a riguardo. Chi si dichiara non favorevole per paura che il proprio figlio o alunno venga etichettato e chi invece ne è un forte sostenitore. Spesso la confusione deriva dal fatto che vi è una scarsa conoscenza di cosa sia lo screening e dei suoi scopi.

    Vediamo di capire di cosa si tratta. Innanzitutto lo screening a scuola è una metodologia di rilevazione, condotta usando test oggettivi, che è in grado di valutare il livello di sviluppo degli apprendimenti di base (lettura, scrittura e calcolo). Tra l’altro le Linee guida per il diritto allo studio degli alunni con disturbi specifici di apprendimento allegate al Decreto ministeriale del 12 luglio 2011 attribuiscono grandissima importanza al tema della prevenzione, precisamente dicono che “non necessariamente si deve ricorrere a strumenti appositi, ma può bastare, almeno in una prima fase, far riferimento all’osservazione delle prestazioni nei vari ambiti di apprendimento interessati dal disturbo: lettura, scrittura, calcolo“. Le Linee Guida sostengono anche che dopo questa prima fase, svolta dai docenti, di osservazione delle prestazioni atipiche degli alunni, è fondamentale attivare delle attività di recupero mirato. Solo se, dopo queste attività, l’alunno rimane in difficoltà è opportuno suggerire alla famiglia un approfondimento diagnostico. Quindi lo screening non pretende di evidenziare con certezza un disturbo né di effettuare una diagnosi, ma solo di individuare con una certa attendibilità gli studenti a rischio per un possibile DSA. Questo sfata il mito che lo screening sia una rincorsa alla diagnosi; tutt’altro, è invece un modo per cercare di limitare la valutazione diagnostica a solo quelle situazioni in cui al bambino non sembra bastare un intervento preventivo svolto in classe.

    Ma vediamo perché è importante dunque svolgere uno screening a scuola?

    1. Permette di attivare un intervento precoce: è dimostrato che le difficoltà si riducono se si interviene precocemente nell’individuare i fattori di rischio e nel potenziare le abilità carenti. Inoltre esistono finestre evolutive cruciali per alcune competenze: periodi ideali e decisivi di sviluppo, in cui una data abilità è destinata ad emergere ed evolvere.
    2. Consente di evitare le diagnosi tardive: più avanti nel tempo verrà effettuata la diagnosi di DSA e maggiori saranno le ripercussioni emotive sull’alunno. Inoltre impostare un eventuale PDP fin dalla primaria, facilita l’accettazione delle misure compensative e dispensative negli anni successivi.
    3. Consente di creare un dialogo costruttivo con la famiglia: se il docente fa presente ai genitori che ci sono segnali di rischio da tenere monitorati, tutti quanti lavoreranno nella stessa direzione per il benessere del bambino e la famiglia non riceverà “una doccia fredda” se successivamente gli verrà comunicato che si consiglia di procedere con una valutazione diagnostica.
    4. Permette di agire in un contesto familiare per il bambino: sia lo screening che gli eventuali interventi di potenziamento, se condotti a scuola, vengono vissuti con maggiore naturalezza dagli alunni.

    Per una maggior efficacia dello screening, si consiglia ai docenti di usare test oggettivi, su cui siano adeguatamente formati grazie a progetti svolti in collaborazione con operatori sanitari specializzati, che consentano di ottenere risultati maggiormente affidabili nel riconoscimento precoce di possibili DSA e poi di programmare degli interventi didattici più precisi. Tutto ciò ridurrà il rischio di falsi positivi (alunni che sembrano avere indicatori di rischio ma che in realtà sono dovuti a carenze didattiche, ansia da prestazione, ecc) e falsi negativi (mancata individuazione degli studenti che presentano un DSA) .

  • Perché è così importante la memoria di lavoro?

    Perché è così importante la memoria di lavoro?

    Dott. Jacopo Lorenzetti ​- 

    La memoria di lavoro (working memory) gioca un ruolo fondamentale in processi cognitivi semplici e complessi.
    Ogni giorno viene usata anche nella banalità della routine quotidiana: leggere gli articoli di un giornale, calcolare l’ammontare della spesa al supermercato, confrontare mentalmente pro e contro di diverse offerte di lavoro o magari le più svariate e possibili combinazioni per riarredare il proprio salotto. Tutti questi compiti cognitivi richiedono la capacità di mantenere delle informazioni “attive” in memoria, senza le quali è difficile giungere alla migliore risposta possibile. Questa è quindi la memoria di lavoro.
    Partendo dalla teoria di Baddeley (1986), sono stati sviluppati numerosissimi modelli, alcuni anche in conflitto tra loro, per spiegarne le dinamiche, e non si è ancora giunti ad una spiegazione universalmente accettata. C’è chi la descrive come l’insieme di più componenti o “magazzini” (Baddeley e Logie, 1999), chi la considera una “porzione attivata della memoria a lungo termine” (Cowan, 1988, 1995). E c’è anche chi parla di “memoria di lavoro a lungo termine” (Erikson & Kintsch, 1995).

    È dunque possibile migliorare una facoltà così importante del nostro cervello?
    Sì, ed è anche consigliato: infatti chi ha difficoltà scolastiche (DSA e BES) spesso ha anche difficoltà di memoria di lavoro. Inoltre è una delle prime funzioni che iniziano a decadere in età anziana. Ecco alcuni esempi di “training”:

    • Training personalizzato effettuato da uno psicologo riabilitatore, in studio, che prevede un incontro intensivo una volta a settimana e altri esercizi da svolgere a casa propria;
    • Training computerizzato a distanza con programmi specifici come il protocollo Cogmed (più di 100 studi ne dimostrano l’efficacia): http://www.centroleonardo-psicologia.net/cogmed.html
    • Training “misti”, sia in studio che a distanza, supportati anche da programmi per computer o tablet.
  • Il peggior nemico dello studente con DSA: l’impotenza appresa.

    Il peggior nemico dello studente con DSA: l’impotenza appresa.

    Dott.ssa Shaula Verna – 

    Quante volte ci è capitato di pensare o abbiamo sentito dire: “non sono capace” oppure “è inutile tentare” o ancora “ci ho già provato e non riesco”? Questi pensieri spesso bloccano la persona e le impediscono di affrontare situazioni che sarebbe in realtà capace di gestire.
    Martin Seligman, psicologo statunitense, diede il nome di Impotenza Appresa a quella sensazione di sfiducia persistente e totalizzante, che porta a desistere dall’affrontare un problema o una situazione in virtù del fatto che in passato sono state affrontate situazioni simili con esito negativo.
    L’impotenza appresa è spesso determinata dal contesto e da fattori esterni. A volte si può “apprendere” che la situazione non si può controllare e si ha la convinzione che l’esito non dipenda da noi stessi, con la conseguenza che non si prova nemmeno più ad affrontarla. Questa sensazione di non poter farci nulla, il credere che gli eventi accadano senza poter esercitare un controllo, determina il nome “impotenza” ed è una sensazione che genera emozioni molto negative.
    Pensiamo ad un ragazzo che, in seguito ad una serie di brutti voti, decida che non valga più la pena studiare, esercitarsi e impegnarsi, perché crede che tanto non servirà a nulla e si convince che non ce la farà. L’impotenza appresa può colpire tutti gli studenti, ma è spesso presente purtroppo in alunni con DSA o altre difficoltà di apprendimento. Infatti coloro che affrontano la scuola valutando di poter intervenire sui risultati negativi, saranno meno inclini all’impotenza appresa, perché, anche in seguito a un insuccesso, saranno portati a ritentare.
    E’ importante quindi in ogni situazione negativa, aiutare lo studente a comprendere a cosa sia dovuto il risultato (al poco impegno? alla difficoltà dell’argomento? ad un mal di pancia sopraggiunto durante la verifica? all’ansia che annebbia il pensiero?); è utile aiutarlo a riflettere, a capire per esempio se mettendo in atto strategie diverse, avrebbe potuto ottenere un altro esito. A un ragazzino che ha perso la speranza verso qualche materia scolastica (di solito la matematica è quella che più facilmente genera impotenza appresa), è importante far notare ogni piccolo miglioramento o cambiamento e sostenere tutti gli sforzi, per ricostruire la fiducia nelle proprie possibilità e così combattere la terribile sensazione di impotenza appresa.

  • Nota: “L’alunno è troppo distratto”

    Nota: “L’alunno è troppo distratto”

    Dott. Jacopo Lorenzetti – 

    Le note sul registro possono diventare, talvolta, un’arte. 

    “Comportamento poco da gentiluomo” resta una delle preferite incontrate nella mia carriera di specialista (1° media). Trovo anche interessante la diversità di reazioni che una nota sul diario può suscitare nello studente: c’è quello che la nega, quello che se ne vanta, quello che piange. C’è quello che la nasconde abilmente, anche per giorni, mesi, anni. E poi il giorno del diploma, colpito dal senso di colpa maturato con la maggiore età, esplode e confessa la verità.
    C’è quello che tenta di esporre l’accaduto alla mamma sfoggiando grandi abilità narrative ed intrecci degni di Stephen King, tutto per dire che “alla fine, mamma, la mano che ha lanciato il panino contro la lavagna, anche se lo sembrava, non era la mia”.
    Io stesso ricordo una nota presa nell’ora di musica: “Lorenzo disturba”. Al che, tronfio (e consapevole di chiamarmi Jacopo), la presentai a mia madre: “Hai visto, mamma? Ho un compagno chiamato Lorenzo che disturba”. E lei: “Non hai nessun compagno chiamato Lorenzo. Fai correggere la nota dalla tua professoressa e comportati meglio”.
    Vorrei però coinvolgere chi ha l’occasione di leggermi, in un’importante riflessione sul linguaggio utilizzato in queste note. La ricerca sui disturbi del comportamento e dell’attenzione come l’ADHD, ci dice che determinati tipi di rimproveri possono diventare addirittura degli incoraggiamenti. Genitori e insegnanti lo sanno bene, quando inizia quel circolo vizioso per cui ogni nota sul comportamento disturbante diventa una “tacca” nel curriculum dell’alunno iperattivo. E ne forma anche l’identità, diventando un’etichetta da cui è difficile liberarsi, incoraggiando il comportamento disturbante: “Io sono uno che disturba. E’ anche scritto qui”.
    Un altro esempio: l’alunno che si distrae. Si consiglia di evitare il giudizio di “alunno distratto/bella addormentata/sognatore”: alcune tipologie di persone, non necessariamente con ADHD, hanno difficoltà di attenzione oppure lievi forme di iperattività, per cui faticano a mantenere la concentrazione e sentono il bisogno di rivolgere la loro energia altrove. Anche solo temporaneamente.
    Per questo motivo nascono oggetti antistress, penne da dondolare o fidget spinner (di cui ho già parlato ampiamente in una newsletter di qualche mese fa): alcuni alunni devono per forza distrarsi. Che fare, dunque? Se l’insegnante sa che il suo alunno ha difficoltà di questo tipo, consigliamo di evitare di punire comportamenti disattenti (a meno che non siano disturbanti), in quanto rappresentano, in verità, una strategia di gestione dell’ansia, che se “punita” può far nascere il bisogno allo studente di interromperla e di ricorrere a strategie ben peggiori e più disturbanti.
    Che linguaggio usare, quindi, nelle note? Evitare i divieti. Spronare il comportamento positivo.
    “Interrompe gli altri e parla senza alzare la mano” può diventare un “Cerca di alzare più spesso la mano quando vuoi partecipare”.
    Cambia poco dal punto di vista semantico, ma moltissimo da quello psicologico. E costa così poco.

  • Perché ha poco senso dire “Stai più attento!”

    Perché ha poco senso dire “Stai più attento!”

    Quante volte avete detto questa frase ai vostri figli/alunni o quante volte ve la siete sentita rivolgere? Bè, in queste righe capirete perché questa frase tanto utilizzata non abbia davvero tanto senso.
    In primo luogo, chiediamoci se sia giusto prestare attenzione nel momento in cui la persona che sta parlando affronta un argomento noioso.
    Dopotutto, anche un cervello ben organizzato resiste al prestare attenzione ad un argomento che non interessa. Succede a tutti, giusto?
    Ma può purtroppo capitare anche che l’informazione sia interessante e importante, ma il nostro funzionamento cognitivo non ci consenta di prestarvi attenzione per un lungo tempo.

    Di seguito un esempio di un’abilità cognitiva di base che normalmente viene data per scontata, se l’abbiamo, e una riflessione su come può influenzare il prestare attenzione in caso contrario.

    Se la nostra attenzione selettiva è ben funzionante ed efficiente, quando ascoltiamo qualcuno che parla, riusciamo ad assegnare automaticamente le priorità e filtriamo le sensazioni estranee ponendole sullo “sfondo” (per esempio la lavatrice che gira, il rumore delle auto per strada che proviene dalla finestra, il ticchettio di un orologio da parete, ecc.). Inviamo dunque solo le informazioni importanti alla corteccia e ciò rende quindi più facile concentrarsi sull’attività da svolgere.

    Al contrario, quando siamo deboli in questa abilità, il nostro cervello viene bombardato da troppe informazioni sensoriali. Così deve prima indirizzare la sua attenzione su quella onda di stimoli sensoriali, mentre cerca di risolvere ciò che è importante e ciò che non lo è.

    Immaginate quindi che fatica stare attenti alla lezione di storia con tutti i rumori distraenti che ci sono in una classe, se non riusciamo a filtrarli e a metterli in secondo piano! La voce dell’insegnante avrà la stessa importanza per noi del tamburellio delle dita del compagno di banco, della pioggia che batte sulla finestra, degli starnuti del compagno seduto dietro, ecc.

    Solo se ci rendiamo conto che il cervello di una persona potrebbe non funzionare nello stesso modo per tutti, inizieremo veramente a capire come l’attenzione non sia sempre una scelta, e che il messaggio “stai attento” può essere molto frustrante per chi lo riceve.

    Ecco perché bisognerebbe cercare di evitare di usare quella frase con i nostri figli e alunni.
    E si potrebbe anche fare un passo in più, per esempio chiedendosi: cosa posso fare per essere maggiormente ascoltato? Come rendere più interessante quello che dico?
    Questo è un modo di pensare molto diverso rispetto al dire: io parlo e mi aspetto che gli altri mi ascoltino e basta.
    Questo modo di pensare, davvero innovativo, mette al centro chi parla, e non solo chi ascolta, forzandolo a pensare a come rendere facile da ascoltare ciò che vuole condividere.
    Pensate cosa succederebbe se tutti fossero d’accordo nel non usare più la frase “Stai attento” e, invece, si concentrassero su come coinvolgere gli altri quando si condividono le informazioni? Con questa mentalità, come potrebbe essere diversa la scuola? Quanto la vita famigliare potrebbe essere diversa? Quanti bambini sarebbero felici di questo cambiamento di pensiero?

    Forse è ora di scoprirlo.