Tag: DSA

  • 8 consigli per la disnomia

    8 consigli per la disnomia

    Con il termine disnomia si intende la difficoltà di richiamare in memoria una parola…la cosiddetta “parola sulla punta della lingua.”
    In infanzia la disnomia può essere collegata ad un disturbo del linguaggio o dell’apprendimento, come la dislessia, dato che quest’ultima ostacola anche le abilità linguistiche.
    Diamo perciò alcuni consigli per incentivare il ricordo delle parole:
    1. “Girare intorno” alla parola che si vuole dire, cercando di farla comprendere attraverso la descrizione della stessa, così da agevolare chi ascolta ad individuarla;
    2. “Dire ad alta voce l’alfabeto”. Ripercorrere le lettere in ordine alfabetico pensando alla parola che non viene in mente, può infatti aiutare a ricordare il suono con cui questa inizia;
    3. Cercare ed usare dei sinonimi, parole con il medesimo significato;
    4. Immaginare e visualizzare la parola scritta su un foglio, per agevolare il suo richiamo alla mente;
    5. Associare una qualità o un’idea alla parola a cui stiamo pensando. Per esempio per ricordare la parola “aspro”, potrebbe essere utile pensare al limone;
    7. Utilizzare le rime. Per esempio pensando al fiore della genziana, si può collegare ad un parente di nome Tiziana;
    8. Utilizzare associazioni visive, concentrandosi sugli elementi e sulle caratteristiche proprie della parola a cui vogliamo fare riferimento.

     

  • 10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe

    10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe

    Per aiutare gli studenti dislessici in classe, possono essere seguiti alcuni consigli utili:
    1. É importante fornire tempo extra per tutti i compiti che vengono assegnati e permettere allo studente di lavorare in un posto tranquillo, diminuendo così le possibili distrazioni e testando continuamente la positività delle soluzioni individuate.
    2. Ridurre la quantità di parole su cui far lavorare lo studente nei compiti ortografici.
    3. Fornire diversi modi con cui uno studente possa dimostrare la propria comprensione, attraverso per esempio interrogazioni orali, progetti o video, avvalendosi anche di apparecchiature elettroniche. Gli strumenti compensativi sono fondamentali per aiutare il bambino a rendersi più autonomo nello studio.
    4. Non chiedere allo studente di leggere ad alta voce in classe. La dislessia comporta una minore correttezza e rapidità della lettura a voce alta, per cui chiedere di leggere a voce alta potrebbe mettere a disagio il bambino di fronte ai pari. Tale richiesta può essere sostituita con altre attività, senza ridurre per questo l’impegno, ma cambiandone solamente le modalità.
    5. Per gestire le difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, presenti nella dislessia, è utile suddividere i compiti in diverse parti.
    6. Risulta efficace, durante le attività a scuola e a casa, ridurre l’ingombro di oggetti non necessari, diminuendo così le possibili distrazioni.
    7. Fornire in anticipo uno schema e degli appunti sulle lezioni che si terranno in classe, in modo da organizzare e fornire una guida allo studio.
    8. Evitare di penalizzare uno studente con dislessia per quanto riguarda l’ortografia, ambito in cui può risultare deficitario. Si potrebbe perciò fornire una doppia valutazione, una per il contenuto e una per l’ortografia.
    9. Cercare di utilizzare indicazioni orali o indicazioni scritte semplificate.
    10. Ridurre le attività che richiedono l’utilizzo di “carta e matita”.

  • Laboratori per promuovere l’autonomia di studenti con DSA o BES

    Laboratori per promuovere l’autonomia di studenti con DSA o BES

    Negli ultimi anni, gli specialisti hanno sviluppato, progettato ed organizzato diversi laboratori col fine di promuovere l’autonomia e sostenere il percorso formativo in studenti con DSA o BES.
    In questi laboratori si lavora per acquisire un metodo di studio funzionale, approfondire le strategie didattiche, utilizzare strumenti tecnologici compensativi avanzati, valorizzare le abilità di ogni studente seguendo i bisogni specifici di ogni partecipante, con l’obiettivo di implementare l’autonomia nello studio e nella realizzazione dei compiti scolastici.
    I laboratori si tengono sotto la guida di uno psicologo responsabile, che coordina un gruppo di studenti insieme ad uno o più colleghi. Ogni incontro dura solitamente due ore. I gruppi di studenti sono costituiti tenendo in considerazione alcuni elementi come: età, grado di scuola frequentata e difficoltà specifiche.
    In un tipico incontro di laboratorio si inizia con una sessione di condivisione, in cui tutti prendono posto intorno ad un tavolo e ognuno ha la possibilità di esprimere i propri vissuti scolastici inerenti la settimana trascorsa: le valutazioni, le impressioni sulle lezioni, il rapporto con i pari e con i professori, i compiti che sono da fare durante il laboratorio.
    Terminata la condivisione, ci si divide nelle diverse postazioni disponibili in modo che ognuno abbia la possibilità di avere un proprio spazio di lavoro, favorendo così la concentrazione. Lo psicologo e i colleghi seguono i ragazzi osservando il loro metodo di studio, consigliando alcune strategie utili e facilitanti per elaborare, comprendere e memorizzare meglio ciò che stanno studiando. Si concordano insieme allo studente anche piani di organizzazione dello studio settimanale.
    Durante ogni laboratorio si effettua un momento di pausa guidata, in cui, attraverso momenti di gioco, vengono coinvolti tutti i ragazzi, creando dinamiche positive di gruppo.
    L’obiettivo prioritario è quello di fornire uno spazio in cui poter sperimentare un approccio efficace allo studio, la possibilità di avere un confronto significativo fra pari e l’applicazione di tutte quelle strategie che portano al riconoscimento e all’arricchimento delle qualità sociali, accademiche e comunicative, di ogni singolo studente.

    Per avere più informazioni sui Laboratori in corso al Centro Leonardo, clicca qui.

     

  • Studenti dislessici e apprendimento della lingua inglese: 5 strategie efficaci

    Studenti dislessici e apprendimento della lingua inglese: 5 strategie efficaci

    Il tempo trascorso a scuola rappresenta una parte significativa nello sviluppo di un bambino. Come insegnante aiutare il percorso accademico di uno studente dislessico è da considerarsi un’opportunità, che richiede l’adozione di prassi ad hoc innovative.
    Relativamente alla lingua inglese sono stati effettuati degli studi che hanno portato ad evidenziare alcune strategie efficaci:
    1) L’apprendimento multisensoriale. Attraverso i sensi si può aiutare lo studente ad assimilare e elaborare più facilmente le informazioni. Ad esempio, in alcune attività, si potrebbero scrivere parole o frasi con l’utilizzo di materiali tattili, come colla, pasta, perline, ecc.
    2) L’utilizzo di tecnologie e strumenti compensativi. Ad esempio il “Controllo ortografico tascabile”, grazie al quale si scrive una parola come si pensa sia giusto e il correttore integrato penserà a restituire foneticamente l’ortografia corretta; oppure i “Line readers”, grazie ai quale si può ingrandire la porzione di testo che si sta leggendo su strumenti elettronici, ed infine la “Tastiera colorata”, con lettere più grandi, che rende la digitazione più accessibile.
    3) Fornire allo studente un foglio contenente le informazioni chiave sugli argomenti che verranno trattati in classe. Questo permette allo studente di evitare lo stress di dover copiare tutto prima che venga cancellato dalla lavagna. Per diminuire lo stress, è anche importante concedere più tempo al bambino per completare i compiti, mettendo sempre in primo piano l’impegno piuttosto che il solo risultato finale.
    4) Utilizzare le nuove app e i siti utili. Questi sono stati progettati appositamente per aiutare gli studenti dislessici nell’apprendimento.
    5) Collaborare con i genitori. Attraverso regolari incontri, si possono spiegare le strategie adottate, così da renderle utilizzabili anche a casa. La condivisione delle conoscenze risulta davvero importante per aiutare il bambino nell’apprendimento scolastico.

     

  • La dislessia e la gestione del tempo

    La dislessia e la gestione del tempo

    La gestione del tempo è uno degli aspetti cruciali che differenzia le persone con dislessia da quelle che non presentano disturbi specifici dell’apprendimento. Con questo concetto si fa riferimento alla capacità di saper organizzare adeguatamente le proprie attività e di saper apportare il giusto livello di attenzione al compito, un aspetto che molte volte può risultare estremamente difficile per il bambino e per l’adulto dislessico. 
    Una caratteristica comune della dislessia è la richiesta di una maggiore quantità di tempo per effettuare i vari compiti e le mansioni quotidiane: spesso questa possibilità non può essere garantita e chi ha la dislessia potrebbe arrivare a manifestare ansia e ad avere paura di non essere sufficientemente competente, commettendo errori e a rinunciare ai compiti. Un numero eccessivo di impegni è difficilmente gestibile da chi ha un DSA come questo, poiché la tendenza è quella di ragionare sulle attività nella loro globalità, arrivando ad avere solo confusione, e senza riflettere su quella singola. In ambito scolastico, questo problema viene gestito attraverso la personalizzazione del piano di studi, che ha l’obiettivo di sostenere il bambino o il ragazzo a organizzare i propri compiti e attività: per esempio concedendogli del tempo in più per la consegna delle verifiche rispetto ai compagni o portando gli insegnanti a calibrare i carichi di lavoro da fornire all’alunno. In tutte le altre situazioni quotidiane, la gestione del tempo rimane cruciale per chi presenta la dislessia: può succedere che la persona si dimentichi di un appuntamento arrivando in estremo ritardo o non presentandosi affatto, generando situazioni che possono mettere a disagio sia la persona stessa, sia i coetanei o gli amici. È molto importante, dunque, aiutare sin da subito chi presenta queste difficoltà, fornendo spiegazioni sul funzionamento mentale tipico della dislessia e su quali possono essere i metodi migliori per l’organizzazione quotidiana del proprio tempo. Di solito, le persone dislessiche hanno la tendenza a non riflettere sulle azioni necessarie per iniziare e completare un compito in un determinato momento o per giungere puntuali a un appuntamento: immaginano l’ora precisa in cui dovranno concludere il lavoro o arrivare al luogo d’incontro, senza considerare che prima sono necessari altri passaggi che richiedono del tempo (prepararsi, guidare, prendere il treno, organizzare il lavoro, ecc…). Si può quindi favorire l’abitudine a considerare in anticipo tutto ciò che è necessario per svolgere una certa attività, stilando una lista o facendo un elenco nel quale siano presenti gli orari e i momenti della giornata idonei per il suo lo svolgimento. In questo modo risulta più semplice l’organizzazione quotidiana dei propri impegni e soprattutto la persona è in grado di considerare singolarmente le varie attività e a valutarle una per una senza andare in confusione e senza dovervi rinunciare.

     

  • Imparare le lingue attraverso le mappe concettuali

    Imparare le lingue attraverso le mappe concettuali

    Imparare una lingua diversa dalla propria può essere molto complicato, bisogna imparare un’infinità di termini nuovi mai sentiti, capire ed applicare le regole grammaticali e anche imparare la giusta pronuncia da usare. Tuttavia in questo percorso impervio è possibile utilizzare qualche scorciatoia per rendere il più semplice possibile lo studio di una nuova lingua: un aiuto concreto in questi casi può essere quello di ricorrere alle mappe concettuali.
    Le mappe concettuali sono uno strumento prezioso per memorizzare le informazioni a lungo termine, esattamente ciò che richiede l’apprendimento di una lingua. Sono costruite come una sorta di diagramma con raggi, che si espandono dall’idea centrale o dall’argomento principale, non contengono intere frasi ma parole chiave o addirittura immagini che richiamano le frasi o le definizioni in questione. Risulta importante per la memorizzazione anche l’uso di diversi colori a seconda dell’importanza dell’argomento. Queste mappe inquadrano le idee e i concetti da memorizzare, assegnando loro un significato, mentre si studiano, e connettendoli alla rete di conoscenze già presente in memoria. In questo modo si aggiungono nozioni ad un disegno più ampio invece di accatastarle senza un preciso ordine nella memoria, facilitandone così il passaggio nella memoria a lungo termine. In particolare le mappe concettuali hanno precise caratteristiche che le rendono migliori rispetto ad un metodo di studio tradizionale: attivano la mente tramite colori e immagini, filtrano solo le informazioni utili allo scopo, organizzano la conoscenza a più livelli, permettono di dividere le informazioni in piccole parti e ricomporle in concetti nuovi ed infine rendono l’apprendimento molto flessibile. 

    Ma in che modo le mappe ci aiutano concretamente ad imparare una nuova lingua?
    Per quanto riguarda i vocaboli, utilizzando il metodo tradizionale di scrivere liste di parole e memorizzarle, si rende lo studio noioso e complicato, senza stimoli interessanti che aiutino a ricordarsi più facilmente le cose. Utilizzando invece le mappe concettuali (soprattutto quelle digitali) si può aiutare il cervello a memorizzare un maggior numero di vocaboli, creando tra essi o tra gruppi di essi connessioni per facilitarne la memorizzazione. Ad esempio con le mappe digitali è possibile creare categorie di vocaboli, come ad esempio “cibo” o “vestiti”, e aprendo queste categorie/gruppi si possono trovare altri sottogruppi e così via. Inoltre le sottocategorie possono unirsi se appartengono ad un gruppo più ampio: per esempio i vocaboli “dolci”, “frutta”, “carne”, appartengono agli alimenti in lingua tedesca. È anche possibile aggiungere foto, frasi e persino la pronuncia ad ogni vocabolo per aiutare ulteriormente la memoria.
    Come per i vocaboli, le mappe concettuali digitali sono un ottimo strumento anche per imparare le regole grammaticali di una lingua: è possibile infatti avere una visione generale di tutte le regole esistenti e connetterle tra loro con link per facilitarne l’uso e l’apprendimento, sempre arricchendo la mappa con esempi ed eccezioni del caso.

    Questo metodo di studio, quindi, rispetto a quello tradizionale mostra un numero davvero interessante di vantaggi, dalla semplicità dell’uso all’efficacia in termini di aiuti per memorizzare: perciò perché non provarlo?

     

  • Strategie pratiche per insegnare la revisione efficace ad uno studente con DSA

    Strategie pratiche per insegnare la revisione efficace ad uno studente con DSA

    Per gli studenti con DSA e bisogni educativi speciali può essere molto difficile rivedere i loro testi scritti e rileggerli per capire gli eventuali errori. Un aiuto concreto in questi casi può senza dubbio essere rappresentato dagli insegnanti: questi ultimi devono avere una conoscenza approfondita dello studente e utilizzare un programma di insegnamento a step per fornire un concreto aiuto.

    Insegnare agli studenti con BES la revisione è una parte importante del processo di scrittura, inoltre offre l’opportunità di riflettere più attentamente su ciò che si è scritto e più in generale sul modo di scrivere, per assumere uno spirito critico verificando se ciò che si è scritto corrisponde al messaggio che si voleva trasmettere.
    Per insegnare il processo di revisione è importante utilizzare l’istruzione strategica, ad esempio dividendo i testi da studiare in parti più brevi e associando ai concetti presenti immagini per facilitarne la memorizzazione. Le immagini, le mappe mentali e i diagrammi sono spesso fondamentali per gli studenti con difficoltà di apprendimento al fine di raggruppare le informazioni in aree specifiche.
    Anche il permettere agli studenti di lavorare in coppia risulta molto utile, per aiutarli a ragionare con un coetaneo su ciò che hanno letto, oltre che a potersi porre domande reciprocamente e/o di porle all’insegnante. Questo programma di feedback è molto efficace per rafforzare le abilità di revisione e spinge gli studenti con DSA e BES ad una maggiore indipendenza nella revisione dei propri elaborati scritti e nello studio di testi nuovi.

    Dunque le parole chiave, gli schemi e le immagini mentali sono preziose per gli studenti con disturbi dell’apprendimento; gli insegnanti e gli esperti nel campo dell’apprendimento che mettono in pratica queste strategie forniscono loro un concreto aiuto, facilitando notevolmente compiti che per un ragazzo con DSA sarebbero molto complessi.

     

  • Si parla tanto di dislessia in età evolutiva, ma com’è la vita del dislessico adulto?

    Si parla tanto di dislessia in età evolutiva, ma com’è la vita del dislessico adulto?

    Tutti abbiamo sentito parlare di dislessia e di disturbi della lettura, chi tramite compagno di classe a scuola, chi come genitore per il compagno di scuola del proprio figlio o per il figlio di qualche conoscente. Ma di dislessia in età adulta se ne sente parlare? Molto poco. Raramente infatti si sente trattare l’argomento della dislessia oltre l’adolescenza, eppure questo disturbo spesso persiste nell’età adulta e può influenzare anche in maniera significativa il corso della vita.

    La dislessia in genere è diagnosticata in infanzia ed è una condizione che fa parte dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Si tratta di un disturbo molto variabile da persona a persona, che può rendere molto difficile la lettura e di conseguenza l’apprendimento. Nonostante questo le persone affette da dislessia hanno il potenziale, specialmente se supportate nella maniera corretta, per apprendere e conseguire risultati scolastici esattamente come coloro che non ne sono affetti.

    Si tratta di un problema che però non riguarda solo bambini e adolescenti, ma spesso, soprattutto se non trattata adeguatamente, continua ad essere compagno di vita dell’adulto. Se per il bambino o il ragazzo dislessico la lettura può essere il principale intoppo, per l’adulto può non essere così, in quanto la dislessia si modifica con la crescita della persona e assume tratti diversi. Esistono adulti dislessici che riescono a leggere senza problemi avendo sviluppato alcune strategie nel corso degli anni che, in qualche modo, aggirano i problemi di lettura, ma possono mostrare problemi di memoria, di vocabolario o di linguaggio. Gli adulti con dislessia spesso sperimentano difficoltà emotive, come bassa autostima o vergogna, e difficoltà lavorative, dato che può essere molto difficile mantenere a lungo la concentrazione su un compito e svolgere lavori dove è necessario leggere e scrivere molto. Talvolta queste persone tendono a scegliere lavori più laboratoriali manuali, nei quali la richiesta di scrivere o leggere non diventa troppo “massiccia”, in modo da mascherare le proprie difficoltà. Se non capiti, magari cercano molto spesso di tenerle nascoste anche a familiari e amici per non sentirsi giudicati, possono essere persone molto sensibili e spesso hanno figli a loro volta dislessici, verso i quali possono sentirsi in colpa per non essere in grado di aiutarli con i compiti e la lettura.

    La dislessia quindi smette di esistere superata una certa età? Chiaramente no, semplicemente assume forme diverse e può essere superata con i giusti strumenti.

     

  • La disortografia

    La disortografia

    Cos’è?

    La disortografia fa parte dei DSA ed è caratterizzata da difficoltà nell’acquisizione del processo di scrittura, con scarse capacità ad assimilare le regole grammaticali. Si presenta con errori insoliti a livello ortografico in relazione all’età anagrafica del bambino, al suo quoziente intellettivo e all’istruzione ricevuta, in assenza di alterazioni neurosensoriali che potrebbero giustificare tale difficoltà.

    Come si manifesta?
    Gli errori di un bambino disortografico possono essere di varia natura:
    1. errori di tipo fonologico, in cui non viene rispettato il rapporto grafema-fonema
    2. errori non fonologici (o errori ortografici), in cui vengono infrante le regole dell’ortografia.
    Più specificatamente, gli errori comuni comprendono omissioni di lettere o parti di una parola (“fole” per “folle”), sostituzione di grafemi (“guffia” per “cuffia”), inversione di grafemi (“al” per “la”), errori relativi alle regole ortografiche (“squola”, “quore”) ed errori di separazione o fusione di parole (“l’ago” per “lago”). 
Le caratteristiche della disortografia riguardano anche la presenza di problemi legati alla codifica di alcune parole scritte, la presenza di errori nella copiatura di parole sia dalla lavagna sia dai testi scritti, l’omissione di alcune lettere necessarie in una parola, le coniugazioni errate dei verbi, la lentezza, l’esitazione e la povertà nella scrittura.

    Quali possono essere le conseguenze? E che cos’è la comorbilità?
    La disortografia può insorgere come conseguenza del disturbo specifico della lettura, ma può manifestarsi anche isolatamente; è frequente la sua associazione con il disturbo specifico del calcolo o con precedenti difficoltà di linguaggio manifestate dal bambino. Inoltre, la presenza di disturbi dell’apprendimento tra gli altri membri della famiglia è un altro fattore importante nella fase di valutazione. In ambito scolastico, la disortografia può portare a un evidente dispendio di energie, che affatica lo studente facendolo apparire più disattento e svogliato rispetto ai compagni. Il bambino può presentare segni di demotivazione e scarsa autostima, che possono essere accompagnate da manifestazioni di ansia e da una bassa percezione del suo valore; ne deriva una forte esitazione nel fare domande all’insegnante o nell’ammettere che non hanno capito qualcosa della lezione.
Per tutte queste ragioni è necessario effettuare una valutazione approfondita non solo delle difficoltà del bambino, indagando tutti gli aspetti che possono risultare compromessi o associati, ma anche dei suoi punti di forza. La diagnosi di disortografia può essere effettuata a partire dalla fine del secondo anno della scuola primaria ed è seguita dall’attuazione di specifici trattamenti che vanno a compensare le difficoltà del bambino e che possono favorire un miglioramento del suo andamento scolastico.

     

  • La storia di Luca

    La storia di Luca

    Luca è un ragazzino di quindici anni (ha appena terminato la prima superiore) che fin da piccolo ha manifestato un disturbo del linguaggio (all’età di tre anni riusciva a dire solo cinque parole).
    Racconta sua madre: “È un ragazzo molto socievole, però non riesce a ‘pescare’ le parole giuste e comprendere le domande“, è come se dovesse confrontarsi sempre con una lingua straniera appena imparata. Il disturbo del linguaggio si manifesta, è importante sottolinearlo, sia nell’espressione orale che in quella scritta: di conseguenza le sue difficoltà si manifestano, a livello scolastico, soprattutto nelle interrogazioni orali, ma anche nel rispondere a domande aperte o scrivere temi. Per questo motivo Luca ha un “DSA” (Disturbo Specifico dell’Apprendimento).

    Il tema per Luca è un foglio bianco che non si riempirà mai se qualcuno non lo aiuta a trovare le parole con cui esprimere i pensieri che ha dentro: “Bianco lui e bianco il foglio“, scherza la madre. Per fortuna svolgendo i laboratori di gruppo, presso Centro Leonardo, con altri ragazzi non si è sentito più così solo e ha imparato a scherzare sul fatto di avere una certa forma di DSA e di poter utilizzare strumenti compensativi. Questi strumenti lo hanno aiutato nel corso della Scuola Media a trovare le parole per esprimersi al meglio.
    Purtroppo a scuola, con l’ingresso in prima superiore, si è presentata una situazione molto diversa: Luca ha smesso di nuovo di sorridere. Studiava tantissimo, molto più degli altri suoi compagni, ma non è riuscito a raggiungere più della sufficienza, in media, in una materia. Si stupiva di come i suoi compagni studiassero così poco, mentre lui passava ore sui libri per prendere poi un cinque e mezzo o sei meno. La madre racconta che per riuscire a prendere un 7 di orale, Luca deve studiare quattro giorni interi perché l’esposizione rimane un problema enorme per lui. L’impegno, dal suo punto di vista, non veniva mai premiato da una giusta valutazione e questo lo avviliva. “Mi diceva: ‘Mamma, quindi sono stupido…’ ed io, con il cuore stretto, cercavo di spiegargli che non era così” ci riferisce, con tristezza, la madre.
    Cosa dice, invece, il corpo docente?
    Il punto di vista dei professori, che si sono anche confrontati con gli specialisti che seguono la famiglia, è fermo: “aiutare” troppo è sbagliato.
    Ma c’è chi, dietro questo approccio, sembra nascondere anche mancanza di volontà o di conoscenza del problema. La sua diagnosi è sicuramente poco comune e più difficile da comprendere, perché il disturbo del linguaggio non è riconoscibile come una disgrafia o disortografia, è più fraintendibile e può essere confusa con mancanza di studio o poco impegno (o, anche, menefreghismo).
    La diagnosi scritta da una neuropsichiatra e da psicologi, condivisa poi con la scuola, è uno strumento che chiarisce la situazione e che propone strategie d’azione utili per l’inclusione di Luca.
    Il responsabile scolastico DSA e i professori hanno scelto però di non differenziare le verifiche o l’assegnazione compiti a casa, perché “deve prepararsi alle difficoltà della vita e dell’esame che dovrà sostenere fra 5 anni”.

    Quando un insegnante prepara le verifiche prestando attenzione ai DSA, non deve ridurre i contenuti. Non è consigliato semplificarle, perché il problema di Luca non è un problema di intelligenza.
    Ci sono delle strategie per calibrarle nella forma e renderle accessibili, compensando alcune difficoltà pratiche. Alcuni professori, pur apprezzando umanamente le qualità di Luca, tendevano ad utilizzare per esempio verifiche con parole mancanti da inserire (proprio il problema di Luca di recuperare le parole giuste) e, se utilizzava degli strumenti compensativi, lo criticavano.
    E Luca tornava a casa con 4: erano più i giorni di studio che i punti presi in verifica.
    Nell’esprimere i giudizi sul registro, alcuni insegnanti sembravano aver compreso alla perfezione le difficoltà caratteristiche del Disturbo del linguaggio: “l’alunno fatica ad esprimersi; rimane a lungo in silenzio dopo le domande; deve ripetere ad alta voce ed esercitarsi nell’esposizione facendo parecchio esercizio”. Nonostante la forte determinazione di Luca, quello che salta agli occhi sono le sue difficoltà di linguaggio, quasi mai l’impegno speso, per ore, sui libri.

    Il dirigente scolastico dell’Istituto Tecnico, dopo qualche mese di scuola, si è quindi “attivato”: ai genitori è stato consigliato di cambiare scuola. Perché “se non sa farcela da solo con i suoi strumenti compensativi, allora non ha posto in questa scuola”.
    Ma Luca, a dispetto della preoccupazione degli adulti che gli stavano vicino, non voleva rinunciare: ha deciso di impegnarsi il triplo, con il sostegno della sua famiglia. 

    In questo primo anno di scuola superiore Luca, insieme a sua madre e agli psicologi che lo seguono, ha combattuto una lotta durissima e, infine, è riuscito a concludere l’anno con tutti sei, tutti guadagnati con il sudore della sua fronte: promosso senza debiti.
    La speranza è che l’anno prossimo anche i professori inizino a lottare insieme a lui: il Disturbo del Linguaggio e il DSA sono difficili da includere in classe, ma forse è tempo di allargare le vedute e valorizzare questo studente con strumenti e valutazioni meritate.

    Forza, Luca! Siamo tutti con te!

    La madre di Luca si è fatta intervistare con la speranza di far riflettere su come la qualità della vita scolastica di un ragazzo possa cambiare completamente grazie a una maggiore informazione e all’utilizzo di semplici strategie (parole chiave, test a risposta multipla, utilizzo formulari e mappe gradualmente più sintetici), vincendo così l’ignoranza e il pregiudizio che, in alcune occasioni, ancora accompagnano la tematica DSA.