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  • La teoria attribuzionale nei disturbi specifici dell’apprendimento

    La teoria attribuzionale nei disturbi specifici dell’apprendimento

    Guardando retrospettivamente ad un evento, può esservi capitato di analizzare la situazione per capirne le cause, ad esempio, prendendo un brutto voto di un compito importante potreste esservi accorti che quel giorno eravate particolarmente stanchi oppure gli esercizi erano più difficili del solito. Quando cerchiamo una spiegazione a eventi, comportamenti e azioni compiamo delle attribuzioni, ma di cosa si tratta? Tendiamo ad utilizzare, a seconda del contesto, diverse modalità di interpretazione degli eventi, ma nonostante questo, possiamo rintracciare in ciascuno di noi un particolare stile attributivo, ovvero uno schema personale e stabile di attribuzioni di successi e insuccessi. Lo stile attributivo del soggetto dipende dalle sue esperienze e da ciò che ha appreso nel tempo, dunque, è costruito nel corso dello sviluppo. Le attribuzioni possono essere analizzate e studiate attraverso diversi aspetti:

    • locus of control: i fattori causali possono essere attribuiti a qualcosa che dipende dall’individuo stesso (attribuzioni interne) oppure a qualcosa che dipende dalle circostanze, dalla situazione, da altre persone (attribuzioni esterne). A seconda delle circostanze può essere più vantaggioso avere un locus interno o esterno. Un esempio è rappresentato da uno studente che può attribuire il successo del compito di matematica alle proprie capacità (interno), oppure al fatto che il compito fosse facile o alla fortuna (esterno);
    • stabilità: i fattori causali che vengono attribuiti agli eventi possono essere concepiti come qualcosa di occasionale e transitorio (instabile), oppure come qualcosa di stabile e duraturo (stabile);
    • grado di controllo: le cause degli eventi possono essere percepite come controllabili o incontrollabili da parte di ciascuno di noi.

    Lo stile attributivo è stato ampiamente studiato nei disturbi specifici dell’apprendimento, in quanto influenza l’autostima dell’individuo e la sensazione di controllo sugli eventi, ovvero la possibilità di influenzare i nostri risultati futuri. Nell’ambito dell’apprendimento, in particolare, sono stati identificate alcune attribuzioni fondamentali. Innanzitutto, si considera la sensazione di impegno, che risulta essere una causa interna, ovvero dipendente dall’individuo e quindi controllabile, per cui i risultati dipendono dal grado di impegno in una determinata attività, infatti, si tratta di una causa instabile, che può variare a seconda del momento. In secondo luogo, viene considerata la capacità personale, ovvero la percezione per cui i risultati ottenuti dipendono dall’essere o meno portati per una attività: in questo caso la causa è interna, in quanto dipende dall’individuo, ma è stabile (non modificabile) e non controllabile da parte del soggetto. Un’altra causa è legata alla facilità percepita del compito, ovvero quanto è stato difficile affrontare una certa sfida: questa può essere considerata una causa esterna e incontrollabile, in quanto non dipendente da sé e stabile, poiché caratteristica intrinseca del compito affrontato. Altro aspetto che può essere considerato nell’attribuzione è la fortuna, per cui ho raggiunto un certo obiettivo in funzione del caso, che può essere categorizzato come causa esterna, instabile e non controllabile. Infine, l’ultima attribuzione è legata alla percezione di aiuto ricevuto nell’attività o nel compito; sebbene questo aspetto possa essere controllato, si tratta di una causa esterna, in quanto dipende da altre persone ed è instabile, poiché non è sempre presente.
    Nei soggetti con disturbo specifico dell’apprendimento può essere presente uno stile attributivo basato sull’impotenza appresa, per cui i successi vengono attribuiti a fattori esterni e instabili, come ad esempio la fortuna o il fatto di avere ricevuto un aiuto, mentre i fallimenti vengono attribuiti a fattori interni e stabili, come ad esempio la propria capacità (il compito è andato male perché sono stupido/non sono capace/ non capisco). Questo profilo attributivo dipende da ripetute esperienze negative o fallimenti nel contesto scolastico, nonché esposizione persistente a critiche rispetto alle capacità dell’individuo. Infatti, tendiamo a predire e anticipare gli eventi futuri sulla base delle spiegazioni (attribuzioni) date agli eventi passati. Questo profilo attributivo può determinare deficit motivazionali, per cui viene meno la tendenza ad attivare nuovi comportamenti adattivi per far fronte alle diverse situazioni e deficit emotivi, legati ad una sensazione di frustrazione per l’incontrollabilità degli eventi. È importante dunque favorire uno stile attribuzionale funzionale nel contesto scolastico, basato prevalentemente sulla valutazione dell’importanza dell’impegno nella riuscita dei compiti e delle sfide che l’individuo si trova di fronte.

  • Misconcezioni comuni sulla dislessia

    Misconcezioni comuni sulla dislessia

    Mito n. 1: Leggere e scrivere le lettere al contrario è il segno distintivo principale della dislessia
    Fatto: alcuni bambini con dislessia scrivono le lettere al contrario mentre altri no. L’inversione delle lettere non è necessariamente un segno di dislessia. In effetti, i bambini piccoli sono soliti invertire le lettere, non è insolito vedere che confondono la b con la d o che scrivono la p al posto della q. Tuttavia, se il bambino continua a farlo alla fine della prima elementare, potrebbe essere il segnale della necessità di una valutazione.

    Mito n. 2: La dislessia si manifesta solo alle elementari
    Fatto: i segni della dislessia possono manifestarsi già in età prescolare, o anche prima, questo perché la dislessia può influenzare le abilità linguistiche che sono essenziali per la lettura. Alcuni segnali che indicano che un bambino in età prescolare può essere a rischio di dislessia sono ad esempio la difficoltà a fare le rime e l’essere un “parlatore tardivo”.

    Mito n. 3: I bambini con dislessia devono solo sforzarsi di più per leggere
    Fatto: le ricerche dimostrano che il cervello funziona in modo diverso nei bambini con dislessia. Lo sforzo però non ha nulla a che fare con questo. È il tipo di istruzione che fa la differenza, non l’impegno dei bambini, con una buona istruzione e una buona pratica, i bambini con dislessia possono ottenere miglioramenti duraturi nella lettura

    Mito n. 4: la dislessia scompare quando i bambini imparano a leggere
    Fatto: l’intervento fa una grande differenza nell’aiutare i bambini con dislessia a imparare a leggere. Ma essere in grado di leggere non significa che la dislessia sia scomparsa. La dislessia è una differenza di apprendimento che dura tutta la vita e che può influenzare più delle semplici capacità di lettura di base. Oltre a rendere difficile la decodifica, la dislessia può rendere difficile la lettura fluente, può avere un impatto sulla capacità dei bambini di comprendere ciò che hanno letto e inoltre, i bambini possono continuare a lottare con l’ortografia e la scrittura anche dopo aver imparato a leggere.

    Mito n. 5: la dislessia è un problema di vista
    Fatto: i problemi di vista non causano la dislessia. I bambini con dislessia non hanno più probabilità di avere problemi agli occhi o alla vista rispetto agli altri bambini. È vero che alcuni possono avere problemi di percezione visiva o di elaborazione visiva. Ciò significa che il cervello ha difficoltà a riconoscere i dettagli delle immagini e a elaborare ciò che gli occhi vedono, questi problemi possono rendere difficile la lettura. Ma non fanno parte della dislessia.

    Mito n. 6: La dislessia è causata dal fatto che non si legge abbastanza a casa
    Fatto: leggere a casa ed essere esposti alla lettura è importante per tutti i bambini ma la dislessia non è dovuta a una mancanza di esposizione, è una condizione neurologica.
     

  • Cosa provano i genitori quando viene diagnostica al figlio la dislessia?

    Cosa provano i genitori quando viene diagnostica al figlio la dislessia?

    Prima di iniziare a parlare delle cinque fasi che si affrontano per arrivare alla consapevolezza della dislessia, è molto importante sapere bene che cosa si intende, ma soprattutto a che cosa si va incontro quando si riceve una diagnosi di questo disturbo.
    La dislessia rientra nella classificazione dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Essa si manifesta con una minore correttezza e rapidità nella lettura ad alta voce rispetto a quanto atteso per età anagrafica e istruzione ricevuta. Possono, quindi, risultare più o meno deficitarie la lettura di lettere, di parole e non-parole (ovvero parole prive di significato e inesistenti nella nostra lingua, che ci costringono a una lettura “pura”, perché non possiamo intuirle e quindi leggerle correttamente con l’aiuto del contesto), di brani.
    Quando viene fatta una diagnosi di dislessia, la prima cosa che di solito si fa è andare a leggere che cosa comporta. Quello che la dislessia causa l’abbiamo scritto qualche riga sopra; quindi, dopo aver letto queste cause è normale che un genitore o comunque un tutore del bambino\a a cui è stata fatta questa diagnosi si demoralizzi e incomincia a pensare che il proprio figlio non riuscirà mai a leggere e che perderà degli anni scolastici. Con questi pensieri ci inoltriamo nella prima fase, cioè la negazione. Per i genitori è difficile accettare che il proprio figlio non riesca a leggere, ma la cosa forse ancora più difficile è non accettare il fatto di non essere stati i primi ad accorgersene. Se loro non l’avevano notato, come poteva loro figlio avere un disturbo dell’apprendimento? Il loro bambino così intelligente, che faceva sempre domande sul mondo perché era curioso.
    Con le giuste tempistiche però i genitori arrivano a capire che una diagnosi di dislessia con i giusti strumenti compensativi può garantire al bambino un’adeguata istruzione. Ma quando questo non avviene, quando la famiglia non si sente supportata, si entra nella seconda fase: la paura per il percorso scolastico futuro. Ovviamente non tutte le scuole sono carenti nell’ambito degli strumenti compensativi, ma ogni tanto è necessario che un’insegnante vada a ripassare i manuali – proprio come fanno gli studenti quando devono rispolverare argomenti che non sono stati ri-consolidati da tempo. Quando la scuola non supporta le difficoltà che emergono di un soggetto DSA, va a lenire in maniera drastica la sua autostima e gli può procurare anche degli stati ansiosi che un bambino non dovrebbe sperimentare. Un bambino che non viene seguito nella giusta maniera può tornare a casa lamentandosi di avere mal di testa, mal di pancia e arrivando addirittura a sentirsi di essere il bambino più stupido della classe. La situazione si complica ulteriormente se una volta arrivato a casa il bambino continua a non venire capito e si sente rispondere dai suoi genitori, a tutti gli sforzi che ha fatto a scuola ma anche a casa, che non ci sta provando, che non si sta impegnando abbastanza.
    Si giunge così alla fase tre: la contrattazione quando il genitore finalmente si accorge dello stato d’animo del figlio e decide di mettersi in gioco lui per primo, incominciando ad accettare il fatto che c’è un problema concreto.
    In questo modo si raggiunge la fase quattro: la demotivazione – che è però temporanea, e dobbiamo tenerlo bene a mente. È la fase durante la quale il genitore ha finalmente capito che suo figlio non riesce a leggere non perché sia pigro e svogliato ma proprio perché non ce la fa. Arrivati a questo punto è giusto prendersi un momento per elaborare il tutto, ma non è attraverso la commiserazione che la situazione migliora. Sarà, infatti, grazie alla fase cinque ovvero: l’accettazione che le cose miglioreranno. La diagnosi, in questa fase, diventa finalmente reale e tangibile e si incominciano così a fare delle cose concrete per aiutare il bambino, seguendo le indicazioni degli specialisti, che sono basate su solide esperienze e ricerche effettuate con il metodo scientifico. Avere un tutor specializzato che lo aiuti a potenziare le funzioni esecutive risultate deboli, o ad acquisire i giusti metodi di studio può fare la differenza.
    Una volta giunti, quindi, alla quinta fase e applicati i giusti strumenti e strategie si potrà vedere un cambiamento drastico nel bambino. Nel momento in cui vostro figlio inizierà a sentirsi meglio, questo succederà anche a voi.
     

  • Nascita pretermine e DSA

    Nascita pretermine e DSA

    I risultati di uno studio, che ha esaminato 922 bambini di età compresa tra sette e nove anni, ha dimostrato che non esiste una correlazione diretta tra nascite premature e discalculia. Tuttavia, gli autori hanno mostrato che l’essere piccoli per età gestazionale è un indicatore di rischio per la discalculia, che se associato ad altri fattori predisponenti come il basso livello socio-economico può sfociare in problemi in matematica.
    Questo significa che i bambini che sono nati molto pretermine, prima di 32 settimane di età gestazionale, hanno una probabilità del 39,4% di avere insufficienza matematica generale rispetto al 14,9% di quelli nati a termine (39-41 settimane).
    Mentre, il rischio dei bambini molto prematuri di incorrere in una diagnosi di discalculia è stato di 1,62 (22,6%) rispetto ai nati a termine (13,7%).
    Recentemente si è indagata l’associazione tra il basso peso alla nascita e/o prematurità e l’insorgenza di Disturbi Specifico dell’Apprendimento. L’esito associato alla presenza di questo fattore di rischio è una prestazione inferiore alla media nella lettura, nella scrittura e nel calcolo. Non sempre però questo è sufficiente per raggiungere una diagnosi significativa di DSA. Tuttavia, la Consensus Conference rileva che alla nascita pretermine si associano comunque ritardi nelle abilità di lettura, scrittura e calcolo.
    In età scolare il 50% dei bambini prematuri (< 28 settimane di gestazione) necessita di un sostegno in ambito educativo. Si è riscontrato come il QI dei bambini con basso peso alla nascita sia inferiore rispetto ai bambini nati a termine. I disturbi di apprendimento sono spesso associati, in questo caso, a compromissioni di tipo uditivo, visivo e cognitivo. Questi bambini riscontrano difficoltà nella matematica e nella lettura, che possono derivare anche da alcuni fattori sociali.
    Il DSA si riscontra nel 2% della popolazione scolastica generale, c’è, quindi, bisogno di un insegnante di sostegno o di un progetto educativo individualizzato. I bambini con il DSA tra gli “extremely preterm” sono risultati il 24%. Dunque, sotto le 28 settimane c’è un 24% di possibilità di soffrire di un disturbo dell’apprendimento.
    Secondo La Federazione logopedisti italiana, un prematuro su due presenterà ripercussioni lievi, ma invalidanti, come disturbi del linguaggio, difficoltà di apprendimento o deficit dell’attenzione e iperattività.

  • A cosa serve il tutoraggio?

    A cosa serve il tutoraggio?

    La definizione classica di tutor prevede una persona che dia istruzioni individuali o in piccoli gruppi volti all’apprendimento di uno specifico argomento/materia. Ma esistono altre sue funzioni? Il suo scopo principale è, infatti, quello di “aiutare gli studenti ad aiutare se stessi” in modo che possano diventare indipendenti. Per fare il suo lavoro, un tutor non solo ha bisogno di conoscenze relative alle materie per cui viene richiesto ma, soprattutto, deve possedere empatia, onestà, umorismo, flessibilità, e mostrare premura. Quest’ultima implica l’essere puntuali, affidabili, organizzati, pazienti, possedere strategie uniche ed entrare in relazione con lo studente. La prima è, invece, fondamentale per percepire le emozioni e le percezioni dei propri allievi per favorire la comunicazione e una relazione fondata sulla comprensione e il sostegno; quest’ultimo viene incoraggiato anche dalla presenza di apertura, ascolto e onestà, in modo da permettere agli studenti di aprirsi con facilità e discutere così dei propri problemi senza timori. Flessibilità indica, invece, la capacità di adeguarsi e adattarsi a chi si ha di fronte, rispettando le difficoltà e le esigenze dei propri studenti. Che dire dell’umorismo…l’umorismo riduce lo stress e l’ansia, mette a proprio agio e può essere utilizzato per dare valutazioni, facendo sentire meno giudicata la persona di fronte a sé. 

    Nello specifico, grazie anche a queste capacità, il tutor DSA:

    • Supporta voi genitori nei colloqui con gli insegnanti
    • “Osserva le modalità di apprendimento del bambino e il suo metodo di studio”
    • Esamina il Piano Didattico Personalizzato e può proporre modifiche
    • Struttura un percorso specifico per il potenziamento delle abilità e il raggiungimento di obiettivi
    • Tiene conto delle debolezze ma soprattutto delle risorse e punti di forza di vostro figlio per rinforzare autostima e autoefficacia
    • Supervisiona l’uso degli strumenti e delle strategie dando feedback prima, durante e dopo la fine dell’attività, sostenendo la riflessione su come portare a termine un compito e sugli strumenti utilizzati una volta concluso

    Inoltre, il tutor DSA non è un aiuto per il doposcuola o un insegnante di sostegno, ma affianca questi bambini e adolescenti per permetter loro di:

    • Acquisire un metodo di studio personale ed efficace
    • Migliorare le proprie capacità di gestione delle proprie strategie di apprendimento e studio
    • Utilizzare con migliori risultati gli strumenti compensativi e renderlo così più autonomo nella loro gestione
    • Aumentare la conoscenza relativa ad una o più materie di studio, migliorandone l’atteggiamento e l’interesse nei suoi confronti
    • Migliorare l’autostima grazie ad un aumento delle conoscenze e dell’autoefficacia
    • Aumentare la loro motivazione allo studio
    • Aumentare la convinzione che l’impegno possa cambiare le situazioni difficili
    • Imparare tecniche per prendere appunti, organizzare, rappresentare e ricordare concetti e, perché no, gestire lo stress prima di una verifica o di una interrogazione
    • Aumentare la propria consapevolezza sulle proprie strategie cognitive

    Bibliografia
    http://southcentral.edu/tutor_training/module1/index.html
    https://www.igeacps.it/tutor-dsa-ruolo/
    https://infodsa.it/disturbicognitivi/tutor-dsa

     

  • Il disturbo dell’apprendimento non verbale

    Il disturbo dell’apprendimento non verbale

    Il disturbo dell’apprendimento non verbale non è ancora riconosciuto nei manuali diagnostici e non esistono criteri univoci per descriverlo. Le line guida maggiormente utilizzate a livello internazionale sono quelle di Cornoldi, Mammarella e Fine (2016), le quali sottolineano la presenza di un deficit persistente in una o più misure di intelligenza o ragionamento non-verbale in presenza di intelligenza verbale nella norma o sopra la media. I deficit sono legati alla coordinazione fisica, al problem solving, all’organizzazione dei pensieri e all’interazione sociale. Nello specifico per quanto riguarda la coordinazione fisica, tale disturbo comporta una difficoltà nell’uso coordinato delle mani, nell’afferrare, nella scrittura nell’uso di zip, bottoni, lacci, nell’andare in bicicletta, colorare, tagliare con le forbici; sono goffi e impacciati. Questi bambini hanno difficoltà nel ricordare temporaneamente informazioni visuo-spaziali, a orientarsi, a memorizzare le informazioni visive e spaziali e nello stimare lo scorrere del tempo; faticano a generalizzare le informazioni, a capire le connessioni tra le parti e il tutto. Presentano un deficit a livello delle funzioni esecutive, con conseguenti difficoltà nel pianificare, prendere decisioni, organizzare il pensiero, stabilire una gerarchia delle informazioni e controllare gli impulsi. Queste difficoltà hanno ripercussioni sull’apprendimento scolastico, in particolare nella matematica, in scienze, geografia e nella comprensione di testi ricchi di immagini e descrizioni di ambienti fisici. Presentano infatti problemi di incolonnamento, nel prestito/ricavo, nel riconoscimento dei segni, non si orientano sulla linea dei numeri e hanno difficoltà nella comprensione del valore posizionale delle cifre; hanno difficoltà a comprendere grafici e tabelle, usare la riga e la squadra, copiare e ricordare disegni, leggere mappe e cartine e stabilire relazioni spazio-temporali e causa-effetto. Il non verbale ha influenza anche nell’interazione sociale: questi bambini hanno difficoltà nel comprendere i segnali sociali, quali espressioni facciali, gesti e tono di voce, e nella pragmatica del linguaggio: hanno, infatti, difficoltà a comprendere le regole di convivenza e ad adeguarsi ai vari contesti sociali. Queste provocano ansia sociale e conseguente evitamento di tali contesti e isolamento. Alcuni bambini possono aver deficit a livello socio-emotivo, con instabilità emotiva e difficoltà ad adattarsi alle situazioni e a capire contenuti emotivi delle conversazioni. Possono essere presenti sintomi di disattenzione e difficoltà di pianificazione e organizzazione delle proprie attività e dei propri pensieri.
    Possono avere però un buon vocabolario, capacità verbali superiori alla norma, con una buona memoria verbale ma ripetono in modo meccanico, spesso senza capire. Sono molto attenti ai dettagli e hanno buone competenze ortografiche. Tendono a possedere un’alta motivazione per seguire attività che possano aiutarli a migliorare il loro comportamento.
    È importante far leva sui punti di forza del bambino, utilizzando quindi le sue abilità verbali aiutandolo e abituandolo a verbalizzare i problemi, esplicitando i vari passaggi parola per parola; suggeriamo l’utilizzo di quaderni speciali (quelli usati per la disgrafia) così da migliorare l’organizzazione del foglio e l’utilizzo di un formulario per le difficoltà in matematica. È fondamentale evitare il sovraccarico cognitivo, quindi dividere il compito in più step, creando sotto-obiettivi, e stabilire le priorità. Aiutatelo a interpretare i segni di comunicazione non verbale, insegnandogli abilità pratiche quotidiane e preparatelo ad affrontare nuove situazioni parlandone. Per migliorare il tono muscolare e la coordinazione oculomotoria è utile fare sport. In presenza di grafici e diagrammi, date spiegazioni esplicite. Aiutatelo nell’organizzazione del materiale scolastico (cartella, diario, calendario) e delle attività settimanali. Cercate di motivare il bambino a trovare strategie alternative per sviluppare autonomamente strategie di coping.

  • Lettera ai ragazzi da parte di un ragazzo

    Lettera ai ragazzi da parte di un ragazzo

    Cari ragazzi e care ragazze vi scrivo non per dirvi che sarà facile, sarà tremendamente difficile per alcuni come lo è stato per me. Affronterete moltissimi ostacoli durante il vostro cammino. Ci saranno montagne da scalare e oceani da traversare ma oltre i quali troverete un mondo bellissimo, il vostro.

    Vi racconterò la mia storia nella speranza che possiate trarne qualcosa di positivo.

    Già da quando andavo all’asilo il fatto che fossi dislessico era palese. La certezza arrivò in prima elementare quando i miei genitori mi portarono da una signora che si occupava di aiutare i bambini dislessici. Capì cosa stava succedendo solo in seconda quando grazie alla certificazione potei usare il computer e gli schemi. Mi sentivo diverso e non lo sopportavo, non lo accettavo. Mi rifiutavo di fare i compiti o di andare da quella signora perché mi faceva soffrire terribilmente trovarmi in quelle situazioni in cui era palese che non riuscivo a fare quello che tutti i miei coetanei riuscivano a fare, e iniziai a pensare di essere sbagliato o stupido. Dovete sapere che ero e sono non solo dislessico ma anche discalculico e disortografico; la scuola per me era un vero inferno.

    Alle elementari avevo due maestre, una meravigliosa di matematica e una tremenda di italiano. La maestra di italiano non mi incoraggiava, anzi lei era solita dire: “perfino E. ci riesce”, quando voleva fare pesare ai miei compagni che qualcosa era semplice.

    Grazie a quella andai in depressione infantile e fino alle medie quando qualcuno mi faceva un complimento non lo sentivo come vero e rispondevo sempre con: “non è così “, “non è vero” ,”in realtà …” perché in me si era creata una pessima immagine di me stesso.

    Però in quegli anni delle elementari ho conosciuto coloro che oggi sono i miei migliori amici. I momenti che passavo con loro mi facevano sentire meglio, perché quando si gioca siamo tutti “uguali”.

    Terminate le vacanze dell’ultimo anno di elementari iniziai le medie e lì cominciarono l’apocalisse e il giudizio universale. Quel periodo per me è stato molto difficile, stavo ancora imparando ad usare il computer e gli schemi; per di più dovevo affrontare il bullismo ma riuscii a superare tutto quello e a non farlo pesare tanto. Sapete perché? Perché non ero solo, anche se siete dislessici non vuol dire che non siate in grado di costruire delle stabili e forti amicizie. Sono convinto che a darmi la forza di dire sempre la mia e di difendere me, e anche gli altri fosse frutto, in parte, della consapevolezza di avere qualcuno che mi voleva sinceramente bene e che mi apprezzava per quel che ero.

    Purtroppo potrebbe, non è detto, ma potrebbe capitare di imparare bene cosa significhi essere “disprezzati” e “isolati”, come potrebbe succedere a chi non è dislessico; ma non covate semplicemente rancore o non buttatevi giù di morale. Fate tesoro della vostra esperienza, comprendete e ricordate il dolore che si prova affinché quando vi troverete difronte a qualcuno che passa quello che avete già vissuto non si trovi incompreso o solo. Tenete ben a mente che essere dislessici non è un difetto o una caratteristica ripugnante, e non è assolutamente giustificabile che venga usata come pretesto per bullizzare; ma agli occhi dei bulli appare, come era molti anni fa l’apparecchio o i capelli rossi, solo una scusa per potersi comportare male. Non interiorizzate l’idea di essere sbagliati perché non lo siete !

    Voglio lasciarvi un aforisma che mi aiutò molto:

    “Ognuno è un genio, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà l’intera vita a credersi stupido”

    Forse per alcuni la scuola non è “l’elemento” migliore, come per il pesce non lo è la terra ferma. La scuola affronta poche discipline di quelle che esistono nel mondo reale.

    La scuola è profondamente sbagliata e antiquata, dovrebbe essere rivoluzionata. Si dovrebbe trovare un metodo scolastico che vada bene per tutti e non bisognerebbe costringere degli studenti ad adattarsi agli errori della loro pigrizia. Un po’ per quell’aforisma, un po’ per delle coincidenze, mi resi conto che ero troppo severo con me stesso e che non era tutta colpa mia, ma anche della scuola del nostro Paese e iniziai a dedicarmi di più a me stesso.

    Provai diverse discipline per scoprire le mie abilità, tramite delle associazioni per ragazzi, gratuite. Mi sono messo in gioco e ho provato: il teatro, la fotografia, corsi di disegno, barca a vela, musica, radio, ho lavorato in un asilo, e molto altro. Così ho scoperto i miei pro e i miei contro, come il non voler arrendersi mai; nella vita si cade tante volte, ma la vera sconfitta è arrendersi. Ho scoperto il mio amore per la scrittura, nonostante sia una delle mie più grandi difficoltà e a dispetto di quella pessima maestra delle elementari. Tutto questo mi ha permesso di crescere e creare legami di amicizia più ampi. Ho capito quanto possa essere bello stare con le persone, dopo molte brutte esperienze a scuola. L’aiuto più grande mi è stato dato proprio dagli amici, crescendo, allenandomi, studiando, confrontandomi, superando i miei limiti, sfidandomi e vivendo avventure con loro; ma loro soprattutto hanno reso la mia vita migliore! È proprio grazie a loro se ho capito il senso della vita, che secondo me è provare affetto per qualcuno, ed essere allo stesso tempo il loro affetto. A stare da soli non si riesce a comprendere fino in fondo la propria esistenza, chi e come siamo. Se la mia personalità esiste è perché ho incontrato delle persone che hanno lasciato il segno.

    Con l’ingresso al liceo segnai la fine di quel periodo burrascoso e tormentato.

    Se vi capitasse in precedenza di affrontare molte persone prepotenti non fatevi condizionare il futuro; una nuova scuola, una nuova classe è un nuovo inizio e le persone con cui conviverete molti giorni non sono le stesse del passato, potrebbero nascondere in loro mondi belli e profondi come il vostro, se anche così non fosse cercate di arricchire i loro mostrandovi.

    Al liceo, di solito, si incontrano persone più mature (anche se di persone antipatiche e infantili se ne incontrerà sempre qualcuna).

    Lì ho conosciuto molte professoresse meravigliose, come la prof di italiano e la prof di filosofia o la prof di scienze umane che credendo in me mi hanno fatto fare passi da gigante, perché dopo tutto alla base del progresso risiede la fiducia in esso.

    Non vi nascondo che ho incontrato anche un’insegnate che sostiene che i dislessici abbiano dei privilegi che vanno a discapito degli altri, ma al mio fianco, come sarà al vostro, ci sono persone stupende.

    Forse sarà più impegnativo prendere bei voti come dei nove ma se ci riesco io ci riuscirete anche voi. Usate tutti gli strumenti che esistono. Scaricatevi i libri sui dispositivi e usate la lettura del computer o del telefono. Non rinunciate ai libri, ascoltate gli audiolibri ma leggeteli anche. È difficile ma non impossibile. Forse sarà più ostico lo studio ma se userete gli strumenti e l’impegno potrete raggiungere il massimo. Avete tutte le facoltà per comprendere e interiorizzare. Forse non avete avuto ancora la possibilità di scoprirlo e pensate di non poter studiare o lavorare in ambiti difficili, ma datevi la possibilità di essere ciò che desiderate; indipendentemente dal giudizio di qualche vecchio insegnante. La prof di inglese delle medie o la maestra di italiano delle elementari e altri insegnanti mi hanno sempre scoraggiato e sottovalutato ma si sono tutte sbagliate. Scelsi un liceo senza indugio e me ne sono fregato del giudizio di qualcuno che mi conosce talmente poco da chiamarmi solo per cognome.

    Se avrete bisogno di ripetizioni, come l’hanno anche le persone non dislessiche, potrebbe accadere se vi troverete nella mia stessa particolare condizione, di sentirvi in colpa perché avete un giudizio troppo severo su voi stessi. Per me è stato ed è così ma è un comportamento stupido. Forse è impossibile da non provare, allora il consiglio che mi sento di darvi è: un giorno quando saranno i vostri genitori ad aver bisogno di una mano dategliela, non solo con affetto, ma con gratitudine, perché a loro tempo loro vi hanno aiutato, in questo modo non avrete motivo di sentirvi in colpa, ma capisco che possa essere difficile non provarlo… quindi date sempre il massimo così avrete la consapevolezza di non star sprecando soldi.

    Vorrei che non dubitaste mai del fatto di valere molto e che avete tante qualità uniche, ognuno le ha, l’unico intoppo è doverle scoprire e allenare…e il bello sta proprio in quello.

    Se ci sarà qualcuno che vi criticherà, sarà solo perché è un grandissimo ignorante, con zero profondità d’animo.

    Tutte le difficoltà che affrontate vi arricchiscono e permettono non solo di comprendere le problematiche che possono avere altre persone in diversi ambiti, come nello studio, e di sapere come aiutarle, ma se avrete anche lottato contro l’ignoranza, il pregiudizio e il pretesto del bullismo avrete anche pensieri bellissimi eticamente, sarete in grado di comprendere in profondo, nella sua natura, qualcosa di ingiusto che in questo periodo sta tornando, ovvero il disprezzo oltre che il maltrattamento per qualcuno di apparentemente diverso da noi.

    Non arrendetevi mai di fronte alle difficoltà o le ingiustizie che vi troverete davanti, ma lottate sempre orgogliosamente come dei veri titani.

    La caratteristica più importante che potete sviluppare è l’idealismo e la volontà di cambiare le cose.

    Vorrei ribadirvi un’ultima cosa. È il sostegno delle persone che amiamo a farci trovare la forza per combattere contro le avversità. Proprio perché tante persone credono in me non voglio e non posso arrendermi!

    Non concentratevi solo sullo studio ma dedicate del tempo anche alla vostra famiglia e agli amici. Paradossalmente siamo costretti a dedicare la maggior parte della giornata alla scuola scadente quando ciò che è più importante si trova al di fuori di quelle mura. Grazie alle persone che amate il vostro peso si alleggerirà perché non saranno più solo le vostre braccia ma anche quelle di chi vi circonda a sorreggerlo, e riuscirete anche a spaccarlo e a ridurlo.

    Mentre vi scrivo aspetto che inizi il mio ultimo anno di liceo e, se ci sono riuscito io che sono un mega dislessico, sono convinto che possiate farcela anche voi.

    Credo in voi ^_^ !!!

    Buona fortuna giovani atlanti.

    Per aspera ad astra!
    (Attraverso le avversità fino alle stelle!)

  • Un racconto autobiografico sulla dislessia

    Un racconto autobiografico sulla dislessia

    Genitori, insegnanti e ragazzi, tutti dovrebbero leggere il libro “Demone Bianco” di Giacomo Cutrera.

    L’autore, all’età di 19 anni, ha raccontato in prima persona le sue disavventure scolastiche ed emotive causate da una diagnosi di dislessia cercata e arrivata tardi. La scrittura è semplice e diretta: l’intento dell’autore è di sensibilizzare tutta la popolazione in merito ai DSA, a cosa significhi andare a scuola avendo una difficoltà non riconosciuta né dai professori né dai genitori.

    Giacomo, infatti, durante la Scuola Secondaria di Primo Grado si era accorto di impiegare quasi il doppio del tempo per terminare i compiti a casa rispetto ai compagni, a discapito del tempo libero per uscire o per fare sport, e non riusciva mai a finire le verifiche a scuola per mancanza di tempo. Successivamente, si era reso conto che il suo problema era un’estrema lentezza e difficoltà nella lettura che gli ostacolava lo studio e lo svolgimento dei compiti: era lento a leggere i libri per studiare storia, geografia, scienze ma anche, semplicemente, a leggere la consegna di un esercizio di inglese, di matematica e delle altre materie. Tutto questo influenzava, di conseguenza, il tempo per studiare, per svolgere una verifica ed anche i voti in pagella.

    Nonostante avesse cercato di spiegare le sue difficoltà ai genitori e ai professori, nessuno aveva mai preso seriamente quanto diceva e, al contrario, gli veniva detto che doveva studiare di più e che era un “lazzarone”, dato che la prima metà delle verifiche riusciva a farle correttamente ma, poi, non le terminava. Giacomo si sentiva preso in giro: come poteva studiare ancora di più e riuscire a svolgere la seconda metà delle verifiche con sempre lo stesso tempo a disposizione?

    In seguito, aveva deciso di mettere in atto degli stratagemmi, ad esempio evitava di leggere la consegna e svolgeva solo gli esercizi che valevano un punteggio più alto: i miglioramenti arrivarono e i voti erano anche più alti della sufficienza. Gli insegnanti però, convinti della teoria del “lazzarone”, avevano dimostrato a Giacomo che, studiando di più, riusciva a migliorare. L’autore, esausto dell’ennesima incomprensione, decise di azzerare ogni sentimento e reazione emotiva per evitare di sentirsi ferito ed incompreso altre volte.

    Per Giacomo, la scuola era diventata un incubo finché i genitori non decisero di portarlo da una psicologa proprio subito prima dell’inizio della Scuola Superiore di Secondo Grado. Arrivata la diagnosi di dislessia, la madre riconobbe che il figlio aveva sempre saputo di avere difficoltà nella lettura ma, finalmente, anche loro come genitori e i suoi futuri insegnanti lo avrebbero saputo, capito ed aiutato.

    Da quel momento, la sua vita è cambiata in meglio, nonostante avesse avuto difficoltà con alcuni nuovi insegnanti i quali non conoscevano a fondo le implicazioni della dislessia. Giacomo ha quindi deciso di farsi portavoce di tutti i bambini e ragazzi con DSA, sensibilizzando scuole, insegnanti e tutta la popolazione sull’esistenza di questi disturbi per evitare che altri bambini subissero ingiustizie ed incomprensioni. Ha dunque dato vita al Gruppo Giovani dell’Associazione Italiana della Dislessia (AID), ha partecipato a molte conferenze e seminari nazionali con tema DSA e, con il passare degli anni, si è laureato in Ingegneria Informatica ed è diventato membro del Consiglio Direttivo Nazionale AID.

    Link per scaricare gratuitamente il libro: http://www.impegnocivile.it/progetti/BreakingBarriers/Documenti/demone_bianco_Giacomo%20Cutrera.pdf

    Link per ascoltare l’audio-libro: https://www.youtube.com/watch?v=4lv6savdPoM 

  • Disprassia: giochi divertenti per migliorare alcune abilità

    Disprassia: giochi divertenti per migliorare alcune abilità

    La disprassia, termine che tradotto letteralmente significa “incapacità di fare”, è un disturbo che si presenta in età infantile con difficoltà nel compiere gesti coordinati ad un determinato fine nello svolgimento di attività quotidiane e in movimenti fini e complessi come parlare, giocare o allacciarsi le scarpe. Più in generale, comporta deficit nella coordinazione motoria e spaziale, nel movimento e, talvolta, nel linguaggio. Al momento non vi è una causa nota della natura di questo disturbo ma una corretta diagnosi permette di intervenire in tempo e insegnare al bambino come convivere con questa patologia.

    Vediamo alcuni esempi di giochi simpatici e divertenti che aiutano a migliorare sensibilmente le abilità del bambino.

    Per sviluppare e rafforzare la muscolatura ed il controllo della mano, il bambino può dilettarsi nel disegno, così, con creatività e divertendosi, impara a tenere un’impugnatura corretta della matita. 

    L’acquisizione della scrittura ha alla base la coordinazione occhio-mano, iniziando a proporre attività ad esempio di pittura, nelle quali il piccolo dovrà seguire e tracciare percorsi con le dita sempre più difficili, si aiuterà ad incrementare le abilità del bambino nella pratica della scrittura. 

    Per imparare a svolgere sequenze logiche si può puntare su giochi di riproduzione, nei quali i bambini devono riprodurre la sequenza disegnata con gli accessori di varie forme e colori che hanno a disposizione.

    I concetti spaziali invece si posso incrementare attraverso l’utilizzo di giochi ad incastro, con i quali il bambino impara a muoversi sfruttando la fantasia.

    Le attività di gioco sono le più frequenti per aiutare a migliorare le capacità emotive, motorie e verbali del bambino, ma è fondamentale una cooperazione tra la famiglia e il personale specializzato per ottenere risultati sempre più positivi nel corso dello sviluppo del piccolo.

     

  • La disgrafia negli adulti

    La disgrafia negli adulti

    La disgrafia è un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) che può influire anche sulle capacità motorie quali per esempio scrivere, abbottonarsi una camicia o allacciarsi le scarpe, così come nei processi mentali associati alla scrittura: scegliere un argomento, organizzare idee e individuare il fulcro di un discorso.

    Può capitare che la disgrafia non venga riconosciuta durante l’infanzia, perciò possono esservi adulti disgrafici senza una diagnosi riconosciuta e pertanto senza aver effettuato alcun trattamento in passato.

    La disgrafia non si limita solo ad una scrittura illeggibile, a tal punto da essere incomprensibile persino allo scrittore stesso, ma può assumere diverse sfumature.
    Un adulto disgrafico potrebbe avere difficoltà nel leggere le mappe, completare i puzzle, manipolare piccoli oggetti e persino tagliare il cibo. La difficoltà nello scrivere si estende al disegnare, ricalcare e dipingere. L’impugnatura della penna potrebbe essere strana e scomoda e potrebbe provocare crampi alla mano durante la scrittura.
    Nella vita quotidiana un adulto disgrafico tende a preferire le note vocali agli sms perché cerca di evitare la scrittura.

    Nel mondo del lavoro la grafia illeggibile viene facilmente compensata dall’uso di dispostivi elettronici, quali tablet e computer, ma possono presentarsi difficoltà nella digitazione e nel riconoscimento dell’errore segnalato dal controllo ortografico.
    Altre sfide sul lavoro possono essere la compilazione di moduli che richiedono l’inserimento di parole predefinite, stesura di mail che possono risultare sconclusionate o ripetitive per la difficoltà organizzativa e di sintesi. La disgrafia può essere migliorata grazie a trattamenti efficaci sulle competenze di base forniti da psicologi qualificati.