Tag: adhd

  • La terapia a distanza per l’ADHD

    La terapia a distanza per l’ADHD

    Durante questa emergenza sanitaria dovuta al COVID-19 il modo di seguire i bambini e ragazzi con ADHD ha dovuto reinventarsi. In mezzo a questa crisi, le visite da casa sono un piccolo cambiamento che può semplificare la vita.
    La terapia a distanza si è rivelata molto efficace e presenta alcuni vantaggi.

    In primis poter rimanere nella propria casa fa sì che il bambino o il ragazzo si senta a proprio agio e sintomi che potrebbero non essere così evidenti in un contesto nuovo e controllato, come uno studio, possono invece manifestarsi.
    Un altro vantaggio è di natura logistica: restando a casa è praticamente impossibile arrivare in ritardo all’appuntamento, che può capitare ai ragazzi con ADHD. Inoltre, alcuni genitori hanno riferito di preferire questa modalità a distanza perché riduce lo stress provocato dal doversi recare in studio.

    Per cercare di ricreare il clima delle interazioni dirette vis a vis è importante avere sempre la webcam accesa e la fotocamera ben posizionata e può essere consigliabile chiudere altri programmi aperti sul dispositivo per evitare distrazioni e concentrarsi esclusivamente sull’incontro. La comunicazione e la fiducia sono sempre alla base della cura dell’ADHD.

    La terapia a distanza è ancora più efficace per gli adolescenti. Grazie a messaggi di testo, videogiochi e social media, la comunicazione digitale è il loro modo naturale di connettersi con amici e familiari.
    Senza alcuna pressione nel dover stabilire un contatto visivo diretto o nel mostrare emozioni in un ambiente come lo studio, molti di loro possono essere ben disposti a esplorare questioni più profonde. La terapia a distanza con gli adolescenti offre un’opportunità unica per lavorare su modelli comportamentali, affrontare i problemi emotivi e ideare nuovi interventi.

    Vi sono anche delle limitazioni: è difficile confortare qualcuno che piange o è agitato attraverso uno schermo e possono esserci interferenze da parte degli altri membri della famiglia.
    Se queste difficoltà vengono riconosciute e superate, i risultati della terapia a distanza possono essere molto produttivi.

  • MOXO: un test innovativo

    MOXO: un test innovativo

    Moxo è un nuovo test per l’attenzione che si presenta come un gioco al computer. Non occorre scaricare nessun software, ma è sufficiente un dispositivo dotato di tastiera e connessione internet. Questo è un grosso vantaggio perché può essere utilizzato in diverse circostanze, anche a distanza in progetti di tele-riabilitazione.

    Il compito richiesto è di rispondere a un’immagine, lo stimolo bersaglio che si presenta al centro dello schermo, premendo la barra spaziatrice e di non rispondere quando si presentano altre immagini.

    Il test si divide in due versioni: una per i più piccoli dai 6 ai 12 anni e una dai 13 anni in su. Per i bambini l’immagine da acciuffare è il volto di un supereroe, mentre i più grandi dovranno prestare attenzione ad una carta da gioco.

    Vi sono altre clip e suoni che si presenteranno sullo schermo per cercare di distrarre il partecipante. Immagini e rumori simulano gli eventi della vita quotidiana: una macchina che passa in strada, un neonato che piange, gli uccellini che cinguettano fuori dalla finestra, un cane che abbaia. Il test inizia senza distrattori che vengono integrati poco alla volta: inizialmente solo visivi, poi solo uditivi e successivamente vengono combinati insieme per poi scomparire e ritornare alla fase iniziale.

    Al termine della prova viene fornito immediatamente un profilo del partecipante sulla base di 4 indici:

    • l’indice di attenzione: rileva le risposte corrette allo stimolo bersaglio;
    • l’indice di tempestività: rileva le risposte corrette date nel tempo di presentazione dello stimolo;
    • l’indice di impulsività: segnala le risposte date alle altre immagini, non al bersaglio;
    • l’indice di iperattività: segnala le risposte multiple date a qualunque stimolo.

    La distinzione di questi 4 indici permette di ottenere un profilo molto accurato e preciso di eventuali difficoltà attentive e può essere utilizzato nella valutazione diagnostica per ADHD.

    Inoltre, numerosi partecipanti hanno riferito di essersi divertiti molto e la durata è sostenibile anche per i più piccoli.

  • Cogmed e ADHD

    Cogmed e ADHD

    Cogmed è un programma online riabilitativo utilizzato per migliorare la memoria di lavoro, ovvero la capacità di ritenere informazioni abbastanza a lungo per completare delle attività. Le ricerche effettuate evidenziano come la quasi totalità dei partecipanti aumenti la capacità di memoria di lavoro di circa il 33%. Inoltre, studi recenti hanno sottolineato l’impatto positivo del programma anche con ragazzi e adulti con ADHD.

    Per intraprendere una riabilitazione con questo programma, è necessario in primo luogo rivolgersi ad un Cogmed Coach, quindi ad un professionista formato in modo specifico su Cogmed, che seguirà la persona interessata nello svolgimento delle prove riabilitative per aiutarla nel raggiungere i risultati desiderati. Le attività sono svolte interamente online, si compongono di 25 sessioni e presentano una visualizzazione grafica molto coinvolgente ed adatta a stimolare la motivazione sia di bambini che di adulti.

    Dalle ricerche effettuate, è emerso che il 75% dei ragazzi con ADHD è riuscito a ridurre i sintomi di disattenzione, impulsività e iperattività grazie all’utilizzo di Cogmed.

    Anche direttamente i ragazzi con ADHD hanno riconosciuto di essere migliorati non solo nell’attenzione, ma anche nel rispettare e comprendere le regole sociali e nel controllo delle emozioni e del comportamento. Infine, i genitori di ragazzi con ADHD hanno evidenziato l’importanza e l’efficacia del trattamento con Cogmed sia nell’attenzione, sia nel raggiungimento dell’autonomia dei figli, ad esempio nel farsi la doccia o nel mantenere in ordine la stanza.

  • Routine e ADHD durante la quarantena

    Routine e ADHD durante la quarantena

    La condizione di quarantena a cui siamo costretti comporta molti cambiamenti nelle abitudini quotidiane, influenzando inevitabilmente il benessere psicologico. Con l’introduzione dello smartworking, gli adulti non hanno più confini né fisici né temporali tra casa e lavoro: tutto questo comporta il rischio di sperimentare sentimenti di angoscia e di disorientamento.
    In aggiunta, gli adulti che presentano ADHD e i genitori di ragazzi con ADHD sono esposti ad un rischio maggiore di disagio psicologico. Per far fronte a questa situazione, si consiglia di rispettare delle routine che riescano a bilanciare gli impegni lavorativi e il tempo libero, pur restando nella propria abitazione.
    Per gli adulti con ADHD, si consiglia di identificare uno spazio ben definito da dedicare al proprio lavoro e, se possibile, separato dal resto della casa. Al termine dell’orario di lavoro, è utile raccogliere il materiale utilizzato (pinzatrici, fogli, bottigliette d’acqua ecc.) all’interno di una cesta: questo aiuta a delineare meglio i confini tra lavoro e tempo libero. In secondo luogo, è importante definire e rispettare gli orari di lavoro per evitare, ad esempio, di trovarsi a fare colazione mentre si risponde alle email lavorative. Per quanto riguarda la pausa pranzo, è consigliato rispettare le abitudini che si avevano in ufficio: se si era soliti consumare un pasto veloce seduti alla propria scrivania, può essere utile continuare in questo modo. Inoltre, terminato l’orario di lavoro, è importante prendersi del tempo per se stessi e per la propria famiglia.
    Per i genitori di bambini e ragazzi con ADHD, invece, si consiglia di dedicare del tempo in famiglia per condividere dubbi, pensieri e preoccupazioni per alleviare lo stress di ogni giornata. Inoltre, è consigliato stabilire in anticipo il tempo e gli orari che i genitori dedicheranno all’aiuto nei compiti scolastici: può essere utile delineare e scrivere un programma giornaliero insieme ai figli, specificando gli orari in cui i genitori saranno disponibili ad offrire il loro aiuto. L’obiettivo è limitare il più possibile la condizione di incertezza a cui i ragazzi con ADHD sono esposti.

    Fonte articolo:
    https://www.additudemag.com/daily-schedule-quarantine-help-adhd-brain/

     

  • Pandemia, stress e ADHD

    Pandemia, stress e ADHD

    I ragazzi che presentano un ADHD si trovano abitualmente in difficoltà nella gestione delle emozioni; la situazione di quarantena e di isolamento forzato a cui tutti noi siamo costretti può rivelarsi ancor più difficile per loro.
    L’ADHD è caratterizzato da difficoltà nella flessibilità del pensiero, nel controllo degli impulsi e nella regolazione delle emozioni: tutte abilità che sono fondamentali nell’adattarsi ai cambiamenti e per gestire le emozioni che ne conseguono.
    In questo periodo, a causa degli allontanamenti dai compagni e della cancellazione di eventi scolastici ed attività extrascolastiche, i bambini e i ragazzi con ADHD sono preoccupati, frustrati e stressati maggiormente.
    È utile fare una distinzione tra i comportamenti tipici nei bambini e quelli derivanti da questa caratteristica. Tutti i bambini e ragazzi, quando non riescono a gestire o ad esprimere sentimenti, mostrano dei segnali di difficoltà, spesso regressivi, come mangiarsi le unghie, urlare e stare svegli a lungo la sera. Coloro che hanno un ADHD mettono in atto comportamenti più accentuati, come frequenti attacchi di panico, fobie specifiche, ritiro dalla famiglia e difficoltà legate al sonno.
    Nell’ambito di questa emergenza sanitaria, è stato notato che i ragazzi con ADHD mostrano dei segnali di difficoltà più evidenti ed importanti rispetto al solito, per esempio evidenziano un’eccessiva preoccupazione e tristezza, un’incapacità di apprezzare cose che un tempo erano soddisfacenti, hanno un’alimentazione povera e inspiegabili mal di testa.

    In questo caso, gli psicologi dello sviluppo suggeriscono ai genitori di non fornire ai ragazzi false rassicurazioni circa l’emergenza e l’isolamento, ma di dare delle precise indicazioni riguardo alle azioni che si possono o non si possono fare, prestando attenzione alle informazioni dei media o degli adulti a cui i ragazzi sono esposti. Viene anche consigliato di osservare con attenzione i comportamenti dei figli per provare ad individuare i bisogni sottostanti alle loro azioni. Infine, si consiglia l’utilizzo di strumenti tecnologici di comunicazione per aiutare i bambini e ragazzi a rimanere in contatto con gli amici e per sentirsi meno isolati.
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    https://www.centroleonardo-psicologia.net/blog-centroleonardo/adhd.html

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    Fonte articolo:
    https://www.additudemag.com/distress-adhd-is-my-child-depressed/

  • ADHD: Consigli per la quarantena

    Un modo alternativo per starvi vicino anche se a distanza. Questa volta abbiamo pensato, grazie al nostro psicologo Stefano Fazzalari, a una serie di consigli e strategie per genitori di bambini con ADHD per passare il tempo a casa, cercando di limitare le difficoltà comportamentali. 

    questo link si può scaricare il PDF con i suggerimenti per le routine e la gestione del tempo.

    A questo link trovate suggerimenti per attività motoria.

    I professionisti del centro sono disponibili per consulenza via Skype o via Zoom, per informazioni scrivere a info@centroleonardo.net o telefonare allo 010 8682015

     

  • ADHD e utilizzo dei social network

    ADHD e utilizzo dei social network

    Nel 2018 sono stati pubblicati gli esiti di uno studio biennale sull’effetto inerente l’uso dei media digitali sui sintomi dell’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) in 2500 adolescenti, screenati attraverso una scala di valutazione sul disturbo specifico a cadenze prestabilite. Lo studio è stato condotto su soggetti che in fase iniziale avevano dichiarato di non avere mai presentato sintomi manifesti collegabili all’ADHD.
    Mentre studi precedenti sull’argomento evidenziavano una modesta correlazione tra l’utilizzo di tecnologie come giochi, tv, console e comportamenti associabili all’ADHD, questo studio ha aperto nuovi scenari meritevoli di ulteriori approfondimenti e studi.
    L’utilizzo dei media è stato analizzato in base alla frequenza di utilizzo su diverse attività mediatiche -social media, messaggistica, navigazione in internet, streaming, pubblicazione di foto, chat online, giochi, shopping online e chat video-. L’attività mediatica più utilizzata nel campione preso in considerazione è risultata essere quella relativa ai social media.
    I risultati di questo studio sono innovativi in quanto mostrano una potenziale associazione tra l’utilizzo ad alta frequenza dei media (nelle piattaforme e modalità attuali) con lo sviluppo di sintomi associabili all’ADHD.
    Si deve anche fare riferimento però ad una possibile significativa limitazione dello studio, osservata dagli stessi autori, in quanto la presenza di sintomi associabili a quelli dell’ADHD non consente di stabilire una vera e propria diagnosi del disturbo e neanche il grado di reale compromissione, pertanto i risultati di questo importante studio devono essere interpretati con una certa cautela.
    Bisogna sottolineare comunque che, in attesa di ulteriori conferme rispetto alla correlazione tra ADHD e l’utilizzo ad alta frequenza dei media, potrebbe essere prudente, per i clinici, raccomandarne utilizzo più limitato negli adolescenti.

     

  • ADHD

    ADHD

    Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività  (ADHD o DDAI) è un disturbo evolutivo che include disattenzione, impulsività e/o iperattività.
    Alcuni soggetti mostrano soprattutto difficoltà di attenzione e altri prevalentemente iperattività motoria e comportamenti impulsivi. La maggioranza dei soggetti con ADHD mostra entrambi. Le maggiori difficoltà si registrano in ambiente scolastico e a casa nel momento dei compiti.

    Come si manifesta?

    Aspetti legati alla difficoltà di attenzione/concentrazione:

    • apparire spesso distratti;
    • difficoltà a seguire le istruzioni;
    • tendenza a commettere errori superficiali;
    • tendenza ad evitare attività che richiedano concentrazione;
    • tendenza a dimenticare o perdere oggetti quotidiani (chiavi, biglietto del bus, libri etc);
    • importanti difficoltà organizzative.

    Aspetti legati all’iperattività:

    • difficoltà di concentrazione su un compito;
    • difficoltà a prestare attenzione;
    • difficoltà a restare seduti o fermi;
    • tendenza ad avere comportamenti impulsivi;
    • impazienza (es. difficoltà nell’attendere il proprio turno);
    • tendenza a tamburellare con le dita o agitare gambe e piedi, soprattutto da seduti;
    • dare l’impressione di essere “motorizzati”, sempre in movimento;
    • tendenza ad interrompere durante una conversazione gli altri;
    • tendenza a fornire una risposta prima che sia terminata la domanda.

    Cosa fare?
    Una valutazione diagnostica è il primo passo. Questa consente di appurare la presenza o meno del disturbo e contestualmente avere una fotografia del funzionamento cognitivo del paziente, fondamentale per affrontare le difficoltà.
    In base all’età, al funzionamento e alla situazione specifica può risultare molto utile lavorare sulla consapevolezza del bambino/ragazzo. Essere consapevoli aiuta a rendersi conto dei comportamenti problematici e a esercitare un controllo su di essi.
    La terapia cognitivo-comportamentale come il “parent training” risulta essere efficace nell’aiutare i genitori a gestire le situazioni di conflitto, lavorando sui comportamenti positivi.
    In alcuni casi può risultare necessaria la terapia farmacologica con l’obiettivo di ridurre i comportamenti iperattivi, l’impulsività e per migliorare la concentrazione.

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  • Sbloccare il potenziale di bambini plusdotati con ADHD

    Sbloccare il potenziale di bambini plusdotati con ADHD

    Molti bambini con ADHD ottengono spesso punteggi elevati ai test del QI e risultano chiaramente più intelligenti di quanto mostri il loro andamento scolastico.

    La rivista ADDitude, fonte di importanti notizie e informazioni rilasciate da esperti riguardo il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, ci spiega come questi bambini definiti “2E”, ovvero “due volte eccezionali”, presentino dei bisogni speciali accanto a un livello intellettivo molto alto, ovvero una doppia diagnosi. Per questi bambini la scuola può rappresentare una fonte di disagio, in quanto spesso i loro “doni” ne mascherano i bisogni speciali o, al contrario, i loro bisogni speciali nascondono le loro capacità. Avere un QI elevato, infatti, non è sempre sufficiente per avere successo a scuola e molti non si rendono conto di questo aspetto. Gli studenti “2E”, come afferma Linda Neumann, editrice della newsletter “2E-due volte eccezionali”, possono presentare ad esempio difficoltà a trasferire i loro pensieri sulla carta, a scrivere in modo leggibile, a fare calcoli in modo accurato, a rimanere organizzati e a seguire istruzioni dettagliate, sembrando quindi distratti o pigri anche se in realtà si stanno impegnando duramente. Quello che emerge da una situazione di questo tipo è che questi studenti finiscono per sentirsi stupidi e odiare di conseguenza la scuola.
    Sapere di essere intelligente ma non riuscire a mostrare il proprio potenziale può avere un impatto davvero forte!

    Senza compiti scolastici adeguati alle loro risorse cognitive, i bambini plusdotati con ADHD trovano difficile sostenere l’attenzione a lungo e sviluppano di conseguenza cattive abitudini di lavoro. Oppure, può succedere che alcuni studenti plusdotati evitino gli studenti 2E a causa della loro mancanza di capacità organizzative e abilità sociali. Gli studenti 2E hanno quindi bisogno di un programma differenziato che nutra i loro talenti e allo stesso tempo accolga le loro debolezze. Insegnanti e genitori dovrebbero collaborare fra loro e assicurarsi che uno studente 2E abbia un supporto per imparare a gestire i compiti e compensare la sua funzione esecutiva più debole, che normalmente viene identificata nella memoria di lavoro. Alcuni di loro possono per esempio aver bisogno di più tempo per completare le attività rispetto agli altri studenti e possono trarre vantaggio dall’uso di tecnologie didattiche.

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  • Leonardo da Vinci aveva l’ADHD?

    Leonardo da Vinci aveva l’ADHD?


    Una nuova ricerca* del King’s College di Londra e dell’Università di Pavia apre una nuova prospettiva sull’incredibile personaggio di Leonardo da Vinci.

    Questa ricerca darebbe finalmente una spiegazione ad alcune caratteristiche di Leonardo, come la tendenza a non finire i progetti, a passare rapidamente da una disciplina ad un’altra e la capacità di iperfocalizzarsi: l’ADHD.

    Precedenti studi, infatti, avevano collegato l’ADHD ad una elevata creatività. Se da una parte è vero che le persone con ADHD faticano a concentrarsi, è altrettanto vero che queste persone possono focalizzarsi così intensamente in un progetto o nei suoi dettagli, da letteralmente annullare tutto il resto. Questa capacità, combinata con la caratteristica delle persone con ADHD di assumere rischi e di pensare in modo divergente, può spiegare un’aumentata creatività e produttività.

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    Sono moltissimi i lavori di Leonardo che sono considerati mai terminati. Il più famoso? La Gioconda.
    Non tutti sanno che Leonardo faticò  molto per affermarsi come artista. Trasferitosi a Firenze da adolescente, restò nella bottega del Verrocchio fino all’età di 26 anni quando avviò un suo laboratorio. La prima commessa che ottenne fu interamente saldata dal committente e mai consegnata da Leonardo. È interessante notare come alla stessa età Raffaello avesse già completato oltre 80 progetti artistici, alcuni di altissimo prestigio.
    Gli autori della ricerca pongono l’accento su un aspetto poco discusso quando si parla di Leonardo. Probabilmente, quando dovette lasciare Firenze per andare a lavorare come musicista a Milano, Leonardo sentiva su di sé un senso di fallimento e di frustrazione. Era consapevole delle sue difficoltà, lo dimostra la sua riluttanza nell’accettare commesse che prevedevano affreschi, ben conscio di come questi richiedessero un’esecuzione puntuale prima che i colori si seccassero. Un caso a noi noto è quello in cui, nel tentativo ad aggirare le sue difficoltà o di “compensarle”, come diremmo oggi, provò ad utilizzare dei pigmenti ad olio con nuove tecniche da lui ideate, che però danneggiarono l’Ultima Cena e certamente distrussero altri lavori.
    I ricercatori hanno esaminato la documentazione storica che conferma le difficoltà di Leonardo nella gestione del tempo e la sua tendenza a procrastinare, caratteristiche tipiche dell’ADHD; inoltre queste difficoltà erano presenti fin dall’infanzia, condizione essenziale per una diagnosi di questo tipo. I documenti ci dicono anche che Leonardo era in costante movimento, sempre occupato con nuovi studi e progetti, ma saltando spesso da uno all’altro. Come molte persone con ADHD, dormiva pochissimo e aveva l’abitudine di lavorare durante la notte.

    Le difficoltà di Leonardo possono essere viste come l’altra faccia della medaglia del suo genio e crediamo sia importante ricordarle insieme ai suoi straordinari talenti, perché ci ricordano come l’uomo può provare a spingersi oltre superando gli ostacoli e le avversità. 

    Clicca qui per approfondire che cos’è l’ADHD.

    *Marco Catani, Paolo Mazzarello, Grey Matter Leonardo da Vinci: a genius driven to distraction, Brain, Volume 142, Issue 6, June 2019, Pages 1842–1846, https://doi.org/10.1093/brain/awz131