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  • ADHD e tecniche di studio

    ADHD e tecniche di studio

    I ragazzi con ADHD possono incontrare delle difficoltà quando studiano testi. Hanno bisogno di tecniche diverse, che mettono alla prova e stimolano le loro capacità. 

    La domanda è: quale può essere una tecnica efficace?
    Per esempio, un test pratico. Quest’ultimo permette agli alunni di rendersi protagonisti del loro apprendimento, studiando in maniera attiva e partecipe, senza assimilare passivamente le informazioni.
    Un altro modo per apprendere al meglio è la “pratica distribuita“. Si cerca di studiare per periodi di tempo brevi, distribuendosi il materiale su più giorni. È importante, infatti, riposarsi, dormire, concedersi delle pause. Può essere utile anche studiare in luoghi diversi da casa.
    Tentare di studiare in modo diverso, provando diverse tecniche, strategie di apprendimento, procedendo per tentativi ed errori, fa parte del concetto più ampio di metacognizione. I ragazzi, dunque, devono capire i loro punti di forza e di debolezza, cosa ostacola il loro studio e cosa invece lo stimola. 

    Altre tecniche?
    Gli studenti con ADHD e con difficoltà nello studio vanno incoraggiati a praticare esercizio fisico, in particolare la danza classica, lo yoga e il tai chi, tutti esercizi che richiedono agli studenti di concentrarsi sul loro corpo e sulla loro mente. Praticare uno sport migliora la loro concentrazione.
    Anche l’odore può essere uno strumento efficace, le ricerche dimostrano che se si è esposti allo stesso odore quando si studia e si dorme, si può ricordare di più.
    Le bevande zuccherate forniscono glucosio, che è la fonte primaria di carburante per il cervello, quindi, si può provare a bere un succo durante i compiti.

     

  • I benefici della classe capovolta

    I benefici della classe capovolta

    La classe capovolta può portare ad una serie di benefici e vantaggi, sia per gli alunni che per gli insegnanti.

    Quali sono le caratteristiche dell’insegnamento capovolto?
    – permette agli alunni di esprimere la propria creatività, sia da soli che in gruppo, e di sperimentare;
    – consente un apprendimento significativo ed uno studio individuale;
    – garantisce un maggiore coinvolgimento cognitivo ed emotivo, nonché una motivazione interna: gli alunni verificano in classe se hanno compreso la lezione e se sono in grado di svolgere gli esercizi/attività assegnati/e dal docente, in poche parole si mettono alla prova per sperimentarsi e conoscersi. Nella lezione frontale, invece, la motivazione è esterna, cioè l’alunno studia ciò che il professore spiega, perché glielo chiede qualcuno di esterno, ovvero il docente stesso;
    – è strettamente legato ad una maggiore stimolazione, grazie all’uso delle nuove tecnologie e del web;
    -porta allo sviluppo di un maggiore spirito critico: gli alunni imparano a formulare domande pertinenti ed ipotesi attendibili, o ancora metodi per verificare le loro supposizioni;
    – gli alunni vanno a scuola più volentieri, perché viene data loro la possibilità di lavorare in gruppo, confrontarsi, di essere aiutati o dai propri compagni o dal docente e di sperimentare senza avere paura di sbagliare;
    – viene evitato l’isolamento degli alunni meno competenti e sono valorizzate le capacità delle eccellenze;
    l’apprendimento viene personalizzato.

    I benefici per gli alunni:
    – le lezioni online sono disponibili da ogni luogo ed in qualunque momento;
    – lezioni di questo tipo permettono agli studenti di studiare in base ai loro ritmi (velocità di studio personale), a chi è assente di recuperare e di sviluppare una maggiore curiosità, interesse, o desiderio di conoscere un argomento specifico.

    I benefici per gli insegnanti:
    – interagiscono con la classe, verificando i “nodi” che hanno rallentato la comprensione ed eventualmente come sono stati sciolti dagli alunni più competenti (la bravura di alcuni alunni viene quindi messa a disposizione degli altri);
    – possono valutare continuativamente il lavoro dei singoli alunni e dei gruppi, premiando più la creatività rispetto all’apprendimento mnemonico;
    -motivazione interna: è più divertente progettare compiti, questionari o attività creative per gli alunni, anziché spiegare la lezione in classe;
    – sono più tranquilli se uno studente perde una lezione, poiché può benissimo recuperarla a casa senza che l’insegnante debba, la volta successiva, ripeterla in classe
    – possono dedicare più tempo ai ragazzi con difficoltà;
    – possono decidere di svolgere in classe dei giochi, non per forza esercizi.

    Visti i numerosi vantaggi, la sfida attuale, che può dare un’enorme soddisfazione agli insegnanti, è quella di “disancorarsi” dai due pilastri tradizionali, ovvero la lezione frontale e l’interrogazione orale, ed abbracciare questa nuova metodologia didattica, formando in maniera adeguata i docenti stessi.

  • ADHD e utilizzo dei social network

    ADHD e utilizzo dei social network

    Nel 2018 sono stati pubblicati gli esiti di uno studio biennale sull’effetto inerente l’uso dei media digitali sui sintomi dell’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) in 2500 adolescenti, screenati attraverso una scala di valutazione sul disturbo specifico a cadenze prestabilite. Lo studio è stato condotto su soggetti che in fase iniziale avevano dichiarato di non avere mai presentato sintomi manifesti collegabili all’ADHD.
    Mentre studi precedenti sull’argomento evidenziavano una modesta correlazione tra l’utilizzo di tecnologie come giochi, tv, console e comportamenti associabili all’ADHD, questo studio ha aperto nuovi scenari meritevoli di ulteriori approfondimenti e studi.
    L’utilizzo dei media è stato analizzato in base alla frequenza di utilizzo su diverse attività mediatiche -social media, messaggistica, navigazione in internet, streaming, pubblicazione di foto, chat online, giochi, shopping online e chat video-. L’attività mediatica più utilizzata nel campione preso in considerazione è risultata essere quella relativa ai social media.
    I risultati di questo studio sono innovativi in quanto mostrano una potenziale associazione tra l’utilizzo ad alta frequenza dei media (nelle piattaforme e modalità attuali) con lo sviluppo di sintomi associabili all’ADHD.
    Si deve anche fare riferimento però ad una possibile significativa limitazione dello studio, osservata dagli stessi autori, in quanto la presenza di sintomi associabili a quelli dell’ADHD non consente di stabilire una vera e propria diagnosi del disturbo e neanche il grado di reale compromissione, pertanto i risultati di questo importante studio devono essere interpretati con una certa cautela.
    Bisogna sottolineare comunque che, in attesa di ulteriori conferme rispetto alla correlazione tra ADHD e l’utilizzo ad alta frequenza dei media, potrebbe essere prudente, per i clinici, raccomandarne utilizzo più limitato negli adolescenti.

     

  • Il momento in cui studi influisce sul risultato?

    Il momento in cui studi influisce sul risultato?

    Gli studiosi dicono di sì.
    Uno dei modi più semplici per migliorare i risultati del proprio studio consiste quindi nello scegliere con attenzione i momenti da dedicarvici nel corso della giornata.

    Numerosi studi hanno ad esempio dimostrato che andare a dormire poco dopo aver letto/imparato qualcosa di nuovo, aiuta il cervello a rigenerare i circuiti mnemonici e consolidare quello che si stava studiando. E questo vale sia nel caso di una buona notte di sonno, sia di un pisolino pomeridiano.

    Bisogna anche poi prendere in considerazione la gestione del tempo e delle pause. La memoria si attiva molto di più se ricontrolliamo il materiale di studio tra un intervallo e l’altro, anziché stare “fissi” e fare una “full immersion” ininterrotta.

    Il Dott. Hal Pashler, all’Università della California, ha cercato di quantificare l’intervallo migliore. Secondo i suoi studi, dovresti muoverti così:
     – Studiare l’argomento per impararlo
    – Ripassarlo a un intervallo di tempo che dista circa il 10/20% da quando dovrai utilizzarlo a scuola o all’università

    Ad esempio, se hai appena finito di studiare per una verifica che sarà tra 24 ore, dovresti ripassare circa 2/4 ore dopo la tua revisione iniziale. 
Secondo la ricerca pubblicata su “Psychonomic Bulletin & Review, vol 14, p 187”, seguire questo metodo può portare a un miglioramento del 10% sul voto ricevuto.

  • Natura del compito e metacognizione

    Natura del compito e metacognizione

    Dott.ssa Lucia Caprile​ – 

    Faccio un sogno. (…) Sono seduto, in pigiama, sul bordo del letto. Grossi numeri di plastica, come quelli con cui giocano i bambini, sono sparpagliati sul tappeto, davanti a me. Devo “mettere in ordine i numeri”. È questa la consegna. L’operazione mi sembra facile, sono contento. Mi chino e tendo le braccia verso i numeri. E mi accorgo che le mie mani sono sparite. Non ci sono più mani in fondo al mio pigiama. Le maniche sono vuote. A gettarmi nel panico non è la scomparsa delle mani, è il fatto di non poter raggiungere quei numeri per metterli in ordine. Cosa che sarei stato in grado di fare. (Diario di scuola, Daniel Pennac)

    I perché di un compito non riuscito, non svolto, possono essere innumerevoli. 
    A volte semplici caratteristiche peculiari di un dato compito, come un muro, possono frapporsi fra i ragazzi e il compito stesso, per poi scontrasi con le loro singole abilità, con il loro specifico stile di apprendimento, con gli strumenti a disposizione, senza per altro che loro stessi possano rendersene conto. 
    Il rischio è quello per cui bambini e ragazzi, non capendo di trovarsi di fronte a compiti non adatti a loro, pensino di essere loro stessi quelli inadeguati, se non addirittura incapaci. 
    Bisogna pensare poi alle possibili conseguenze di queste esperienze di non-riuscita, di frustrazione, all’influenza che queste avranno anche solo semplicemente sui loro apprendimenti futuri. 
    Nello sviluppo del bambino – è evidente nei neonati – ogni esperienza di apprendimento interviene su un’altra, in una catena infinita. E così sarà per tutta la vita, finché ci si misura con l’imparare. 
    Non si può dunque non considerare il peso che può avere su questo ciclo, continuo e fondamentale, il sentirsi privi di capacità ed impotenti di fronte a compiti nuovi.
    Tutti i bambini/ragazzi sono diversi, per cui non si può pensare esista un unico compito, cucito su misura sulle caratteristiche di tutti. 
    Ognuno avrà proprie risorse e potenzialità, e strumenti prediletti, per affrontarlo. 
    Ciò di cui tutti allora avranno realmente bisogno, in prima battuta, sarà l’aver coscienza di questo, in modo da sbloccare insieme due vie: il senso di autoefficacia prima e la riuscita del compito dopo, avendo cognizione della reale possibilità di trovare strategie e strumenti propri per affrontare quella nuova prova. 
    Si tratta quindi di avviare e incentivare in bambini e ragazzi un lavoro di metacognizione, ovvero il raggiungimento di una sempre maggiore consapevolezza, non solo circa le proprie capacità, ma anche circa la natura del compito stesso e l’interazione possibile fra i due aspetti. 
    La metacognizione è “pensare sul pensiero”, vale a dire riflettere sulle proprie caratteristiche cognitive: una marcia in più nei processi di apprendimento.
    Questo tipo di riflessione permette infatti un monitoraggio – e insieme verifica – costante dell’andamento dell’imparare e delle modalità di affrontare i compiti. 
    Ciò pone lo studente in una posizione attiva rispetto al suo stile di apprendimento, le sue capacità e le strategie da utilizzare, in relazione alla richiesta che, a seconda della sua natura, andrà a chiamare in gioco abilità diverse. Il ragazzo “metacognitivo” saprà rispondere con un piano d’azione e strumenti adeguati, dimenticando così la sensazione di impotenza: avrà infatti, di fronte a sè, diverse e concrete possibili vie da percorrere.