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  • Gli stili cognitivi: dipendente vs indipendente

    Gli stili cognitivi: dipendente vs indipendente

     Gli stili cognitivi descrivono i modi in cui una persona acquisisce, elabora e successivamente traduce in comportamenti le nuove informazioni e indicano delle propensioni nell’uso delle personali abilità che vengono utilizzate in maniera diversa. Come il termine stile suggerisce, si tratta di caratteristiche cognitive globali o perlomeno diffuse, che si rilevano non solo nel funzionamento cognitivo dell’individuo, ma anche nei suoi atteggiamenti, nei modi di rapportarsi con gli altri o di reagire a situazioni inconsuete. Essi sarebbero influenzati nel loro sviluppo dalla cultura e dalla società in cui l’individuo vive, dal sesso, dalle stereotipie di genere, dall’età, dall’educazione scolastica, dallo stile educativo dei genitori, dal tipo di scuola e di lavoro che richiedono modalità diverse di affrontare i problemi. Benché si fondino su predisposizioni di base, gli stili cognitivi possono essere modificati dalle circostanze ambientali e dal tipo di educazione ricevuta. Con l’obiettivo di creare un sistema di classificazione unitario, sono stati ideati differenti modelli di interpretazione e di classificazione. Il più articolato e completo è il modello di Miller, proposto nel 1987: esso si basa sulla considerazione delle strategie “preferite” dalle persone nell’elaborazione dell’informazione, secondo l’approccio classico dello Human Information Processing (HIP). Miller ha suddiviso l’attività cognitiva in tre processi principali: la percezione, la memoria e il pensiero. Al loro interno ha identificato dei sotto-processi che possono essere interpretati come differenti stili cognitivi: si hanno lo stile cognitivo globale vs. analitico, di cui si è parlato precedentemente; lo stile cognitivo dipendente dal campo vs. indipendente dal campo; lo stile cognitivo verbale vs. visivo; lo stile cognitivo divergente vs. convergente; lo stile cognitivo sistematico vs. intuitivo, e infine, lo stile cognitivo impulsivo vs. riflessivo. In questo breve articolo ci soffermeremo sullo stile cognitivo dipendente vs. indipendente.

    L’attenzione selettiva: campo dipendenza vs. indipendenza
    Nel caso dell’attenzione selettiva, si hanno due principali meccanismi.

    • Il primo, deliberato o consapevole, è il meccanismo nel quale l’attenzione è sotto il diretto controllo di strutture sovraordinate o esecutive;
    • Il secondo viene definito automatico e presenta meccanismi preconsci che processano in modo superficiale e rapido l’input. 

    L’equilibrio tra questi due meccanismi può rappresentare la base per le differenze individuali.
    Si ha la distinzione tra un tipo di attenzione deliberata, che è la capacità di focalizzarsi e concentrarsi su un compito specifico, ignorando indici non salienti; e quello di attenzione automatica, che può portare la persona ad avere alcune difficoltà a focalizzarsi selettivamente sul compito e ignorare il contesto distraente. Sulla base di questo concetto, ovvero della distraibilità della persona, emerge lo stile cognitivo del tipo dipendente/indipendente dal campo. La tendenza del soggetto alla distraibilità viene considerata uno stile cognitivo, il quale può essere misurato dalla reazione individuale a stimoli contraddittori o intrusivi, ovvero dal grado in cui l’individuo dirige e mantiene l’attenzione selettivamente su stimoli rilevanti, inibendo la percezione di quelli irrilevanti o distraenti. La dipendenza/indipendenza dal campo si riferisce alla misura in cui una persona, che viene impegnata in un compito percettivo, si lascia influenzare dal contesto. Più precisamente, uno stile dipendente dal campo è tipico di chi non è particolarmente capace a separare le cose dall’ambiente complessivo; lo stile indipendente dal campo è proprio di chi, invece, è più abile a percepire e a individuare gli oggetti come indipendenti dall’ambiente complessivo. Gli estremi della dipendenza/indipendenza dal campo percettivo possono confluire negli estremi analitico/globale: le persone più campo dipendenti tendono ad esperire le circostanze in un modo relativamente globale e si conformano passivamente all’influenza del campo prevalente. Le persone meno campo dipendenti, invece, tendono ad esperire le loro circostanze analiticamente, con gli oggetti vissuti come discreti e discriminabili dal loro background.
    Per misurare la dipendenza o l’indipendenza dal campo vengono utilizzati diversi strumenti: i più comuni sono il Rod and Frame Test, il quale richiede ai soggetti di orientare verticalmente un’asta, utilizzando come riferimento esterno una cornice quadrata che può ruotare indipendentemente dalla stessa asta. Un altro compito è l’Embedded Figure Test (EFT) il quale richiede di isolare un item da un campo visivo organizzato. Con i bambini vengono utilizzati strumenti differenti: uno di questi è il Color Word Test (o Stroop Test), il quale consiste nel far pronunciare ad alta voce il nome del colore con cui sono scritti i nomi dei colori. In alcuni casi il nome corrisponde al colore col quale è stata scritta, altre volte questo non accade. In generale, i soggetti campo dipendenti commettono più errori (pronunciando il nome e non il colore) e sono più lenti nell’eseguire il compito.

  • Gli stili cognitivi: convergente vs divergente

    Gli stili cognitivi: convergente vs divergente

    Come è stato sottolineato dagli articoli precedenti, il termine di stile cognitivo venne utilizzato per la prima volta da Allport nel 1937, il quale lo definì come un modo di riferirsi a diversi tipi di personalità o di comportamento. Non rappresentano un’indicazione sul livello di intelligenza di una persona, ma sono modi specifici di estrarre informazioni dall’ambiente circostante e di organizzarle ordinatamente. Con l’obiettivo di creare un sistema di classificazione unitario, sono stati ideati differenti modelli: per gli stili che si basano sulla personalità, si ha il modello di Myers e Myers, proposto nel 1980, il quale riprende la teoria dei tipi di Jung (1971) e il modello di Kirton del 1976. Per gli stili che si fondano sull’attività, è stato elaborato il modello dell’autogoverno mentale introdotto da Sternberg nel 1996 e i modelli sugli stili di apprendimento e di insegnamento. Per gli stili centrati sull’attività cognitiva, il modello proposto da Miller nel 1987 si basa sulla considerazione delle strategie “preferite” dalle persone nell’elaborazione dell’informazione, secondo l’approccio classico dello Human Information Processing (HIP). Miller ha suddiviso l’attività cognitiva in tre processi principali: la percezione, la memoria e il pensiero. Al loro interno ha identificato dei sotto-processi che possono essere interpretati come differenti stili cognitivi: si hanno lo stile cognitivo globale vs. analitico; lo stile cognitivo dipendente dal campo vs. indipendente dal campo; lo stile cognitivo verbale vs. visivo; lo stile cognitivo divergente vs. convergente; lo stile cognitivo sistematico vs. intuitivo, e infine, lo stile cognitivo impulsivo vs. riflessivo. In questo breve articolo ci soffermeremo sullo stile cognitivo convergente vs. divergente.

    Il recupero dell’informazione: stile convergente vs. divergente
    Il concetto di pensiero divergente è stato preso in considerazione per la prima volta da Guilfort nella sua teoria multifattoriale dell’intelligenza del 1967. Egli ha posto una distinzione tra pensiero convergente e pensiero divergente: il primo viene attivato nelle situazioni in cui è richiesta una sola risposta ed è caratterizzato dalla messa in atto di ciò che è stato precedentemente appreso. La persona “convergente”, basandosi sulle informazioni di cui dispone, procede seguendo un percorso lineare e sequenziale, convergendo verso una risposta unica, spesso convenzionale e prevedibile. Questo tipo di pensiero è circoscritto entro i confini del compito che si sta affrontando e segue le sue linee interne, utilizzando regole già definite e codificate. Il secondo tipo di pensiero, quello divergente, parte dall’informazione data per procedere in modo autonomo e creativo, generando risposte e soluzioni originali e flessibili; supera la chiusura dei dati del problema, esplora varie direzioni e produce qualcosa di nuovo e di diverso. Esso risulta più adatto alla soluzione di quelle situazioni problematiche le quali richiedono la generazione di diverse risposte ugualmente accettabili.
    Secondo Guilfort, i principali aspetti che contraddistinguono quest’ultimo pensiero sono:

    • la fluidità di idee, data dal numero di risposte fornite da una persona nel medesimo compito;
    • la flessibilità, data dal numero delle differenti categorie di risposte;
    • l’originalità, fornita dal carattere inconsueto e unico di una risposta;
    • la qualità, che comprende l’adeguatezza della risposta in un determinato contesto.

    In ambito educativo, lo stile convergente risulta essere quello maggiormente enfatizzato e incoraggiato quotidianamente dagli insegnanti a scapito di quello divergente.
    Il pensiero divergente può essere misurato attraverso alcuni strumenti: ad esempio si può utilizzare il Test della Creatività e Pensiero Divergente (TCD) di Williams (1994). Esso è costituito da dodici item rappresentati da altrettante cornici, le quali contengono al loro interno alcune linee o abbozzi di figure e forme. Partendo da queste linee, le persone devono disegnare degli oggetti e delle figure.

     

  • Gli stili cognitivi: sistematico vs intuitivo e impulsivo vs riflessivo

    Gli stili cognitivi: sistematico vs intuitivo e impulsivo vs riflessivo

    Gli stili cognitivi
    Gli stili cognitivi si riferiscono alle diverse modalità adottate dal cervello per elaborare le nuove informazioni: si fondando su predisposizioni di base, ma possono essere modificati dalle circostanze ambientali e dal tipo di educazione ricevuta. Diversi studi hanno tentato di trovare i correlati neurofisiologici dei vari stili cognitivi: per esempio nel 1973 Cohen e i suoi colleghi hanno identificato una relazione significativa tra la lateralizzazione del cervello, ovvero il processo di espressione della dominanza emisferica, e la campo dipendenza/indipendenza: dai risultati ottenuti emergerebbe un maggior coinvolgimento dell’emisfero destro nella campo dipendenza e dell’emisfero sinistro nell’indipendenza dal campo. Un altro studio importante è quello di Sergent, condotto nel 1983: egli ha identificato che nell’ambito dello stile cognitivo analitico/globale i soggetti che presentano una superiorità dell’emisfero destro sarebbero più globali, mentre una superiorità dell’emisfero sinistro sarebbe associata a un’elaborazione analitica del materiale. Recentemente l’attenzione si è focalizzata sul ruolo degli stili cognitivi nell’ambito educativo, con l’introduzione del concetto di stili di apprendimento. Gli stili di apprendimento rappresentano le modalità preferenziali adottate dalle persone per percepire, elaborare, immagazzinare e recuperare le informazioni necessarie all’apprendimento. Per creare un sistema di classificazione unitario, sono stati ideati differenti modelli, tra i quali il modello di Miller, proposto nel 1987, che risulta essere il più importante. Egli ha suddiviso l’attività cognitiva in tre processi principali: la percezione, la memoria e il pensiero. Al loro interno ha identificato dei sotto-processi che possono essere interpretati come differenti stili cognitivi: si hanno lo stile cognitivo globale vs. analitico, di cui si è parlato precedentemente qui; lo stile cognitivo dipendente dal campo vs. indipendente dal campo; lo stile cognitivo verbale vs. visivo; lo stile cognitivo divergente vs. convergente; lo stile cognitivo sistematico vs. intuitivo, e infine, lo stile cognitivo impulsivo vs. riflessivo. 
In questo articolo ci soffermeremo sugli stili cognitivo sistematico vs. intuitivo e impulsivo vs. riflessivo.

    Lo stile sistematico vs intuitivo
    Lo stile sistematico/intuitivo risale alle ricerche condotte nel 1956 da Bruner e dai suoi collaboratori. Essi hanno dimostrato come un compito o un problema che richiedono la scoperta di concetti vengano affrontati in modi differenti da persone diverse, secondo le modalità sistematica o intuitiva. Da una parte la persona che adotta uno stile sistematico procede a piccoli passi e considera tutte le variabili coinvolte, attribuendo molta importanza ai dettagli: ciò comporta un carico rilevante in memoria di lavoro. Dall’altra parte chi adotta uno stile intuitivo lavora su ipotesi nel tentativo di confermarle o confutarle: è richiesta una buona capacità di ricordare le informazioni momentaneamente messe da parte per creare una nuova ipotesi. Entrambe le due modalità possono portare il solutore a conclusioni soddisfacenti, attraverso percorsi differenti. Chi adotta lo stile intuitivo può essere molto rapido nella risoluzione se si formula subito l’ipotesi corretta; quello sistematico, invece, risulta più lento, ma dovrebbe portare a una soluzione sicura. In ambito educativo, sarebbe utile e opportuno, oltre a rilevare la preferenza per uno dei due stili da parte di uno studente, insegnare a riconoscere le peculiarità degli stili e a far scoprire quando può essere utile utilizzare l’uno o l’altro. Un compito che viene utilizzato per distinguere le persone sistematiche da quelle intuitive è una sorta di “Master Mind”, un gioco in cui si deve indovinare una configurazione di cinque colori disposti nella forma corretta. Bisogna capire quale figura geometrica ha in mente la persona: si possono scegliere delle figure di esempio e, sulla base delle risposte che l’interlocutore dà alle scelte, si può arrivare a comprendere qual era il modello pensato.

    Lo stile impulsivo vs riflessivo
    Lo stile impulsivo/riflessivo venne identificato da Kagan nel 1965 e fa riferimento al tempo richiesto per prendere una decisione in condizioni di incertezza o insicurezza. La persona impulsiva ha una maggiore tendenza a fornire risposte precipitose e non ottimali; risulta poco accurata e considera un minor numero di alternative utili per avere una gamma di risposte più ampia. La persona riflessiva spende più tempo a ragionare sugli elementi di un problema, è più lenta nelle decisioni e risponde più cautamente rispetto ai primi. La polarità riflessiva è chiaramente più adattiva di quella impulsiva. Quest’ultima sembra legata alla sfera della personalità; generalmente chi presenta alti livelli di ansia giunge a fornire una risposta prematura e immediata, solo per il bisogno di finire in fretta il compito; oppure chi ha difficoltà a inibire la risposta tende a rispondere subito, senza riflettere o ragionare. Nei bambini le differenze principali si possono rilevare nella loro preoccupazione rispetto all’errore: i bambini più riflessivi, per non sbagliare, impiegano più tempo a considerare le varie alternative del compito. I bambini impulsivi, invece, impiegano molto meno tempo e spesso risultano maggiormente impazienti, ansiosi e carenti di fiducia in loro stessi. Lo strumento utilizzato per misurare questo stile cognitivo è il Matching Familiar Figure Test, dove viene chiesto al solutore di scoprire l’esatta copia di una figura target tra sei o più alternative.

  • Il momento in cui studi influisce sul risultato?

    Il momento in cui studi influisce sul risultato?

    Gli studiosi dicono di sì.
    Uno dei modi più semplici per migliorare i risultati del proprio studio consiste quindi nello scegliere con attenzione i momenti da dedicarvici nel corso della giornata.

    Numerosi studi hanno ad esempio dimostrato che andare a dormire poco dopo aver letto/imparato qualcosa di nuovo, aiuta il cervello a rigenerare i circuiti mnemonici e consolidare quello che si stava studiando. E questo vale sia nel caso di una buona notte di sonno, sia di un pisolino pomeridiano.

    Bisogna anche poi prendere in considerazione la gestione del tempo e delle pause. La memoria si attiva molto di più se ricontrolliamo il materiale di studio tra un intervallo e l’altro, anziché stare “fissi” e fare una “full immersion” ininterrotta.

    Il Dott. Hal Pashler, all’Università della California, ha cercato di quantificare l’intervallo migliore. Secondo i suoi studi, dovresti muoverti così:
     – Studiare l’argomento per impararlo
    – Ripassarlo a un intervallo di tempo che dista circa il 10/20% da quando dovrai utilizzarlo a scuola o all’università

    Ad esempio, se hai appena finito di studiare per una verifica che sarà tra 24 ore, dovresti ripassare circa 2/4 ore dopo la tua revisione iniziale. 
Secondo la ricerca pubblicata su “Psychonomic Bulletin & Review, vol 14, p 187”, seguire questo metodo può portare a un miglioramento del 10% sul voto ricevuto.

  • Mappe concettuali come non le avete mai viste: la storia di Arianna

    Mappe concettuali come non le avete mai viste: la storia di Arianna

    Arianna ha scoperto la sua dislessia in seconda elementare, all’età di sette anni. In quel periodo i suoi genitori la aiutano leggendole i compiti e in classe viene presa in simpatia perché porta con sé il tablet. I problemi sopraggiungono alle medie, ma soprattutto alle superiori, perché gli insegnanti non vedono di buon occhio gli schemi e cercano di rimandarla e di dimostrarne la scarsa preparazione. In terza superiore, accusandola di “non essere dislessica, ma solo stupida” (riferisce lei), viene bocciata, dopo che per tutto l’anno le è stato anche negato il permesso di utilizzare schemi durante le verifiche delle lingue straniere.

    Lei non si arrende e decide di intraprendere un percorso scolastico privato di due anni in uno per recuperare la bocciatura. Quell’anno, grazie anche al sostegno del tutor del Centro Leonardo che la segue nella preparazione del lavoro, rappresenta per lei una vera svolta nel suo modo di studiare: impara a dedicare allo studio il giusto tempo e inizia a preparare schemi molto più corti, più personalizzati e quindi più “difendibili”. Grazie a questi accorgimenti e alla sua determinazione, Arianna è riuscita a recuperare l’anno e infine a diplomarsi. Oggi studia all’università a Milano ed è decisa a terminare il suo percorso nei tre anni, senza usufruire delle agevolazioni di tempo fornite ai dislessici. Non sono più i genitori a leggere per lei, ma gli audiolibri, che le permettono di ascoltare la lezione, impostare uno schema e poi ricavarne uno più corto e più efficace.

    I suoi schemi sono molto personali, non sarebbero decifrabili da una persona esterna e sono diventati ancor più efficaci oggi, per affrontare la mole d’informazioni richiesta dagli esami universitari. Questo metodo di studio fatto di determinazione e schemi sintetici, pieni di colori, frecce e poche parole evocative, le permette di portare avanti la sua carriera universitaria e di progettare, finito questo percorso, di continuare a studiare con un master. A volte gli schemi, ci confida con maturità e consapevolezza, non sono altro che un supporto psicologico per vincere l’insicurezza dovuta alla dislessia e quindi dovrebbero essere tollerati, soprattutto in fasi della vita delicate per l’autostima, come superiori e medie. Anche all’università, tuttavia, gli schemi non sono sempre ben visti: ad esempio racconta che durante un pre-appello le hanno negato l’uso di schemi, ma ora Arianna, dopo aver affrontato e vinto tante battaglie, è diventata più forte e quindi non si fa più scoraggiare.

  • Studiare più facilmente con l’aiuto di un semplice post-it

    Studiare più facilmente con l’aiuto di un semplice post-it

    Uno degli aspetti più frustranti dello studio è non ricordarsi quanto si ha appena letto: che sia una riga, un paragrafo o un capitolo, ogni tanto capita di arrivare in fondo e dirsi “Ma… ho già dimenticato tutto?”.

    Esiste una tecnica che aiuta gli studenti a ricordare e analizzare il testo in modo interattivo, e lo fa sfruttando un oggetto molto semplice: l’adesivo post-it.

    Questa strategia si basa su concetti ben noti agli psicologi, come l’attivazione delle pre-conoscenze, che sono molto utili a potenziare la comprensione del testo e vengono insegnati anche dagli specialisti durante i training sul metodo di studio.

    Bisogna preparare dei post-it con testi che incoraggino l’interazione con il testo.
    Alcuni esempi:

    “Questo testo spiega che…”

    “Queste immagini aiutano a capire i concetti del testo?”

    “Secondo me parlerà di…”

    Oppure in fondo alla lettura: “Le cose che ho appena letto mi ricordano/somigliano a…”

    Lo studente può poi rispondere sia oralmente che per forma scritta.

    Perché aiuta e perché funziona? Perché rende la lettura un processo interattivo, più immersivo, in cui attivamente utilizzare tutte le risorse mentali di cui si dispone. Incoraggia l’analisi del testo, la revisione e la capacità di fare collegamenti.

    L’uso dei post-it può incoraggiare e guidare lo studente demotivato o “disarmato” nel suo processo di analisi e comprensione del testo. E l’aiuto ottenuto già darà senso di “autoefficacia”, ossia lo farà sentire più capace (perché lo sarà davvero!) avendo un effetto anche sulla sua motivazione allo studio.