È necessario far capire agli studenti quanto sia importante un atteggiamento metacognitivo, al fine di trovare il proprio metodo di studio e sviluppare la capacità di apprendere. Le strategie di apprendimento e di studio servono a metterli nella giusta direzione. La nozione di strategia è stata variamente definita da molti psicologi. Essa, in generale, si riferisce ai casi in cui una situazione può essere affrontata in modi differenti: questi modi possono essere considerati strategie se hanno finalizzazione, regolarità e controllo (più o meno consapevole). Molte ricerche hanno mostrato come lo sviluppo delle capacità di memoria e la capacità di utilizzare strategie siano due competenze fondamentali che vanno di pari passo, a partire da quelle più semplici di ripetizione del materiale fino a quelle più complesse che richiedono un’elaborazione. Affinché il soggetto riesca a imparare di più, è importante che sia coinvolto nel processo d’apprendimento, che eserciti un controllo attivo. Difatti, una maggiore elaborazione dei contenuti produce generalmente una memorizzazione migliore. Rohwer (1974) ha individuato nella “generatività” la caratteristica che rende efficace una strategia di studio. Quanto più un metodo implica la riorganizzazione a parole proprie di un’informazione e l’arricchimento mediante l’integrazione di informazioni derivanti dalla propria esperienza, tanto più risulta efficace, cioè conduce a un apprendimento solido e duraturo.
Una delle strategie più efficaci e utili è la motivazione allo studio. Noi essere umani siamo permanentemente motivati a adeguare le nostre conoscenze del mondo, a risolvere conflitti, ad avanzare ipotesi di soluzioni, a trovare una sintesi tra realtà che si presentano in contraddizione. Il concetto di motivazione è un costrutto usato per spiegare l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza del comportamento diretto verso un obiettivo. È la spinta che anima e sostiene un’azione o un atteggiamento. In riferimento all’istruzione, il concetto di motivazione dello studente viene usato per spiegare il grado in cui gli studenti investono attenzione e sforzo nelle attività scolastiche, cioè la loro disponibilità a impegnarsi in attività di apprendimento. Uno studente sente crescere liberamente la voglia di imparare quando riesce a notare il legame tra ciò che studia e la propria esperienza interiore. Egli riesce a canalizzare tutte le proprie risorse verso lo scopo che vuole raggiungere. Si sente forte, energico, concentrato; pianifica l’azione per renderla efficace, attribuisce grande valore a ciò che sta studiando.
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L’importanza di strategie nello studio
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Tre tipi di strategie di apprendimento
L’apprendimento significativo dipende sia dal processo di insegnamento che dal modo in cui gli studenti lo elaborano. Nonostante siano state scoperte, da parte degli psicologi dell’educazione, diverse teorie per rendere questi due aspetti maggiormente efficaci, le tre strategie di apprendimento più riconosciute in psicologia sono: mnemoniche, strutturali e generative.
STRATEGIE DI APPRENDIMENTO MNEMONICO
Le strategie mnemoniche sono importanti per memorizzare i contenuti, come fatti o termini, e dare un qualche tipo di significato ad informazioni prive di quest’ultimo.
Allan Paivio descrive i dispositivi mnemonici come funzionanti per tre diversi motivi:
-doppia codifica: utilizzano sia codici non verbali come le immagini, che verbali come le parole per immagazzinare le informazioni, in modo da rendere più facile agli studenti l’accesso a queste ultime.
-organizzazione: creano una sorta di “casella” coerente in cui inserire determinati tipi di informazioni, permettendo cosi agli studenti di ricordarle più facilmente, poiché strettamente correlate tra loro e presenti all’interno di essa.
-associazione: creano forti connessioni tra diversi elementi, in modo che lo studente, alla vista di uno di essi, possa ricordarsi anche gli altri.
STRATEGIE DI APPRENDIMENTO STRUTTURALI
Le strategie strutturali, invece, permettono agli studenti di selezionare mentalmente le informazioni più importanti ed inserirle in un’unica struttura, come ad esempio schemi o riassunti, o meglio ancora mappe concettuali, diagrammi o flussi. Organizzando dunque il materiale in idee piccole e correlate tra loro, è molto più facile accedervi e ricordare altre informazioni presenti in memoria. Questo tipo di strategia, inoltre, aiuta gli studenti a comprendere realmente il contenuto del materiale stesso, al contrario di un apprendimento di tipo superficiale e meccanico.
STRATEGIE DI APPRENDIMENTO GENERATIVE
Le strategie generative, infine, sono necessarie per comprendere ed “incorporare” nuove informazioni o contenuti all’interno della conoscenza già esistente in memoria. Alcuni esempi sono: prendere appunti, sottolineare, chiedere e rispondere a domande o dire cose ad alta voce.
Queste tre strategie di apprendimento sono risultate essere estremamente efficaci ed utili in classe, per cui sarebbe necessario che le/gli insegnanti aiutino gli studenti ad imparare ad utilizzarle al meglio per un apprendimento scolastico attivo e profondo!
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10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe
Per aiutare gli studenti dislessici in classe, possono essere seguiti alcuni consigli utili:
1. É importante fornire tempo extra per tutti i compiti che vengono assegnati e permettere allo studente di lavorare in un posto tranquillo, diminuendo così le possibili distrazioni e testando continuamente la positività delle soluzioni individuate.
2. Ridurre la quantità di parole su cui far lavorare lo studente nei compiti ortografici.
3. Fornire diversi modi con cui uno studente possa dimostrare la propria comprensione, attraverso per esempio interrogazioni orali, progetti o video, avvalendosi anche di apparecchiature elettroniche. Gli strumenti compensativi sono fondamentali per aiutare il bambino a rendersi più autonomo nello studio.
4. Non chiedere allo studente di leggere ad alta voce in classe. La dislessia comporta una minore correttezza e rapidità della lettura a voce alta, per cui chiedere di leggere a voce alta potrebbe mettere a disagio il bambino di fronte ai pari. Tale richiesta può essere sostituita con altre attività, senza ridurre per questo l’impegno, ma cambiandone solamente le modalità.
5. Per gestire le difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, presenti nella dislessia, è utile suddividere i compiti in diverse parti.
6. Risulta efficace, durante le attività a scuola e a casa, ridurre l’ingombro di oggetti non necessari, diminuendo così le possibili distrazioni.
7. Fornire in anticipo uno schema e degli appunti sulle lezioni che si terranno in classe, in modo da organizzare e fornire una guida allo studio.
8. Evitare di penalizzare uno studente con dislessia per quanto riguarda l’ortografia, ambito in cui può risultare deficitario. Si potrebbe perciò fornire una doppia valutazione, una per il contenuto e una per l’ortografia.
9. Cercare di utilizzare indicazioni orali o indicazioni scritte semplificate.
10. Ridurre le attività che richiedono l’utilizzo di “carta e matita”. -

Laboratori per promuovere l’autonomia di studenti con DSA o BES
Negli ultimi anni, gli specialisti hanno sviluppato, progettato ed organizzato diversi laboratori col fine di promuovere l’autonomia e sostenere il percorso formativo in studenti con DSA o BES.
In questi laboratori si lavora per acquisire un metodo di studio funzionale, approfondire le strategie didattiche, utilizzare strumenti tecnologici compensativi avanzati, valorizzare le abilità di ogni studente seguendo i bisogni specifici di ogni partecipante, con l’obiettivo di implementare l’autonomia nello studio e nella realizzazione dei compiti scolastici.
I laboratori si tengono sotto la guida di uno psicologo responsabile, che coordina un gruppo di studenti insieme ad uno o più colleghi. Ogni incontro dura solitamente due ore. I gruppi di studenti sono costituiti tenendo in considerazione alcuni elementi come: età, grado di scuola frequentata e difficoltà specifiche.
In un tipico incontro di laboratorio si inizia con una sessione di condivisione, in cui tutti prendono posto intorno ad un tavolo e ognuno ha la possibilità di esprimere i propri vissuti scolastici inerenti la settimana trascorsa: le valutazioni, le impressioni sulle lezioni, il rapporto con i pari e con i professori, i compiti che sono da fare durante il laboratorio.
Terminata la condivisione, ci si divide nelle diverse postazioni disponibili in modo che ognuno abbia la possibilità di avere un proprio spazio di lavoro, favorendo così la concentrazione. Lo psicologo e i colleghi seguono i ragazzi osservando il loro metodo di studio, consigliando alcune strategie utili e facilitanti per elaborare, comprendere e memorizzare meglio ciò che stanno studiando. Si concordano insieme allo studente anche piani di organizzazione dello studio settimanale.
Durante ogni laboratorio si effettua un momento di pausa guidata, in cui, attraverso momenti di gioco, vengono coinvolti tutti i ragazzi, creando dinamiche positive di gruppo.
L’obiettivo prioritario è quello di fornire uno spazio in cui poter sperimentare un approccio efficace allo studio, la possibilità di avere un confronto significativo fra pari e l’applicazione di tutte quelle strategie che portano al riconoscimento e all’arricchimento delle qualità sociali, accademiche e comunicative, di ogni singolo studente.Per avere più informazioni sui Laboratori in corso al Centro Leonardo, clicca qui.
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Studenti dislessici e apprendimento della lingua inglese: 5 strategie efficaci
Il tempo trascorso a scuola rappresenta una parte significativa nello sviluppo di un bambino. Come insegnante aiutare il percorso accademico di uno studente dislessico è da considerarsi un’opportunità, che richiede l’adozione di prassi ad hoc innovative.
Relativamente alla lingua inglese sono stati effettuati degli studi che hanno portato ad evidenziare alcune strategie efficaci:
1) L’apprendimento multisensoriale. Attraverso i sensi si può aiutare lo studente ad assimilare e elaborare più facilmente le informazioni. Ad esempio, in alcune attività, si potrebbero scrivere parole o frasi con l’utilizzo di materiali tattili, come colla, pasta, perline, ecc.
2) L’utilizzo di tecnologie e strumenti compensativi. Ad esempio il “Controllo ortografico tascabile”, grazie al quale si scrive una parola come si pensa sia giusto e il correttore integrato penserà a restituire foneticamente l’ortografia corretta; oppure i “Line readers”, grazie ai quale si può ingrandire la porzione di testo che si sta leggendo su strumenti elettronici, ed infine la “Tastiera colorata”, con lettere più grandi, che rende la digitazione più accessibile.
3) Fornire allo studente un foglio contenente le informazioni chiave sugli argomenti che verranno trattati in classe. Questo permette allo studente di evitare lo stress di dover copiare tutto prima che venga cancellato dalla lavagna. Per diminuire lo stress, è anche importante concedere più tempo al bambino per completare i compiti, mettendo sempre in primo piano l’impegno piuttosto che il solo risultato finale.
4) Utilizzare le nuove app e i siti utili. Questi sono stati progettati appositamente per aiutare gli studenti dislessici nell’apprendimento.
5) Collaborare con i genitori. Attraverso regolari incontri, si possono spiegare le strategie adottate, così da renderle utilizzabili anche a casa. La condivisione delle conoscenze risulta davvero importante per aiutare il bambino nell’apprendimento scolastico. -

Come gestire il sottorendimento
Esistono alcune strategie per gestire il sottorendimento e far sì che possa evolvere in un rendimento scolastico sufficiente e consono alle capacità effettive dello studente.
STRATEGIE DI SUPPORTO
Si tratta di strategie che implicano la creazione di progetti e l’utilizzo di tecniche al fine di far sentire l’intera classe parte integrante di una famiglia: coinvolgere tutti gli studenti nella definizione delle regole da rispettare in classe, nella presa di decisioni importanti, nell’impostare le punizioni e ricompense e svolgere attività che rispecchino gli interessi ed esigenze degli studenti. Alla base di questo, dunque, vi è una buona comunicazione tra studenti ed insegnanti.
STRATEGIE INTRINSECHE
Si tratta di strategie utilizzate per motivare intrinsecamente gli studenti all’apprendimento: lasciare agli alunni la possibilità di seguire i propri sogni ed obiettivi, senza che vengano imposti dall’esterno, incoraggiarli in ogni tipo di tentativo nello svolgere attività particolari, piuttosto che premiare unicamente i successi, e spingerli all’autovalutazione. Consiste quindi anche nel chiedere agli studenti di auto valutare il proprio lavoro svolto in classe, prima di ricevere il voto dall’insegnante.
STRATEGIE CORRETTIVE
Si tratta di strategie basate su un metodo di insegnamento correttivo: stimolare gli alunni a non abbattersi di fronte a scarsi risultati scolastici, ma anzi cercare di “riparare” gli errori, mediante ad esempio la strutturazione da parte degli insegnanti di esercizi riparatori. Viene quindi considerato l’errore stesso come parte integrante dell’apprendimento, poiché è dal fallimento che si arriva al successo.
LE 5 C
Di fronte a studenti annoiati è possibile utilizzare una strategia semplice per tenerli concentrati, detta d “le 5 C”:
- controllo: dare agli studenti la possibilità di controllare ciò che apprendono (maggiore indipendenza);
- scelta: dare agli studenti la possibilità di scegliere ciò che vogliono imparare/apprendere (scegliere gli esercizi da svolgere, i libri da leggere o studiare ecc..);
- sfida: organizzare sfide ed attività creative e stimolanti, per poi ricompensare gli alunni qualora trovassero la soluzione migliore al “problema”;
- complessità: strutturare gli esercizi in maniera né troppo semplice né troppo complessa, per non far perdere agli studenti l’interesse nel risolverli;
- cura: comunicare con gli alunni e prendersene cura.
È importante inoltre che gli insegnanti diano la possibilità agli alunni di riconoscere i propri punti di forza, tramite attività stimolanti e variegate, incoraggiandoli anche ad assumere una mentalità non più statica, ma di crescita. Infine, siccome il fenomeno del sottorendimento è spesso legato ad una mancanza di conoscenze di base e ad abitudini di studio inadeguate, sarebbe necessario che gli insegnanti forniscano agli alunni strategie di apprendimento più efficaci, fondamentali per una buona riuscita scolastica.
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7 suggerimenti psicologicamente dimostrati per favorire lo studio
Esistono delle strategie per apprendere e ricordarsi meglio ciò che si è appena studiato? Lyvonne Avery propone 7 suggerimenti in un articolo pubblicato nel blog di Psyc2Go, creato con lo scopo di aumentare la consapevolezza delle persone riguardo certi aspetti psicologici e aiutarle a sviluppare risorse incredibili da utilizzare in diversi ambiti della vita.
Ognuno di noi, durante il proprio percorso di studi, potrebbe aver riscontrato difficoltà nel conservare le informazioni appena lette oppure aver avuto difficoltà a recuperare informazioni studiate il giorno prima e aver cercato quindi di utilizzare delle strategie per migliorarne il ricordo. In effetti, esistono alcune strategie scientificamente provate che possono aiutare a migliorare lo studio e renderlo meno faticoso. Ovviamente non tutte le strategie vanno bene per tutti, ognuno dovrebbe poter trovare quella più adatta per sé.1. Utilizzare dei rinforzi positivi
Secondo lo psicologo B. F. Skinner, il corretto apprendimento è più probabile nel momento in cui si ottiene un rinforzo positivo al termine della sessione di studio. Sapere che dopo aver studiato così tanto si ha la possibilità di fare qualcosa che piace, dovrebbe essere un incentivo a impegnarsi e fare bene. Questa strategia potrebbe essere utilizzata dagli insegnanti a scuola per far sì che i propri studenti si impegnino a studiare, così come dai genitori a casa per aiutare i propri figli a studiare più serenamente.2. Organizzare lo spazio di studio
Con spazio di studio non si intende lo spazio fisico, ma proprio la divisione del tempo durante una giornata di studio, soprattutto nei casi in cui si debba studiare più di una materia. Sembra infatti che ci sia una quantità di tempo ottimale tra una sessione di studio e l’altra: non è ancora del tutto chiaro il motivo, ma è stato provato che aumentare il tempo tra una sessione di studio e l’altra favorisca l’apprendimento. Un’idea è che dopo un po’ di tempo dimentichiamo parti di ciò che abbiamo studiato per poi ri-apprenderle in seguito, quindi aumentare il tempo tra una sessione e l’altra permette al nostro cervello di “procedere a balzi”, consentendo la formazione di un concetto concreto.3. Dividere gli argomenti
In gergo psicologico questa strategia viene chiamata chunking e riguarda cioè la scomposizione in più parti di concetti complessi. Normalmente per ricordare meglio un numero di telefono che non si ha la possibilità di scrivere, si tende a scomporlo in unità numeriche più piccole. Ecco, è possibile agire così anche con gli argomenti da studiare. Alcuni ricercatori hanno notato che il cervello umano è in grado di memorizzare da cinque a nove unità di informazioni, anche se alcuni sostengono che siamo in grado in realtà di ricordarne solo quattro. In ogni caso, scomporre un argomento complesso in più unità maggiormente gestibili ne favorisce l’apprendimento. È un po’ come se stessimo “hackerando” il nostro cervello, a dirla con le parole del neuroscienziato Daniel Born.4. Mettersi alla prova
Rileggere semplicemente il materiale dopo averlo studiato può dare agli studenti un falso senso di familiarità: conoscono gli argomenti, ma li ricordano bene davvero? Secondo uno studio condotto dallo psicologo Keith Leyle non è sufficiente. Egli ha provato a spiegare le stesse identiche cose in due corsi di laurea diversi: l’unica differenza è che un gruppo è stato sottoposto regolarmente a dei quiz per verificare di aver realmente appreso gli argomenti, mentre l’altro no. Lyle ha scoperto che gli studenti che sono stati testati dopo ogni lezione hanno imparato significativamente meglio rispetto a quelli che non hanno eseguito nessun tipo di test. Questo suggerisce che testarsi dopo ogni sessione di studio può aiutare a memorizzare realmente i concetti e quindi a ricordarli meglio.5. Utilizzare dispositivi mnemonici
I dispositivi mnemonici vengono utilizzati fin dai tempi antichi ed è sempre stata riconosciuta la loro efficacia. Sono metodi semplici, a portata di tutti: un esempio può essere quello degli acronimi, ovvero parole composte dalle prime lettere di altre parole, come NASA, UNESCO ecc… utili per ricordare concetti complessi. Oppure possono essere utilizzate le rime per ricordare meglio determinati argomenti (per esempio per far ricordare ai bambini i giorni della settimana viene utilizzata la filastrocca sulla settimana di un pulcino). Con queste strategie è come se venisse ingannato il nostro cervello a ricordare tramite un recupero implicito di informazioni.6. Cambiare l’ordine delle cose
Può sembrare che studiare a lungo uno stesso argomento e sempre nello stesso ordine ne faciliti l’apprendimento, ma in realtà si è scoperto non essere proprio così: alcuni studi hanno provato che mescolare le cose aiuti il cervello a conservare più informazioni rispetto a studiare tante ore lo stesso materiale. Il concetto è molto simile a quello di “spazio di studio” di cui sopra e cioè che durante le sessioni di studio spesso scordiamo alcune informazioni per poi ri-apprenderle in seguito, aiutando quindi il nostro cervello a cementare i concetti all’interno della memoria.7.Scrivere
Prima di un test potrebbe essere utile per esempio scrivere su alcuni argomenti studiati in modo da focalizzare l’attenzione e la memoria, aiutando il cervello a entrare in modalità di recupero. Conoscere bene l’argomento può inoltre dare un’idea su cosa potrà vertere il test che si deve affrontare, se non è già stato detto prima dall’insegnante. -

Aiutare un bambino che convive con la dislessia
La dislessia consiste in una difficoltà nella decodifica del testo e dunque anche nell’apprendimento della lettura, la quale risulta essere inaccurata e poco fluente. Il problema centrale è comprendere come i suoni nelle parole siano rappresentati dalle lettere. I bambini con dislessia si trovano ad affrontare una lotta continua con la lettura, che può influenzarli dal punto di vista sociale, emotivo e comportamentale. Spesso infatti questo li può portare ad avere una bassa autostima, ad evadere dal punto di vista scolastico, per paura dei commenti e del giudizio dei compagni, ed accusare la forte fatica alla quale sono continuamente sottoposti. Molte volte, pur di evitare di leggere ad alta voce, i bambini dislessici sostengono di non conoscere la risposta alla domanda formulata dall’insegnante, che quindi, così come i genitori, può fraintenderli.
Potrebbe sembrare, infatti, che non si impegnino abbastanza o che non siano in grado di svolgere gli esercizi loro assegnati, quando in realtà le difficoltà ed gli ostacoli sono legati a questo disturbo. Quest’ultimo risulta essere strettamente correlato ad una bassa memoria di lavoro, ad una difficoltà nella comprensione del testo, nel ricordare i dettagli e decidere cosa farne (nella matematica i bambini dislessici, spesso, commettono errori semplici, quali scambiare numeri o mescolare le sequenze dei passaggi, seppur comprendendo bene i concetti), nel riconoscimento delle parole principali, nella scrittura, nella costruzione di un vocabolario proprio e nella consapevolezza fonologica. Risulta difficile anche imparare una lingua straniera, vista la presenza di suoni e regole di “spelling” diverse rispetto all’italiano.Come aiutarli?
Grazie ad un buon approccio all’insegnamento, ad un comportamento adeguato dell’intera classe ed all’utilizzo di una serie di strategie e supporti, è possibile aiutare i bambini o ragazzi con dislessia a superare la loro sfida nella lettura e fare in modo che possano sentirsi a proprio agio, sia nella vita quotidiana che in quella scolastica:
– Innanzitutto è necessario avvisare la scuola del ragazzo circa la possibilità di utilizzare metodi strutturati e multisensoriali d’istruzione all’alfabetizzazione. Si tratta di un approccio all’insegnamento ideato in modo da coinvolgere la vista, l’udito, il movimento ed il tatto per legare i suoni alle lettere ed imparare come si pronunciano le parole scritte.
– È altrettanto importante individuare modi per mostrare agli alunni cosa sanno fare e cosa conoscono, ad esempio chiedere loro relazioni orali o progetti multimediali su argomenti discussi in classe, anziché compiti scritti, garantendo del tempo extra ed evitando la lettura ad alta voce del compito davanti alla classe.
– È necessario poi dare la possibilità a questi ragazzi di utilizzare strumenti tecnologici, quali audio-libri, “app” con testi parlati o ancora libri di testo digitali, in modo da aiutarli nella lettura e comprensione del materiale, tramite l’ascolto.
– È importante attingere agli interessi del bambino o ragazzo quando si tratta di lettura, e sapere che i fumetti, i libri di cucina, le pagine di sport e le riviste di moda sono buoni modi per invogliarlo alla lettura stessa.
– È necessario enfatizzare i punti di forza del bambino o ragazzo ed “utilizzare” gli sport, hobby ed altre attività per aiutarlo ad essere maggiormente motivato a stare in classe. Un altro modo per aiutarli a crescere la loro autostima è condividere le storie di successo di bambini o più generalmente persone con dislessia.
– Infine potrebbe essere utile aiutare questi bambini a creare auto-difese e a chiedere aiuto quando ne hanno bisogno, anziché chiudersi in se stessi, non provando neppure a superare questa sfida quotidiana. -

6 modi per aiutare gli studenti a capire la matematica
La matematica è sempre stata vista come una delle materie più ostiche, se non quella più difficile in assoluto. Il compito degli insegnanti, dunque, è quello di aiutare gli alunni a comprendere pienamente il materiale esposto, in modo che possano ricordarsi i concetti matematici nel corso del tempo, evitando invece la memorizzazione delle procedure risolutive, la quale porta ad una dimenticanza di queste ultime nel breve termine.
Esistono sei modi di insegnare la matematica per un’adeguata comprensione:
- Creare un “apripista” efficace per le lezioni svolte in classe: prima di iniziare la lezione, gli insegnanti devono spiegare agli alunni come essa sarà articolata, usufruendo di una sorta di “agenda”, già preparata in anticipo, e definendo l’obiettivo di apprendimento, in modo che gli studenti conoscano lo scopo e possano auto-valutare, al termine della lezione stessa, se esso è stato raggiunto. Questa sorta di “apripista” potrebbe anche includere uno o più esercizi di riscaldamento per “rinfrescare” la memoria agli alunni e valutare le loro conoscenze pregresse.
- Introdurre argomenti utilizzando più rappresentazioni: l’uso di più rappresentazioni (verbali e iconiche, come immagini o altre rappresentazioni simboliche) garantisce agli alunni una maggiore probabilità di comprensione concettuale.
- Risolvere problemi in modi diversi: gli insegnanti devono mostrare agli alunni diversi modi per risolvere i problemi, incoraggiandoli a trovarne altri creativi. Aiutare gli studenti a sviluppare diversi metodi risolutivi, per poi condividerli con l’intera classe, è un’esperienza di apprendimento molto forte, inoltre più gli studenti sono esposti a diverse strategie ed approcci, maggiore sarà la loro comprensione concettuale.
- Mostrare l’applicazione: gli insegnanti devono mostrare agli alunni come i concetti matematici possano essere applicati al mondo reale o, se questo fosse impossibile, in altre discipline.
- Chiedere agli studenti di verbalizzare il loro ragionamento mentale: gli insegnanti devono sostenere gli studenti affinché rendano espliciti i loro ragionamenti di risoluzione dei problemi, coinvolgendo dunque l’intera classe e determinando o meno una piena comprensione dell’obiettivo della lezione.
- Terminare la lezione con un riepilogo: nei minuti finali della lezione gli insegnanti devono assicurarsi che gli studenti abbiano compreso l’obiettivo di apprendimento della lezione, attraverso
- un breve riepilogo della lezione appena svolta ed una rapida discussione su quella successiv;
- un’anteprima dei compiti da svolgere a casa, insieme all’intera classe;
- una discussione veloce su quanto appreso.
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Gli stili cognitivi: convergente vs divergente
Come è stato sottolineato dagli articoli precedenti, il termine di stile cognitivo venne utilizzato per la prima volta da Allport nel 1937, il quale lo definì come un modo di riferirsi a diversi tipi di personalità o di comportamento. Non rappresentano un’indicazione sul livello di intelligenza di una persona, ma sono modi specifici di estrarre informazioni dall’ambiente circostante e di organizzarle ordinatamente. Con l’obiettivo di creare un sistema di classificazione unitario, sono stati ideati differenti modelli: per gli stili che si basano sulla personalità, si ha il modello di Myers e Myers, proposto nel 1980, il quale riprende la teoria dei tipi di Jung (1971) e il modello di Kirton del 1976. Per gli stili che si fondano sull’attività, è stato elaborato il modello dell’autogoverno mentale introdotto da Sternberg nel 1996 e i modelli sugli stili di apprendimento e di insegnamento. Per gli stili centrati sull’attività cognitiva, il modello proposto da Miller nel 1987 si basa sulla considerazione delle strategie “preferite” dalle persone nell’elaborazione dell’informazione, secondo l’approccio classico dello Human Information Processing (HIP). Miller ha suddiviso l’attività cognitiva in tre processi principali: la percezione, la memoria e il pensiero. Al loro interno ha identificato dei sotto-processi che possono essere interpretati come differenti stili cognitivi: si hanno lo stile cognitivo globale vs. analitico; lo stile cognitivo dipendente dal campo vs. indipendente dal campo; lo stile cognitivo verbale vs. visivo; lo stile cognitivo divergente vs. convergente; lo stile cognitivo sistematico vs. intuitivo, e infine, lo stile cognitivo impulsivo vs. riflessivo. In questo breve articolo ci soffermeremo sullo stile cognitivo convergente vs. divergente.
Il recupero dell’informazione: stile convergente vs. divergente
Il concetto di pensiero divergente è stato preso in considerazione per la prima volta da Guilfort nella sua teoria multifattoriale dell’intelligenza del 1967. Egli ha posto una distinzione tra pensiero convergente e pensiero divergente: il primo viene attivato nelle situazioni in cui è richiesta una sola risposta ed è caratterizzato dalla messa in atto di ciò che è stato precedentemente appreso. La persona “convergente”, basandosi sulle informazioni di cui dispone, procede seguendo un percorso lineare e sequenziale, convergendo verso una risposta unica, spesso convenzionale e prevedibile. Questo tipo di pensiero è circoscritto entro i confini del compito che si sta affrontando e segue le sue linee interne, utilizzando regole già definite e codificate. Il secondo tipo di pensiero, quello divergente, parte dall’informazione data per procedere in modo autonomo e creativo, generando risposte e soluzioni originali e flessibili; supera la chiusura dei dati del problema, esplora varie direzioni e produce qualcosa di nuovo e di diverso. Esso risulta più adatto alla soluzione di quelle situazioni problematiche le quali richiedono la generazione di diverse risposte ugualmente accettabili.
Secondo Guilfort, i principali aspetti che contraddistinguono quest’ultimo pensiero sono:- la fluidità di idee, data dal numero di risposte fornite da una persona nel medesimo compito;
- la flessibilità, data dal numero delle differenti categorie di risposte;
- l’originalità, fornita dal carattere inconsueto e unico di una risposta;
- la qualità, che comprende l’adeguatezza della risposta in un determinato contesto.
In ambito educativo, lo stile convergente risulta essere quello maggiormente enfatizzato e incoraggiato quotidianamente dagli insegnanti a scapito di quello divergente.
Il pensiero divergente può essere misurato attraverso alcuni strumenti: ad esempio si può utilizzare il Test della Creatività e Pensiero Divergente (TCD) di Williams (1994). Esso è costituito da dodici item rappresentati da altrettante cornici, le quali contengono al loro interno alcune linee o abbozzi di figure e forme. Partendo da queste linee, le persone devono disegnare degli oggetti e delle figure.