Tag: strategia didattica

  • L’importanza di strategie nello studio

    L’importanza di strategie nello studio

    È necessario far capire agli studenti quanto sia importante un atteggiamento metacognitivo, al fine di trovare il proprio metodo di studio e sviluppare la capacità di apprendere. Le strategie di apprendimento e di studio servono a metterli nella giusta direzione. La nozione di strategia è stata variamente definita da molti psicologi. Essa, in generale, si riferisce ai casi in cui una situazione può essere affrontata in modi differenti: questi modi possono essere considerati strategie se hanno finalizzazione, regolarità e controllo (più o meno consapevole). Molte ricerche hanno mostrato come lo sviluppo delle capacità di memoria e la capacità di utilizzare strategie siano due competenze fondamentali che vanno di pari passo, a partire da quelle più semplici di ripetizione del materiale fino a quelle più complesse che richiedono un’elaborazione. Affinché il soggetto riesca a imparare di più, è importante che sia coinvolto nel processo d’apprendimento, che eserciti un controllo attivo. Difatti, una maggiore elaborazione dei contenuti produce generalmente una memorizzazione migliore. Rohwer (1974) ha individuato nella “generatività” la caratteristica che rende efficace una strategia di studio. Quanto più un metodo implica la riorganizzazione a parole proprie di un’informazione e l’arricchimento mediante l’integrazione di informazioni derivanti dalla propria esperienza, tanto più risulta efficace, cioè conduce a un apprendimento solido e duraturo.
    Una delle strategie più efficaci e utili è la motivazione allo studio. Noi essere umani siamo permanentemente motivati a adeguare le nostre conoscenze del mondo, a risolvere conflitti, ad avanzare ipotesi di soluzioni, a trovare una sintesi tra realtà che si presentano in contraddizione. Il concetto di motivazione è un costrutto usato per spiegare l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza del comportamento diretto verso un obiettivo. È la spinta che anima e sostiene un’azione o un atteggiamento. In riferimento all’istruzione, il concetto di motivazione dello studente viene usato per spiegare il grado in cui gli studenti investono attenzione e sforzo nelle attività scolastiche, cioè la loro disponibilità a impegnarsi in attività di apprendimento. Uno studente sente crescere liberamente la voglia di imparare quando riesce a notare il legame tra ciò che studia e la propria esperienza interiore. Egli riesce a canalizzare tutte le proprie risorse verso lo scopo che vuole raggiungere. Si sente forte, energico, concentrato; pianifica l’azione per renderla efficace, attribuisce grande valore a ciò che sta studiando.

  • 10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe

    10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe

    Per aiutare gli studenti dislessici in classe, possono essere seguiti alcuni consigli utili:
    1. É importante fornire tempo extra per tutti i compiti che vengono assegnati e permettere allo studente di lavorare in un posto tranquillo, diminuendo così le possibili distrazioni e testando continuamente la positività delle soluzioni individuate.
    2. Ridurre la quantità di parole su cui far lavorare lo studente nei compiti ortografici.
    3. Fornire diversi modi con cui uno studente possa dimostrare la propria comprensione, attraverso per esempio interrogazioni orali, progetti o video, avvalendosi anche di apparecchiature elettroniche. Gli strumenti compensativi sono fondamentali per aiutare il bambino a rendersi più autonomo nello studio.
    4. Non chiedere allo studente di leggere ad alta voce in classe. La dislessia comporta una minore correttezza e rapidità della lettura a voce alta, per cui chiedere di leggere a voce alta potrebbe mettere a disagio il bambino di fronte ai pari. Tale richiesta può essere sostituita con altre attività, senza ridurre per questo l’impegno, ma cambiandone solamente le modalità.
    5. Per gestire le difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, presenti nella dislessia, è utile suddividere i compiti in diverse parti.
    6. Risulta efficace, durante le attività a scuola e a casa, ridurre l’ingombro di oggetti non necessari, diminuendo così le possibili distrazioni.
    7. Fornire in anticipo uno schema e degli appunti sulle lezioni che si terranno in classe, in modo da organizzare e fornire una guida allo studio.
    8. Evitare di penalizzare uno studente con dislessia per quanto riguarda l’ortografia, ambito in cui può risultare deficitario. Si potrebbe perciò fornire una doppia valutazione, una per il contenuto e una per l’ortografia.
    9. Cercare di utilizzare indicazioni orali o indicazioni scritte semplificate.
    10. Ridurre le attività che richiedono l’utilizzo di “carta e matita”.

  • Laboratori per promuovere l’autonomia di studenti con DSA o BES

    Laboratori per promuovere l’autonomia di studenti con DSA o BES

    Negli ultimi anni, gli specialisti hanno sviluppato, progettato ed organizzato diversi laboratori col fine di promuovere l’autonomia e sostenere il percorso formativo in studenti con DSA o BES.
    In questi laboratori si lavora per acquisire un metodo di studio funzionale, approfondire le strategie didattiche, utilizzare strumenti tecnologici compensativi avanzati, valorizzare le abilità di ogni studente seguendo i bisogni specifici di ogni partecipante, con l’obiettivo di implementare l’autonomia nello studio e nella realizzazione dei compiti scolastici.
    I laboratori si tengono sotto la guida di uno psicologo responsabile, che coordina un gruppo di studenti insieme ad uno o più colleghi. Ogni incontro dura solitamente due ore. I gruppi di studenti sono costituiti tenendo in considerazione alcuni elementi come: età, grado di scuola frequentata e difficoltà specifiche.
    In un tipico incontro di laboratorio si inizia con una sessione di condivisione, in cui tutti prendono posto intorno ad un tavolo e ognuno ha la possibilità di esprimere i propri vissuti scolastici inerenti la settimana trascorsa: le valutazioni, le impressioni sulle lezioni, il rapporto con i pari e con i professori, i compiti che sono da fare durante il laboratorio.
    Terminata la condivisione, ci si divide nelle diverse postazioni disponibili in modo che ognuno abbia la possibilità di avere un proprio spazio di lavoro, favorendo così la concentrazione. Lo psicologo e i colleghi seguono i ragazzi osservando il loro metodo di studio, consigliando alcune strategie utili e facilitanti per elaborare, comprendere e memorizzare meglio ciò che stanno studiando. Si concordano insieme allo studente anche piani di organizzazione dello studio settimanale.
    Durante ogni laboratorio si effettua un momento di pausa guidata, in cui, attraverso momenti di gioco, vengono coinvolti tutti i ragazzi, creando dinamiche positive di gruppo.
    L’obiettivo prioritario è quello di fornire uno spazio in cui poter sperimentare un approccio efficace allo studio, la possibilità di avere un confronto significativo fra pari e l’applicazione di tutte quelle strategie che portano al riconoscimento e all’arricchimento delle qualità sociali, accademiche e comunicative, di ogni singolo studente.

    Per avere più informazioni sui Laboratori in corso al Centro Leonardo, clicca qui.

     

  • Studenti dislessici e apprendimento della lingua inglese: 5 strategie efficaci

    Studenti dislessici e apprendimento della lingua inglese: 5 strategie efficaci

    Il tempo trascorso a scuola rappresenta una parte significativa nello sviluppo di un bambino. Come insegnante aiutare il percorso accademico di uno studente dislessico è da considerarsi un’opportunità, che richiede l’adozione di prassi ad hoc innovative.
    Relativamente alla lingua inglese sono stati effettuati degli studi che hanno portato ad evidenziare alcune strategie efficaci:
    1) L’apprendimento multisensoriale. Attraverso i sensi si può aiutare lo studente ad assimilare e elaborare più facilmente le informazioni. Ad esempio, in alcune attività, si potrebbero scrivere parole o frasi con l’utilizzo di materiali tattili, come colla, pasta, perline, ecc.
    2) L’utilizzo di tecnologie e strumenti compensativi. Ad esempio il “Controllo ortografico tascabile”, grazie al quale si scrive una parola come si pensa sia giusto e il correttore integrato penserà a restituire foneticamente l’ortografia corretta; oppure i “Line readers”, grazie ai quale si può ingrandire la porzione di testo che si sta leggendo su strumenti elettronici, ed infine la “Tastiera colorata”, con lettere più grandi, che rende la digitazione più accessibile.
    3) Fornire allo studente un foglio contenente le informazioni chiave sugli argomenti che verranno trattati in classe. Questo permette allo studente di evitare lo stress di dover copiare tutto prima che venga cancellato dalla lavagna. Per diminuire lo stress, è anche importante concedere più tempo al bambino per completare i compiti, mettendo sempre in primo piano l’impegno piuttosto che il solo risultato finale.
    4) Utilizzare le nuove app e i siti utili. Questi sono stati progettati appositamente per aiutare gli studenti dislessici nell’apprendimento.
    5) Collaborare con i genitori. Attraverso regolari incontri, si possono spiegare le strategie adottate, così da renderle utilizzabili anche a casa. La condivisione delle conoscenze risulta davvero importante per aiutare il bambino nell’apprendimento scolastico.

     

  • Come gestire il sottorendimento

    Come gestire il sottorendimento

    Esistono alcune strategie per gestire il sottorendimento e far sì che possa evolvere in un rendimento scolastico sufficiente e consono alle capacità effettive dello studente.

    STRATEGIE DI SUPPORTO

    Si tratta di strategie che implicano la creazione di progetti e l’utilizzo di tecniche al fine di far sentire l’intera classe parte integrante di una famiglia: coinvolgere tutti gli studenti nella definizione delle regole da rispettare in classe, nella presa di decisioni importanti, nell’impostare le punizioni e ricompense e svolgere attività che rispecchino gli interessi ed esigenze degli studenti. Alla base di questo, dunque, vi è una buona comunicazione tra studenti ed insegnanti.

    STRATEGIE INTRINSECHE

    Si tratta di strategie utilizzate per motivare intrinsecamente gli studenti all’apprendimento: lasciare agli alunni la possibilità di seguire i propri sogni ed obiettivi, senza che vengano imposti dall’esterno, incoraggiarli in ogni tipo di tentativo nello svolgere attività particolari, piuttosto che premiare unicamente i successi, e spingerli all’autovalutazione. Consiste quindi anche nel chiedere agli studenti di auto valutare il proprio lavoro svolto in classe, prima di ricevere il voto dall’insegnante.

    STRATEGIE CORRETTIVE

    Si tratta di strategie basate su un metodo di insegnamento correttivo: stimolare gli alunni a non abbattersi di fronte a scarsi risultati scolastici, ma anzi cercare di “riparare” gli errori, mediante ad esempio la strutturazione da parte degli insegnanti di esercizi riparatori. Viene quindi considerato l’errore stesso come parte integrante dell’apprendimento, poiché è dal fallimento che si arriva al successo.

    LE 5 C

    Di fronte a studenti annoiati è possibile utilizzare una strategia semplice per tenerli concentrati, detta d “le 5 C”:

    • controllo: dare agli studenti la possibilità di controllare ciò che apprendono (maggiore indipendenza);
    • scelta: dare agli studenti la possibilità di scegliere ciò che vogliono imparare/apprendere (scegliere gli esercizi da svolgere, i libri da leggere o studiare ecc..);
    • sfida: organizzare sfide ed attività creative e stimolanti, per poi ricompensare gli alunni qualora trovassero la soluzione migliore al “problema”;
    • complessità: strutturare gli esercizi in maniera né troppo semplice né troppo complessa, per non far perdere agli studenti l’interesse nel risolverli;
    • cura: comunicare con gli alunni e prendersene cura.

    È importante inoltre che gli insegnanti diano la possibilità agli alunni di riconoscere i propri punti di forza, tramite attività stimolanti e variegate, incoraggiandoli anche ad assumere una mentalità non più statica, ma di crescita. Infine, siccome il fenomeno del sottorendimento è spesso legato ad una mancanza di conoscenze di base e ad abitudini di studio inadeguate, sarebbe necessario che gli insegnanti forniscano agli alunni strategie di apprendimento più efficaci, fondamentali per una buona riuscita scolastica.

  • Aiutare un bambino che convive con la dislessia

    Aiutare un bambino che convive con la dislessia

    La dislessia consiste in una difficoltà nella decodifica del testo e dunque anche nell’apprendimento della lettura, la quale risulta essere inaccurata e poco fluente. Il problema centrale è comprendere come i suoni nelle parole siano rappresentati dalle lettere. I bambini con dislessia si trovano ad affrontare una lotta continua con la lettura, che può influenzarli dal punto di vista sociale, emotivo e comportamentale. Spesso infatti questo li può portare ad avere una bassa autostima, ad evadere dal punto di vista scolastico, per paura dei commenti e del giudizio dei compagni, ed accusare la forte fatica alla quale sono continuamente sottoposti. Molte volte, pur di evitare di leggere ad alta voce, i bambini dislessici sostengono di non conoscere la risposta alla domanda formulata dall’insegnante, che quindi, così come i genitori, può fraintenderli.
    Potrebbe sembrare, infatti, che non si impegnino abbastanza o che non siano in grado di svolgere gli esercizi loro assegnati, quando in realtà le difficoltà ed gli ostacoli sono legati a questo disturbo. Quest’ultimo risulta essere strettamente correlato ad una bassa memoria di lavoro, ad una difficoltà nella comprensione del testo, nel ricordare i dettagli e decidere cosa farne (nella matematica i bambini dislessici, spesso, commettono errori semplici, quali scambiare numeri o mescolare le sequenze dei passaggi, seppur comprendendo bene i concetti), nel riconoscimento delle parole principali, nella scrittura, nella costruzione di un vocabolario proprio e nella consapevolezza fonologica. Risulta difficile anche imparare una lingua straniera, vista la presenza di suoni e regole di “spelling” diverse rispetto all’italiano.

    Come aiutarli?
    Grazie ad un buon approccio all’insegnamento, ad un comportamento adeguato dell’intera classe ed all’utilizzo di una serie di strategie e supporti, è possibile aiutare i bambini o ragazzi con dislessia a superare la loro sfida nella lettura e fare in modo che possano sentirsi a proprio agio, sia nella vita quotidiana che in quella scolastica:
    – Innanzitutto è necessario avvisare la scuola del ragazzo circa la possibilità di utilizzare metodi strutturati e multisensoriali d’istruzione all’alfabetizzazione. Si tratta di un approccio all’insegnamento ideato in modo da coinvolgere la vista, l’udito, il movimento ed il tatto per legare i suoni alle lettere ed imparare come si pronunciano le parole scritte.
    – È altrettanto importante individuare modi per mostrare agli alunni cosa sanno fare e cosa conoscono, ad esempio chiedere loro relazioni orali o progetti multimediali su argomenti discussi in classe, anziché compiti scritti, garantendo del tempo extra ed evitando la lettura ad alta voce del compito davanti alla classe.
    – È necessario poi dare la possibilità a questi ragazzi di utilizzare strumenti tecnologici, quali audio-libri, “app” con testi parlati o ancora libri di testo digitali, in modo da aiutarli nella lettura e comprensione del materiale, tramite l’ascolto.
    – È importante attingere agli interessi del bambino o ragazzo quando si tratta di lettura, e sapere che i fumetti, i libri di cucina, le pagine di sport e le riviste di moda sono buoni modi per invogliarlo alla lettura stessa.
    – È necessario enfatizzare i punti di forza del bambino o ragazzo ed “utilizzare” gli sport, hobby ed altre attività per aiutarlo ad essere maggiormente motivato a stare in classe. Un altro modo per aiutarli a crescere la loro autostima è condividere le storie di successo di bambini o più generalmente persone con dislessia.
    – Infine potrebbe essere utile aiutare questi bambini a creare auto-difese e a chiedere aiuto quando ne hanno bisogno, anziché chiudersi in se stessi, non provando neppure a superare questa sfida quotidiana.

     

  • 6 modi per aiutare gli studenti a capire la matematica

    6 modi per aiutare gli studenti a capire la matematica

    La matematica è sempre stata vista come una delle materie più ostiche, se non quella più difficile in assoluto. Il compito degli insegnanti, dunque, è quello di aiutare gli alunni a comprendere pienamente il materiale esposto, in modo che possano ricordarsi i concetti matematici nel corso del tempo, evitando invece la memorizzazione delle procedure risolutive, la quale porta ad una dimenticanza di queste ultime nel breve termine.

    Esistono sei modi di insegnare la matematica per un’adeguata comprensione:

    1. Creare un “apripista” efficace per le lezioni svolte in classe: prima di iniziare la lezione, gli insegnanti devono spiegare agli alunni come essa sarà articolata, usufruendo di una sorta di “agenda”, già preparata in anticipo, e definendo l’obiettivo di apprendimento, in modo che gli studenti conoscano lo scopo e possano auto-valutare, al termine della lezione stessa, se esso è stato raggiunto. Questa sorta di “apripista” potrebbe anche includere uno o più esercizi di riscaldamento per “rinfrescare” la memoria agli alunni e valutare le loro conoscenze pregresse.
    2. Introdurre argomenti utilizzando più rappresentazioni: l’uso di più rappresentazioni (verbali e iconiche, come immagini o altre rappresentazioni simboliche) garantisce agli alunni una maggiore probabilità di comprensione concettuale.
    3. Risolvere problemi in modi diversi: gli insegnanti devono mostrare agli alunni diversi modi per risolvere i problemi, incoraggiandoli a trovarne altri creativi. Aiutare gli studenti a sviluppare diversi metodi risolutivi, per poi condividerli con l’intera classe, è un’esperienza di apprendimento molto forte, inoltre più gli studenti sono esposti a diverse strategie ed approcci, maggiore sarà la loro comprensione concettuale.
    4. Mostrare l’applicazione: gli insegnanti devono mostrare agli alunni come i concetti matematici possano essere applicati al mondo reale o, se questo fosse impossibile, in altre discipline.
    5. Chiedere agli studenti di verbalizzare il loro ragionamento mentale: gli insegnanti devono sostenere gli studenti affinché rendano espliciti i loro ragionamenti di risoluzione dei problemi, coinvolgendo dunque l’intera classe e determinando o meno una piena comprensione dell’obiettivo della lezione.
    6. Terminare la lezione con un riepilogo: nei minuti finali della lezione gli insegnanti devono assicurarsi che gli studenti abbiano compreso l’obiettivo di apprendimento della lezione, attraverso
    • un breve riepilogo della lezione appena svolta ed una rapida discussione su quella successiv;
    • un’anteprima dei compiti da svolgere a casa, insieme all’intera classe;
    • una discussione veloce su quanto appreso.

     

  • Gli stili cognitivi: convergente vs divergente

    Gli stili cognitivi: convergente vs divergente

    Come è stato sottolineato dagli articoli precedenti, il termine di stile cognitivo venne utilizzato per la prima volta da Allport nel 1937, il quale lo definì come un modo di riferirsi a diversi tipi di personalità o di comportamento. Non rappresentano un’indicazione sul livello di intelligenza di una persona, ma sono modi specifici di estrarre informazioni dall’ambiente circostante e di organizzarle ordinatamente. Con l’obiettivo di creare un sistema di classificazione unitario, sono stati ideati differenti modelli: per gli stili che si basano sulla personalità, si ha il modello di Myers e Myers, proposto nel 1980, il quale riprende la teoria dei tipi di Jung (1971) e il modello di Kirton del 1976. Per gli stili che si fondano sull’attività, è stato elaborato il modello dell’autogoverno mentale introdotto da Sternberg nel 1996 e i modelli sugli stili di apprendimento e di insegnamento. Per gli stili centrati sull’attività cognitiva, il modello proposto da Miller nel 1987 si basa sulla considerazione delle strategie “preferite” dalle persone nell’elaborazione dell’informazione, secondo l’approccio classico dello Human Information Processing (HIP). Miller ha suddiviso l’attività cognitiva in tre processi principali: la percezione, la memoria e il pensiero. Al loro interno ha identificato dei sotto-processi che possono essere interpretati come differenti stili cognitivi: si hanno lo stile cognitivo globale vs. analitico; lo stile cognitivo dipendente dal campo vs. indipendente dal campo; lo stile cognitivo verbale vs. visivo; lo stile cognitivo divergente vs. convergente; lo stile cognitivo sistematico vs. intuitivo, e infine, lo stile cognitivo impulsivo vs. riflessivo. In questo breve articolo ci soffermeremo sullo stile cognitivo convergente vs. divergente.

    Il recupero dell’informazione: stile convergente vs. divergente
    Il concetto di pensiero divergente è stato preso in considerazione per la prima volta da Guilfort nella sua teoria multifattoriale dell’intelligenza del 1967. Egli ha posto una distinzione tra pensiero convergente e pensiero divergente: il primo viene attivato nelle situazioni in cui è richiesta una sola risposta ed è caratterizzato dalla messa in atto di ciò che è stato precedentemente appreso. La persona “convergente”, basandosi sulle informazioni di cui dispone, procede seguendo un percorso lineare e sequenziale, convergendo verso una risposta unica, spesso convenzionale e prevedibile. Questo tipo di pensiero è circoscritto entro i confini del compito che si sta affrontando e segue le sue linee interne, utilizzando regole già definite e codificate. Il secondo tipo di pensiero, quello divergente, parte dall’informazione data per procedere in modo autonomo e creativo, generando risposte e soluzioni originali e flessibili; supera la chiusura dei dati del problema, esplora varie direzioni e produce qualcosa di nuovo e di diverso. Esso risulta più adatto alla soluzione di quelle situazioni problematiche le quali richiedono la generazione di diverse risposte ugualmente accettabili.
    Secondo Guilfort, i principali aspetti che contraddistinguono quest’ultimo pensiero sono:

    • la fluidità di idee, data dal numero di risposte fornite da una persona nel medesimo compito;
    • la flessibilità, data dal numero delle differenti categorie di risposte;
    • l’originalità, fornita dal carattere inconsueto e unico di una risposta;
    • la qualità, che comprende l’adeguatezza della risposta in un determinato contesto.

    In ambito educativo, lo stile convergente risulta essere quello maggiormente enfatizzato e incoraggiato quotidianamente dagli insegnanti a scapito di quello divergente.
    Il pensiero divergente può essere misurato attraverso alcuni strumenti: ad esempio si può utilizzare il Test della Creatività e Pensiero Divergente (TCD) di Williams (1994). Esso è costituito da dodici item rappresentati da altrettante cornici, le quali contengono al loro interno alcune linee o abbozzi di figure e forme. Partendo da queste linee, le persone devono disegnare degli oggetti e delle figure.

     

  • Gli stili cognitivi: sistematico vs intuitivo e impulsivo vs riflessivo

    Gli stili cognitivi: sistematico vs intuitivo e impulsivo vs riflessivo

    Gli stili cognitivi
    Gli stili cognitivi si riferiscono alle diverse modalità adottate dal cervello per elaborare le nuove informazioni: si fondando su predisposizioni di base, ma possono essere modificati dalle circostanze ambientali e dal tipo di educazione ricevuta. Diversi studi hanno tentato di trovare i correlati neurofisiologici dei vari stili cognitivi: per esempio nel 1973 Cohen e i suoi colleghi hanno identificato una relazione significativa tra la lateralizzazione del cervello, ovvero il processo di espressione della dominanza emisferica, e la campo dipendenza/indipendenza: dai risultati ottenuti emergerebbe un maggior coinvolgimento dell’emisfero destro nella campo dipendenza e dell’emisfero sinistro nell’indipendenza dal campo. Un altro studio importante è quello di Sergent, condotto nel 1983: egli ha identificato che nell’ambito dello stile cognitivo analitico/globale i soggetti che presentano una superiorità dell’emisfero destro sarebbero più globali, mentre una superiorità dell’emisfero sinistro sarebbe associata a un’elaborazione analitica del materiale. Recentemente l’attenzione si è focalizzata sul ruolo degli stili cognitivi nell’ambito educativo, con l’introduzione del concetto di stili di apprendimento. Gli stili di apprendimento rappresentano le modalità preferenziali adottate dalle persone per percepire, elaborare, immagazzinare e recuperare le informazioni necessarie all’apprendimento. Per creare un sistema di classificazione unitario, sono stati ideati differenti modelli, tra i quali il modello di Miller, proposto nel 1987, che risulta essere il più importante. Egli ha suddiviso l’attività cognitiva in tre processi principali: la percezione, la memoria e il pensiero. Al loro interno ha identificato dei sotto-processi che possono essere interpretati come differenti stili cognitivi: si hanno lo stile cognitivo globale vs. analitico, di cui si è parlato precedentemente qui; lo stile cognitivo dipendente dal campo vs. indipendente dal campo; lo stile cognitivo verbale vs. visivo; lo stile cognitivo divergente vs. convergente; lo stile cognitivo sistematico vs. intuitivo, e infine, lo stile cognitivo impulsivo vs. riflessivo. 
In questo articolo ci soffermeremo sugli stili cognitivo sistematico vs. intuitivo e impulsivo vs. riflessivo.

    Lo stile sistematico vs intuitivo
    Lo stile sistematico/intuitivo risale alle ricerche condotte nel 1956 da Bruner e dai suoi collaboratori. Essi hanno dimostrato come un compito o un problema che richiedono la scoperta di concetti vengano affrontati in modi differenti da persone diverse, secondo le modalità sistematica o intuitiva. Da una parte la persona che adotta uno stile sistematico procede a piccoli passi e considera tutte le variabili coinvolte, attribuendo molta importanza ai dettagli: ciò comporta un carico rilevante in memoria di lavoro. Dall’altra parte chi adotta uno stile intuitivo lavora su ipotesi nel tentativo di confermarle o confutarle: è richiesta una buona capacità di ricordare le informazioni momentaneamente messe da parte per creare una nuova ipotesi. Entrambe le due modalità possono portare il solutore a conclusioni soddisfacenti, attraverso percorsi differenti. Chi adotta lo stile intuitivo può essere molto rapido nella risoluzione se si formula subito l’ipotesi corretta; quello sistematico, invece, risulta più lento, ma dovrebbe portare a una soluzione sicura. In ambito educativo, sarebbe utile e opportuno, oltre a rilevare la preferenza per uno dei due stili da parte di uno studente, insegnare a riconoscere le peculiarità degli stili e a far scoprire quando può essere utile utilizzare l’uno o l’altro. Un compito che viene utilizzato per distinguere le persone sistematiche da quelle intuitive è una sorta di “Master Mind”, un gioco in cui si deve indovinare una configurazione di cinque colori disposti nella forma corretta. Bisogna capire quale figura geometrica ha in mente la persona: si possono scegliere delle figure di esempio e, sulla base delle risposte che l’interlocutore dà alle scelte, si può arrivare a comprendere qual era il modello pensato.

    Lo stile impulsivo vs riflessivo
    Lo stile impulsivo/riflessivo venne identificato da Kagan nel 1965 e fa riferimento al tempo richiesto per prendere una decisione in condizioni di incertezza o insicurezza. La persona impulsiva ha una maggiore tendenza a fornire risposte precipitose e non ottimali; risulta poco accurata e considera un minor numero di alternative utili per avere una gamma di risposte più ampia. La persona riflessiva spende più tempo a ragionare sugli elementi di un problema, è più lenta nelle decisioni e risponde più cautamente rispetto ai primi. La polarità riflessiva è chiaramente più adattiva di quella impulsiva. Quest’ultima sembra legata alla sfera della personalità; generalmente chi presenta alti livelli di ansia giunge a fornire una risposta prematura e immediata, solo per il bisogno di finire in fretta il compito; oppure chi ha difficoltà a inibire la risposta tende a rispondere subito, senza riflettere o ragionare. Nei bambini le differenze principali si possono rilevare nella loro preoccupazione rispetto all’errore: i bambini più riflessivi, per non sbagliare, impiegano più tempo a considerare le varie alternative del compito. I bambini impulsivi, invece, impiegano molto meno tempo e spesso risultano maggiormente impazienti, ansiosi e carenti di fiducia in loro stessi. Lo strumento utilizzato per misurare questo stile cognitivo è il Matching Familiar Figure Test, dove viene chiesto al solutore di scoprire l’esatta copia di una figura target tra sei o più alternative.

  • Sei importanti strategie di apprendimento

    Sei importanti strategie di apprendimento

    Quante volte è capitato di dire ai nostri alunni di studiare per un compito o per una verifica? E quante volte le informazioni da loro acquisite non sono state mantenute nel corso del tempo? È possibile insegnare agli studenti alcune modalità di apprendimento che facilitino loro lo studio? Nella ricerca condotta da Yara Weinstein e Megan Smith, vengono illustrate sei strategie di apprendimento che possono essere insegnate e apprese dagli studenti, con lo scopo di aiutarli nello studio e facilitare loro il processo di acquisizione delle informazioni. Attraverso l’apprendimento di queste strategie è probabile che i ragazzi abbiano più possibilità di ricordare gli argomenti studiati anche dopo molto tempo. 

    La prima strategia, chiamata dalle due studiose Spaced practice, afferma che lo studio deve avvenire in chunks, ovvero in blocchi piccoli, con cui è possibile rafforzare la memoria giorno dopo giorno. Un metodo utile per attuare questa strategia potrebbe essere quello di far creare calendari agli studenti con lo scopo di pianificare e organizzare i compiti, studiando ogni giorno il materiale nuovo e ripassando quello dei giorni precedenti.

    La seconda strategia, chiamata Retrieval practice, consente di esercitarsi a ricordare le informazioni senza l’aiuto di materiali. Come spiega Weinstein, chiudendo i libri di testo, gli appunti e i quaderni, è possibile facilitare lo studio ripetendo ad alta voce o scrivendo tutto ciò che si è appreso a scuola, o meglio, tutto quello che si ricorda di aver appreso. In questo modo, le informazioni vengono archiviate diversamente nella memoria, cosicché il loro recupero potrà avvenire più facilmente in seguito.

    La terza strategia, Elaboration, richiede agli studenti di creare delle connessioni tra i vari contenuti di apprendimento. Questo può avvenire se gli studenti si pongono alcune domande relative ai vari argomenti di studio e se rispondono nel modo più dettagliato possibile, andando a controllare in seguito che le risposte fornite siano corrette.

    La quarta strategia si chiama Interleaving e consiste nel passare da un argomento all’altro mentre si studia. Weinstein spiega che se gli studenti stanno imparando a calcolare l’area di un triangolo, invece di far loro eseguire numerosi esercizi sui triangoli, sarebbe necessario assegnare degli esercizi su differenti argomenti, non solo su quello appena studiato: quindi si potrebbe distribuire un esercizio sul triangolo, uno sul quadrato, uno sul rombo, … Ciò risulta più difficile e probabilmente gli alunni commetteranno un numero più alto di errori: in questo modo, però, invece di ripetere l’argomento appena appreso, consolideranno le nuove conoscenze e impareranno a utilizzare diverse strategie per ciascun problema, diventando sempre più veloci e critici. 

    La quinta strategia, chiamata Concrete examples, viene già largamente utilizzata dalle insegnanti e consiste nel fornire agli alunni esempi concreti per la comprensione di concetti astratti. Quello che manca è il tentativo di far creare agli studenti degli esempi propri, mettendo alla prova le loro conoscenze e aiutandoli a focalizzarsi sugli esempi scorretti o sulle parti di esempio sbagliate.

    Infine, la sesta strategia, chiamata Dual coding, prevede la combinazione di parole e immagini nel corso dello studio; l’associazione tra il testo e gli elementi visivi, che possono essere create anche dagli studenti stessi, permette di rafforzare il concetto studiato, rendendo più facile e veloce il suo recupero in seguito. Le immagini possono essere di qualsiasi tipo (un fumetto, un grafico, una fotografia, una sequenza temporale, ecc.) e hanno lo scopo di essere una rappresentazione visiva utile a chi studia. In classe, le insegnanti potrebbero chiedere agli studenti di spiegare alcune immagini di vari argomenti e di inventarle loro stessi, per rafforzare ulteriormente i contenuti.