Tag: didattica inclusiva

  • 7 modelli di classe rovesciata

    7 modelli di classe rovesciata

    I bisogni attuali principali legati alla scuola sono l’inclusione, la non dispersione scolastica e la formazione efficace. Il modello trasmissivo, fatto di lezione frontale e di interrogazioni, nella sua forma quindi ripetitiva, risulta quindi sempre meno adeguato e viene maggiormente scelto il metodo della classe capovolta e l’apprendimento cooperativo. In questa tipologia di didattica, inizialmente gli alunni si preparano a casa, tramite video e letture fornite dall’insegnante, cercando di comprendere, riconoscere e ricordare i fatti; in classe, l’insegnante chiarisce eventuali dubbi ma gli alunni saranno maggiormente impegnati in attività pratiche, in coppia, in gruppo o, raramente, individualmente. In queste attività dovranno applicare regole, concetti, idee, scomporre ciò che hanno letto a casa, le informazioni, nelle varie parti. Tali attività prevedono la risoluzione di compiti di realtà tramite interviste, l’uso di tecnologia, tutorial, stimolando così non solo interesse, grazie al ruolo attivo e non passivo dei ragazzi, ma anche cooperazione: è importante il confronto per esprimere il valore di informazioni e idee, rispettando gli altri e le loro idee; mentre avviene l’attività, dovranno monitorarsi e autovalutare il proprio operato prima del feedback dell’insegnante. Questa tipologia di didattica stimola la motivazione intrinseca dei ragazzi, favorisce l’inclusione e fa da stimolo per la messa in atto di determinate competenze.

    Esistono ​7 principali modelli​ di classi capovolte:

    1. Standard: gli studenti affrontano dei compiti a casa, come guardare video o leggere del materiale; durante l’orario scolastico, mettono in pratica quanto hanno imparato a casa, con feedback da parte dell’insegnante.
    2. Orientata alla discussione: esattamente uguale alla standard ma con l’aggiunta di discussione in aula per esplorare l’argomento.
    3. Focalizzata sulla dimostrazione: le lezioni in classe vengono registrate in modo che ogni studente possa seguire al proprio ritmo, per riavvolgere e riguardare.
    4. Finta-capovolta: gli studenti guardano video delle lezioni in classe, analizzando il materiale a proprio ritmo; l’insegnante dà ad ognuno il supporto individuale di cui ha bisogno.
    5. Basata sul gruppo: il materiale iniziale viene svolto a casa, come nella standard; in classe collaborano in gruppo per lavorare insieme sul compito dato quel giorno, promuovendo collaborazione e apprendimento reciproco, tramite peer tutoring.
    6. Aula virtuale capovolta: le lezioni vengono condivise tramite l’utilizzo di video e gli studenti frequentano l’orario di ufficio o regolarmente programmato per brevi lezioni individuali, a seconda dei bisogni di ogni studente.
    7. Capovolgere l’insegnante: sono gli studenti a diventare insegnanti e viene richiesto loro o di mettere in pratica la competenza o si chiede loro di filmarsi mentre presentano una materiale o un’abilità.

    Per approfondimenti: https://www.panopto.com/blog/7-unique-flipped-classroom-models-right/
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  • Un racconto autobiografico sulla dislessia

    Un racconto autobiografico sulla dislessia

    Genitori, insegnanti e ragazzi, tutti dovrebbero leggere il libro “Demone Bianco” di Giacomo Cutrera.

    L’autore, all’età di 19 anni, ha raccontato in prima persona le sue disavventure scolastiche ed emotive causate da una diagnosi di dislessia cercata e arrivata tardi. La scrittura è semplice e diretta: l’intento dell’autore è di sensibilizzare tutta la popolazione in merito ai DSA, a cosa significhi andare a scuola avendo una difficoltà non riconosciuta né dai professori né dai genitori.

    Giacomo, infatti, durante la Scuola Secondaria di Primo Grado si era accorto di impiegare quasi il doppio del tempo per terminare i compiti a casa rispetto ai compagni, a discapito del tempo libero per uscire o per fare sport, e non riusciva mai a finire le verifiche a scuola per mancanza di tempo. Successivamente, si era reso conto che il suo problema era un’estrema lentezza e difficoltà nella lettura che gli ostacolava lo studio e lo svolgimento dei compiti: era lento a leggere i libri per studiare storia, geografia, scienze ma anche, semplicemente, a leggere la consegna di un esercizio di inglese, di matematica e delle altre materie. Tutto questo influenzava, di conseguenza, il tempo per studiare, per svolgere una verifica ed anche i voti in pagella.

    Nonostante avesse cercato di spiegare le sue difficoltà ai genitori e ai professori, nessuno aveva mai preso seriamente quanto diceva e, al contrario, gli veniva detto che doveva studiare di più e che era un “lazzarone”, dato che la prima metà delle verifiche riusciva a farle correttamente ma, poi, non le terminava. Giacomo si sentiva preso in giro: come poteva studiare ancora di più e riuscire a svolgere la seconda metà delle verifiche con sempre lo stesso tempo a disposizione?

    In seguito, aveva deciso di mettere in atto degli stratagemmi, ad esempio evitava di leggere la consegna e svolgeva solo gli esercizi che valevano un punteggio più alto: i miglioramenti arrivarono e i voti erano anche più alti della sufficienza. Gli insegnanti però, convinti della teoria del “lazzarone”, avevano dimostrato a Giacomo che, studiando di più, riusciva a migliorare. L’autore, esausto dell’ennesima incomprensione, decise di azzerare ogni sentimento e reazione emotiva per evitare di sentirsi ferito ed incompreso altre volte.

    Per Giacomo, la scuola era diventata un incubo finché i genitori non decisero di portarlo da una psicologa proprio subito prima dell’inizio della Scuola Superiore di Secondo Grado. Arrivata la diagnosi di dislessia, la madre riconobbe che il figlio aveva sempre saputo di avere difficoltà nella lettura ma, finalmente, anche loro come genitori e i suoi futuri insegnanti lo avrebbero saputo, capito ed aiutato.

    Da quel momento, la sua vita è cambiata in meglio, nonostante avesse avuto difficoltà con alcuni nuovi insegnanti i quali non conoscevano a fondo le implicazioni della dislessia. Giacomo ha quindi deciso di farsi portavoce di tutti i bambini e ragazzi con DSA, sensibilizzando scuole, insegnanti e tutta la popolazione sull’esistenza di questi disturbi per evitare che altri bambini subissero ingiustizie ed incomprensioni. Ha dunque dato vita al Gruppo Giovani dell’Associazione Italiana della Dislessia (AID), ha partecipato a molte conferenze e seminari nazionali con tema DSA e, con il passare degli anni, si è laureato in Ingegneria Informatica ed è diventato membro del Consiglio Direttivo Nazionale AID.

    Link per scaricare gratuitamente il libro: http://www.impegnocivile.it/progetti/BreakingBarriers/Documenti/demone_bianco_Giacomo%20Cutrera.pdf

    Link per ascoltare l’audio-libro: https://www.youtube.com/watch?v=4lv6savdPoM 

  • Apprendimento a distanza per studenti con dislessia

    Apprendimento a distanza per studenti con dislessia

    In questo periodo di COVID-19, la didattica ha subito profondi cambiamenti. Le difficoltà, legate sia al distacco sociale che ai problemi di connettività per famiglie meno abbienti, hanno delle ricadute significative sui nostri figli, specie per coloro che hanno difficoltà di apprendimento, come nel caso dei bambini con dislessia. Fornire dei servizi di alfabetizzazione strutturata tramite Internet è divenuto un obiettivo primario, che richiede di uscire fuori dagli schemi della didattica conosciuta sino ad ora e un ulteriore impegno da parte delle famiglie interessate. A tal proposito potrebbe essere un’idea quella di tenere una video conferenza con i genitori per fornire le informazioni necessarie per sostenere i propri figli, suggerendogli per esempio applicazioni in grado di incrementarne le abilità. Un’altra idea è quella di fornire dei suggerimenti pratici per migliorare la capacità di lettura e di scrittura dei bambini, come per esempio: cucinare insieme, leggere delle ricette, scrivere la lista della spesa, spuntare gli articoli quando arriva la consegna della spesa, scrivere un programma giornaliero sulle cose da fare, giocare a giochi come Scrabble, Monopoly e Indovina Chi. O ancora suggerire ai genitori alcuni libri da leggere insieme ai propri figli. Da parte degli specialisti, educatori ed insegnanti è richiesto l’impegno a garantire agli studenti l’accesso agli audiolibri. Un’idea simpatica è quella di organizzare gruppi a distanza e di costruire delle storie in gruppo, in cui uno studente inizia una storia, lo studente successivo scrive o detta una riga e la storia continua.

  • 10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe

    10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe

    Per aiutare gli studenti dislessici in classe, possono essere seguiti alcuni consigli utili:
    1. É importante fornire tempo extra per tutti i compiti che vengono assegnati e permettere allo studente di lavorare in un posto tranquillo, diminuendo così le possibili distrazioni e testando continuamente la positività delle soluzioni individuate.
    2. Ridurre la quantità di parole su cui far lavorare lo studente nei compiti ortografici.
    3. Fornire diversi modi con cui uno studente possa dimostrare la propria comprensione, attraverso per esempio interrogazioni orali, progetti o video, avvalendosi anche di apparecchiature elettroniche. Gli strumenti compensativi sono fondamentali per aiutare il bambino a rendersi più autonomo nello studio.
    4. Non chiedere allo studente di leggere ad alta voce in classe. La dislessia comporta una minore correttezza e rapidità della lettura a voce alta, per cui chiedere di leggere a voce alta potrebbe mettere a disagio il bambino di fronte ai pari. Tale richiesta può essere sostituita con altre attività, senza ridurre per questo l’impegno, ma cambiandone solamente le modalità.
    5. Per gestire le difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, presenti nella dislessia, è utile suddividere i compiti in diverse parti.
    6. Risulta efficace, durante le attività a scuola e a casa, ridurre l’ingombro di oggetti non necessari, diminuendo così le possibili distrazioni.
    7. Fornire in anticipo uno schema e degli appunti sulle lezioni che si terranno in classe, in modo da organizzare e fornire una guida allo studio.
    8. Evitare di penalizzare uno studente con dislessia per quanto riguarda l’ortografia, ambito in cui può risultare deficitario. Si potrebbe perciò fornire una doppia valutazione, una per il contenuto e una per l’ortografia.
    9. Cercare di utilizzare indicazioni orali o indicazioni scritte semplificate.
    10. Ridurre le attività che richiedono l’utilizzo di “carta e matita”.

  • Lezione di matematica attraverso l’apprendimento cooperativo

    Lezione di matematica attraverso l’apprendimento cooperativo

    Con il termine apprendimento cooperativo si intende quella disposizione didattica specifica che ha il fine di insegnare abilità scolastiche e collaborative a piccoli ed eterogenei gruppi di studenti.
    Questa tipologia di apprendimento è risultata molto efficace, poiché tende a ridurre la concorrenza e l’isolamento tra i pari, promuovendo il rendimento e le interazioni positive.
    In particolare questo approccio ha portato esiti positivi negli studenti con difficoltà di apprendimento matematico, promuovendo contesti collaborativi in cui affrontare insieme i diversi aspetti della materia.
    Per meglio individuare le caratteristiche di questa tipologia di apprendimento, si propongono 4 esempi di attività che si potrebbero inserire durante una lezione di matematica:
    1) Attività di categorizzazione. I bambini, suddivisi in gruppi, analizzano e classificano alcuni oggetti sulla base delle loro caratteristiche: per esempio suddivisione dei numeri in pari, dispari o multipli;
    2) Attività di cooperazione. Ogni studente approfondisce una parte di un argomento e successivamente presenta le informazioni che ha ottenuto ai compagni del proprio gruppo, condividendole, così da poter riuscire ad imparare insieme formule algebriche o risolvendo un insieme di operazioni;
    3) Attività delle “teste numerate“. Una volta che ogni membro del gruppo ha terminato, si discute sulle risposte date alle domande o ad un problema di calcolo mentale, applicando insieme la definizione di una regola precedentemente introdotta e spiegando in che modo è stata applicata;
    4) E per finire l’attività del “giro del tavolo“. Gli studenti lavorano sui problemi insieme, passandosi il foglio per avere la risposta di ciascun membro, così da concordare e mettere in atto il passaggio successivo.

     

  • PDP: tempo di progettazione e riflessione

    PDP: tempo di progettazione e riflessione

    Tra Ottobre e Novembre le scuole iniziano a lavorare al PDP. Tuttavia si nota nella pratica clinica che non vi è una modalità univoca né nella compilazione (per esempio con modelli molto diversi tra scuola e scuola) né nelle modalità di condivisione con la famiglia. Per questo vorremmo consigliare alcune buone prassi.

    Ma, prima di fornire qualche suggerimento utile per la compilazione, ci sembra importante ribadire come il PDP vada inteso non come un atto meramente burocratico, ma come un momento di importante riflessione tra docenti sul percorso didattico dello studente e su quali obiettivi si vuol cercare di raggiungere. Il PDP può essere inoltre un utile strumento per creare un’alleanza scuola famiglia, per portare a conoscenza dei genitori i punti su cui si vuole intervenire e, se si tratta di studenti più grandi, anche per aumentare la consapevolezza del loro funzionamento.

    Ecco qualche suggerimento per una compilazione efficace:

    • leggete la relazione diagnostica dello studente, i suoi punti di forza e di debolezza, come funziona la sua memoria, la sua attenzione, la sua abilità linguistica. Non soffermatevi solo sulle conclusioni diagnostiche;
    • talvolta la relazione contiene diversi tecnicismi di difficile interpretazione. Prendete contatti con chi l’ha redatta, chiedete informazioni, non è scontato capire una terminologia molto specifica;
    • compilate il PDP in modo che sia di facile lettura per la famiglia: se lo intendiamo nell’ottica di un patto scuola genitori, è importante che sia comprensibile a tutti;
    • consideratelo uno strumento operativo, consultabile facilmente e rapidamente;
    • non inserite solo misure compensative e dispensative legate alla didattica, nel PDP infatti possono essere indicati obiettivi comportamentali da condividere con i genitori o con lo studente in caso in cui sia più grande. Un esempio: “tenere ordinato il diario”, “ricordarsi di portare i libri scolastici”, ecc;
    • scrivete anche in chiave positiva. Spesso i PDP rischiano di diventare degli elenchi delle debolezze dello studente in questione, tralasciando le sue abilità. Se invece per esempio ha una lettura fluente, ma una comprensione carente, indicate anche il punto positivo, non solo la difficoltà;
    • date modo alla famiglia di poterlo leggere, anche consultando lo specialista che segue il figlio, se presente. Non chiedete di firmarlo seduta stante: è un documento importante e per quanto si auspica che ci sia un rapporto di fiducia, va letto e riletto con la necessaria calma;
    • prevedete una “firma” anche dello studente, a partire per esempio dal primo anno di scuola secondaria di secondo grado in avanti. La firma ha in questo caso solo un valore simbolico, ma è comunque un gesto di responsabilità e rende lo studente un soggetto attivo, consapevole dei suoi diritti e dei suoi doveri;
    • indicate anche le misure di didattica inclusiva che adottate. Se prevedete apprendimento cooperativo, didattica con le mappe o altro, indicatelo. Da valore a ciò che fate.

    Per gli studenti nuovi, il momento della redazione e consegna del PDP è la prima occasione di confronto con la famiglia e di condivisione di un percorso che durerà negli anni successivi. Siamo sicuri che seguendo questi suggerimenti, si getteranno le premesse per un percorso il più sereno possibile.

     

  • La tombola delle sillabe e delle parole

    La tombola delle sillabe e delle parole

    Le modalità di apprendimento dei bambini che frequentano la prima classe della scuola primaria risultano essere molto diverse e disomogenee tra loro: non tutti gli alunni affrontano ugualmente le nuove richieste scolastiche, alcuni di loro possono essere ancora poco abituati ai cambiamenti che gli si presentano. In generale, le attività più complesse con le quali i piccoli si confrontano nei primi mesi scolastici sono la lettura e la scrittura, due competenze che vengono acquisite attraverso la successione di diverse fasi, raggiunte con tempi e modi differenti gli uni dagli altri. Per alcuni bambini l’acquisizione di queste competenze può richiedere più tempo e risultare maggiormente difficoltosa, nonché provocare il conseguente ritardo all’accesso alla lettura e alla scrittura; in questi casi è molto importante facilitare il processo di acquisizione di tali abilità e dare la possibilità a ciascun bambino di progredire con gli stessi tempi dei coetanei. Con questo obiettivo è stata creata la Tombola delle sillabe e delle parole, che sfrutta le attività ludiche per aiutare i piccoli a migliorare nel riconoscimento e nella memorizzazione di sillabe e parole.

    Che cos’è?
    La Tombola delle sillabe e delle parole è uno strumento operativo che si propone di intervenire a livello fonologico e metalinguistico, con lo scopo di effettuare un lavoro di rinforzo e di recupero in coloro che presentano difficoltà, disturbi o ritardi dell’apprendimento. Ciò viene effettuato attraverso una serie di attività ludiche (non solo la Tombola, ma anche Memory, Trova l’intruso, …) che spingono i bambini a identificare e memorizzare le sillabe e le parole. I partecipanti hanno la possibilità di manipolare le tesserine, di accostarle le une alle altre, di verificarne la somiglianza e di collocarle al loro posto sulle cartelle: inoltre, grazie alle immagini presenti sul retro delle tessere, essi possono rievocare alcune parole che iniziano con una certa sillaba, promuovendo l’abilità di recupero lessicale. Tutte le attività possono essere effettuate a casa, a scuola o in contesto riabilitativo. Il gioco è costituito da cinque tipologie di tombola (Azzurra/Rosa/Verde/Viola per le sillabe e Arancione per l’abbinamento di parole e immagini) con le relative cartelle e le corrispondenti tessere-sillabe e tessere-parole. Le cartelle si succedono in base al livello di difficoltà: la più semplice è la Tombola Azzurra, che favorisce la memorizzazione delle varie consonanti, seguita da quella Rosa, Verde, Viola e Arancione. Quest’ultima propone un compito di abbinamento di immagini alle parole, incoraggiando la lettura automatica del bambino.

    Come si gioca?
    La Tombola, più familiare e gradita ai bambini, viene effettuata con le regole classiche del gioco. Si distribuiscono una o due cartelle ai partecipanti, considerando che, in base alle cartelle utilizzate, si dovranno selezionare le tessere corrispondenti (se si utilizzano la Tombola Azzurra e quella Verde, si selezionano le tessere azzurre e verdi e le altre si lasciano da parte). A turno ciascun partecipante pescherà una tessera, leggerà ad alta voce la sillaba scritta, quindi osserverà le immagini sul retro. Tutti i bambini dovranno cercare e trovare la sillaba sulla loro cartella; la tessera viene poi consegnata al bimbo che la trova per primo, il quale la posizionerà sulla cartella sopra la sillaba uguale. Vince chi fa tombola, quindi chi completa tutta la cartella. Per arricchire il gioco, i partecipanti possono essere incoraggiati a ripetere di volta in volta le varie sillabe e a denominare le figure, in modo tale da favorire ulteriormente il consolidamento della fusione sillabica e la precisione nel denominare le diverse immagini. Si può giocare con un solo bambino o con piccoli gruppi di partecipanti aventi competenze omogenee: in compagnia, si favorisce la collaborazione, l’ascolto delle risposte dei compagni, l’apprendimento dagli errori altrui e si assicura il divertimento. Inoltre, spinti dalla motivazione a vincere, i bambini beneficeranno del lavoro di gruppo sentendosi più stimolati ad apprendere in un contesto ludico.
     

  • Strategie in classe: il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD)

    Strategie in classe: il Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD)

    ll Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD) è un disturbo evolutivo che racchiude un quadro eterogeneo di problemi riguardanti l’area comportamentale e l’area cognitiva del bambino, con forti ripercussioni sugli apprendimenti scolastici. Si manifesta attraverso disattenzione, iperattività e impulsività, in associazione con altri sintomi e in vari contesti (casa/scuola).

    Disattenzione
    I sintomi relativi alla disattenzione fanno riferimento a un insieme di difficoltà del bambino nel mantenere un livello attentivo adeguato durante un’attività o un compito per un periodo di tempo prolungato. Spesso il bambino non presta attenzione ai dettagli, compie errori di disattenzione, sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente e molte volte non segue le istruzioni, presentando la conseguente difficoltà nel terminare i compiti a scuola o le mansioni domestiche. Inoltre, può presentare avversione per alcuni compiti che richiedono uno sforzo mentale sostenuto, è facilmente distratto da stimoli esterni e poco attento alla cura del materiale necessario per lo svolgimento di compiti o attività.
    Iperattività
    I sintomi dell’iperattività riguardano la tendenza del bambino a manifestare un’eccessiva attività motoria: spesso si agita quando è seduto o sente il bisogno di alzarsi in contesti in cui ci si aspetta che rimanga sulla sedia (ad esempio a scuola); può presentare anche difficoltà a impegnarsi in attività o giochi tranquilli, tende a parlare eccessivamente ed è continuamente “in marcia”, come se fosse “spinto da un motorino”.
    Impulsività
    L’impulsività si manifesta attraverso un’eccessiva impazienza e incapacità di saper attendere il proprio turno: spesso interrompe, risponde prima che la domanda venga completata, si comporta in modo invadente verso gli altri e non è in grado di tollerare l’attesa, preferendo di gran lunga una ricompensa immediata. 

    I bambini con ADHD
    Le capacità autoregolative nei bambini con ADHD possono risultare compromesse: essi agiscono prima di pensare e ciò accade a causa della loro scarsa capacità a gestire e controllare le risposte alle diverse situazioni. Talvolta, questi bambini vengono considerati aggressivi, violenti, prepotenti e impulsivi: ne deriva che i loro pregi e le loro potenzialità possono venire oscurati da tali comportamenti negativi. Pur presentando buone competenze intellettive, alcuni bambini con ADHD possono avere un rendimento scolastico inferiore alle loro effettive abilità, a causa delle loro scarse capacità a seguire le indicazioni delle insegnanti, a stare seduti durante le lezioni, ad aspettare il proprio turno e a stare attenti in classe. 

    Le relazioni con i coetanei
    Per quanto riguarda le relazioni sociali, i bambini con questo disturbo possono essere allontanati o emarginati da parte dei coetanei, i quali non comprendono o non possono accettare i loro comportamenti ostili e violenti, soprattutto durante un’attività o un gioco collettivo. Una spiegazione può essere data dall’idea che hanno i bambini con ADHD: le abilità sociali non forniscono una ricompensa immediata, dunque non riescono a comprendere come possano collaborare e cooperare in un gioco per ottenere la vincita o un premio finale. 

    Le strategie in classe
    Nell’ambiente scolastico è possibile mettere in atto una serie di strategie per aiutare i bambini con ADHD a gestire i loro comportamenti e ad autoregolarsi.
    1. Una prima strategia è quella di attaccare o incollare dei promemoria per ricordare al bambino le diverse attività organizzate nell’arco della giornata, in modo da prepararlo ad affrontare in maniera corretta le diverse funzioni.
    2. Possono essere utilizzate delle “schede del comportamento” per ricordare al bambino i comportamenti adeguati e corretti da adottare in classe, come ad esempio la mano alzata prima di rispondere a una domanda o per fare delle richieste all’insegnante.
    3. Si può scrivere alla lavagna il programma della giornata, cancellando di volta in volta tutte le attività che vengono portate a termine; è necessario avvertire la classe almeno cinque minuti prima, qualora si presentino delle modifiche del programma nel corso della giornata.
    4. Nel caso in cui una certa situazione possa scatenare una reazione negativa da parte del bambino con ADHD, è necessario avere sempre un’attività “di riserva” da fargli fare per tenerlo impegnato e per aiutarlo nell’autocontrollo.
    5. La disciplina e il rispetto devono essere insegnate ai bambini, con o senza ADHD. Se un comportamento negativo può essere spiegato dalla presenza del disturbo, non può però essere giustificato da quest’ultimo. I bambini con ADHD dovrebbero essere aiutati a comprendere il significato dei diversi comportamenti e ad assumersi le loro responsabilità.
    6. Risulta necessario anche fornire sempre dei feedback immediati al bambino con ADHD, aiutandolo a capirne la ragione. In modo particolare, è importante “coglierli” a fare qualcosa di buono e giusto, sottolineando e spiegando loro la rilevanza dei loro comportamenti.
    7. Infine, per ogni comportamento positivo può essere dato “un punto” al bambino e stabilire un premio o una ricompensa alla fine della settimana. 

    Per aiutare i bambini con ADHD è anche necessario non creare situazioni di competizione durante lo svolgimento di compiti in classe e non focalizzarsi sulla durata dell’esecuzione dei compiti o delle attività, ma sulla qualità del lavoro svolto.

  • Imparare le lingue attraverso le mappe concettuali

    Imparare le lingue attraverso le mappe concettuali

    Imparare una lingua diversa dalla propria può essere molto complicato, bisogna imparare un’infinità di termini nuovi mai sentiti, capire ed applicare le regole grammaticali e anche imparare la giusta pronuncia da usare. Tuttavia in questo percorso impervio è possibile utilizzare qualche scorciatoia per rendere il più semplice possibile lo studio di una nuova lingua: un aiuto concreto in questi casi può essere quello di ricorrere alle mappe concettuali.
    Le mappe concettuali sono uno strumento prezioso per memorizzare le informazioni a lungo termine, esattamente ciò che richiede l’apprendimento di una lingua. Sono costruite come una sorta di diagramma con raggi, che si espandono dall’idea centrale o dall’argomento principale, non contengono intere frasi ma parole chiave o addirittura immagini che richiamano le frasi o le definizioni in questione. Risulta importante per la memorizzazione anche l’uso di diversi colori a seconda dell’importanza dell’argomento. Queste mappe inquadrano le idee e i concetti da memorizzare, assegnando loro un significato, mentre si studiano, e connettendoli alla rete di conoscenze già presente in memoria. In questo modo si aggiungono nozioni ad un disegno più ampio invece di accatastarle senza un preciso ordine nella memoria, facilitandone così il passaggio nella memoria a lungo termine. In particolare le mappe concettuali hanno precise caratteristiche che le rendono migliori rispetto ad un metodo di studio tradizionale: attivano la mente tramite colori e immagini, filtrano solo le informazioni utili allo scopo, organizzano la conoscenza a più livelli, permettono di dividere le informazioni in piccole parti e ricomporle in concetti nuovi ed infine rendono l’apprendimento molto flessibile. 

    Ma in che modo le mappe ci aiutano concretamente ad imparare una nuova lingua?
    Per quanto riguarda i vocaboli, utilizzando il metodo tradizionale di scrivere liste di parole e memorizzarle, si rende lo studio noioso e complicato, senza stimoli interessanti che aiutino a ricordarsi più facilmente le cose. Utilizzando invece le mappe concettuali (soprattutto quelle digitali) si può aiutare il cervello a memorizzare un maggior numero di vocaboli, creando tra essi o tra gruppi di essi connessioni per facilitarne la memorizzazione. Ad esempio con le mappe digitali è possibile creare categorie di vocaboli, come ad esempio “cibo” o “vestiti”, e aprendo queste categorie/gruppi si possono trovare altri sottogruppi e così via. Inoltre le sottocategorie possono unirsi se appartengono ad un gruppo più ampio: per esempio i vocaboli “dolci”, “frutta”, “carne”, appartengono agli alimenti in lingua tedesca. È anche possibile aggiungere foto, frasi e persino la pronuncia ad ogni vocabolo per aiutare ulteriormente la memoria.
    Come per i vocaboli, le mappe concettuali digitali sono un ottimo strumento anche per imparare le regole grammaticali di una lingua: è possibile infatti avere una visione generale di tutte le regole esistenti e connetterle tra loro con link per facilitarne l’uso e l’apprendimento, sempre arricchendo la mappa con esempi ed eccezioni del caso.

    Questo metodo di studio, quindi, rispetto a quello tradizionale mostra un numero davvero interessante di vantaggi, dalla semplicità dell’uso all’efficacia in termini di aiuti per memorizzare: perciò perché non provarlo?