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  • La valutazione cognitiva

    La valutazione cognitiva

    Il punto di partenza della valutazione delle funzioni cognitive (o valutazione neuropsicologica) è quello di ottenere informazioni sullo stato cognitivo, funzionale, emotivo e comportamentale della persona. L’obiettivo è quello di verificare la presenza di difficoltà e fragilità, valutarne la gravità e capire se è necessario un intervento/potenziamento, valorizzando le proprie competenze.
    Vanno osservati diversi aspetti in questo percorso: l’attenzione, l’orientamento, la memoria, il linguaggio, le funzioni esecutive, le funzioni prassiche, l’apprendimento, il problem-solving.

    L’iter diagnostico in genere prevede:

    • anamnesi;
    • valutazione della presenza/assenza di patologie primarie come deficit visivi e/o uditivi;
    • prove standardizzate del funzionamento cognitivo generale;
    • valutazione neuropsicologica;
    • prove specifiche (memoria visiva e uditiva, attenzione, competenza visuo-spaziale, funzioni esecutive, competenza linguistica, lettura, scrittura, calcolo comprensione del testo).

    In particolare, per la diagnosi di Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA), è necessario escludere che le difficoltà negli apprendimenti scolastici possano essere giustificate da una disabilità intellettiva.
    Nel percorso diagnostico dunque si inserisce sempre una valutazione cognitiva, che misuri che il Quoziente Intellettivo (Q.I.) non sia sotto la norma.
    Esistono diversi tipi di test:

    • Test monocomponenziali: forniscono una descrizione del funzionamento intellettivo usando prove che richiedono solo ragionamento non verbale. Per esempio, le Matrici di Raven.
    • Test multicomponenziali: forniscono una descrizione del funzionamento intellettivo verbale e non verbale. In questa categoria rientrano ad esempio le Scale Wechsler.
  • Sindrome dell’impostore

    Sindrome dell’impostore

    Il termine “sindrome dell’impostore” venne coniato nel 1978 dalle psicologhe Clance e Imes, per descrivere una condizione psicologica caratterizzata dall’incapacità di interiorizzare i propri successi, rimanendo convinti di non meritarseli, vivendo così un’esperienza individuale di falsità intellettuale auto-percepita.
    In questi casi gli individui interessati da questa condizione riconducono il loro successo a fattori “esterni” come ad esempio la fortuna, il tempismo e la sopravvalutazione altrui.
    La maggior parte degli studi effettuati su questa sindrome si è concentrata sulle donne di successo perché considerata particolarmente comune verso questa coorte di persone, ma recenti studi mostrano una pari incidenza anche negli uomini.
    Gli ambiti in cui si può manifestare sono molteplici: il posto di lavoro, l’attività accademica, le interazioni sociali e le relazioni interpersonali.
    Un altro campo in cui si può riscontrare tale fenomenologia riguarda le persone che ricevono una valutazione di plusdotazione e non ci si riconoscono.
    La rilevanza di questa sindrome sta anche nel fatto che può essere accompagnata da ansia, stress e depressione.
    La prima scala di valutazione designata per la misurazione delle caratteristiche di questa condizione è rappresentata dalla “Clance impostor phenomenon scale” (CIP) redatta dalla Clance nel 1985. Questa scala considerava diverse variabili tra cui: il grado di paura della valutazione altrui, la paura della possibile fine del successo raggiunto e la paura di non essere capaci come gli altri.
    Per concludere potremmo far riferimento a personaggi molto famosi che hanno fatto presente di aver vissuto esperienze ricollegabili a questa sindrome, come ad esempio Neil Armstrong, Michelle Obama e Tom Hanks.

  • La disgrafia negli adulti

    La disgrafia negli adulti

    La disgrafia è un disturbo specifico dell’apprendimento (DSA) che può influire anche sulle capacità motorie quali per esempio scrivere, abbottonarsi una camicia o allacciarsi le scarpe, così come nei processi mentali associati alla scrittura: scegliere un argomento, organizzare idee e individuare il fulcro di un discorso.

    Può capitare che la disgrafia non venga riconosciuta durante l’infanzia, perciò possono esservi adulti disgrafici senza una diagnosi riconosciuta e pertanto senza aver effettuato alcun trattamento in passato.

    La disgrafia non si limita solo ad una scrittura illeggibile, a tal punto da essere incomprensibile persino allo scrittore stesso, ma può assumere diverse sfumature.
    Un adulto disgrafico potrebbe avere difficoltà nel leggere le mappe, completare i puzzle, manipolare piccoli oggetti e persino tagliare il cibo. La difficoltà nello scrivere si estende al disegnare, ricalcare e dipingere. L’impugnatura della penna potrebbe essere strana e scomoda e potrebbe provocare crampi alla mano durante la scrittura.
    Nella vita quotidiana un adulto disgrafico tende a preferire le note vocali agli sms perché cerca di evitare la scrittura.

    Nel mondo del lavoro la grafia illeggibile viene facilmente compensata dall’uso di dispostivi elettronici, quali tablet e computer, ma possono presentarsi difficoltà nella digitazione e nel riconoscimento dell’errore segnalato dal controllo ortografico.
    Altre sfide sul lavoro possono essere la compilazione di moduli che richiedono l’inserimento di parole predefinite, stesura di mail che possono risultare sconclusionate o ripetitive per la difficoltà organizzativa e di sintesi. La disgrafia può essere migliorata grazie a trattamenti efficaci sulle competenze di base forniti da psicologi qualificati.

  • Caratteristiche degli studenti gifted

    Caratteristiche degli studenti gifted

    Gli studenti gifted si differenziano dai coetanei per diverse caratteristiche peculiari. Per esempio possono mostrare una precocità nella lettura (o in altre abilità strumentali) con un livello di abilità doppia rispetto ai coetanei ed utilizzano un vocabolario avanzato. Hanno una capacità di memoria molto alta e si distinguono anche per velocità di apprendimento di nuove informazioni. I bambini gifted sperimentano situazioni di così intensa concentrazione nelle attività eseguite, tali da non accorgersi dell’ambiente circostante. Presentano un ampio spettro di interessi e di curiosità, trovandosi spesso coinvolti contemporaneamente in più iniziative. Hanno una forte abilità di pensiero critico ed astratto, elaborano informazioni complesse in rapporto all’età e, per questo, preferiscono relazionarsi con adulti e persone più grandi di loro. I bambini gifted sono molto creativi ed esplorano approcci alternativi di fronte alle difficoltà incontrate.
    Al fine di un’identificazione precoce dei bambini gifted, esistono alcune caratteristiche che emergono fin dalla prima infanzia. I bambini ad alto potenziale cognitivo riescono a riconoscere precocemente le figure di riferimento, hanno reazioni intense in risposta ai rumori ed al dolore e hanno un ridotto bisogno di dormire. Presentano un alto livello di attività ed alta capacità di attenzione e di memoria. Si distinguono dai coetanei per uno spiccato interesse per i libri, elevata curiosità, entusiasmo negli apprendimenti e per la velocità con cui riescono ad imparare. Fin da piccoli riescono ad intraprendere ragionamenti di tipo astratto e di problem-solving. Dal punto di vista emotivo, i bambini gifted si caratterizzano per un’alta sensibilità.
    In conclusione, facendo riferimento al mondo della scuola, gli studenti gifted emergono per un’estrema curiosità, idee stravaganti, alta capacità inventiva, utilizzo di astrazioni nei ragionamenti, preferenze relazionali con gli adulti ed entusiasmo nell’apprendere e conoscere sempre più concetti, informazioni ed abilità pratiche.

  • 10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe

    10 consigli per aiutare i bambini dislessici in classe

    Per aiutare gli studenti dislessici in classe, possono essere seguiti alcuni consigli utili:
    1. É importante fornire tempo extra per tutti i compiti che vengono assegnati e permettere allo studente di lavorare in un posto tranquillo, diminuendo così le possibili distrazioni e testando continuamente la positività delle soluzioni individuate.
    2. Ridurre la quantità di parole su cui far lavorare lo studente nei compiti ortografici.
    3. Fornire diversi modi con cui uno studente possa dimostrare la propria comprensione, attraverso per esempio interrogazioni orali, progetti o video, avvalendosi anche di apparecchiature elettroniche. Gli strumenti compensativi sono fondamentali per aiutare il bambino a rendersi più autonomo nello studio.
    4. Non chiedere allo studente di leggere ad alta voce in classe. La dislessia comporta una minore correttezza e rapidità della lettura a voce alta, per cui chiedere di leggere a voce alta potrebbe mettere a disagio il bambino di fronte ai pari. Tale richiesta può essere sostituita con altre attività, senza ridurre per questo l’impegno, ma cambiandone solamente le modalità.
    5. Per gestire le difficoltà nel mantenimento dell’attenzione, presenti nella dislessia, è utile suddividere i compiti in diverse parti.
    6. Risulta efficace, durante le attività a scuola e a casa, ridurre l’ingombro di oggetti non necessari, diminuendo così le possibili distrazioni.
    7. Fornire in anticipo uno schema e degli appunti sulle lezioni che si terranno in classe, in modo da organizzare e fornire una guida allo studio.
    8. Evitare di penalizzare uno studente con dislessia per quanto riguarda l’ortografia, ambito in cui può risultare deficitario. Si potrebbe perciò fornire una doppia valutazione, una per il contenuto e una per l’ortografia.
    9. Cercare di utilizzare indicazioni orali o indicazioni scritte semplificate.
    10. Ridurre le attività che richiedono l’utilizzo di “carta e matita”.

  • ADHD

    ADHD

    Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività  (ADHD o DDAI) è un disturbo evolutivo che include disattenzione, impulsività e/o iperattività.
    Alcuni soggetti mostrano soprattutto difficoltà di attenzione e altri prevalentemente iperattività motoria e comportamenti impulsivi. La maggioranza dei soggetti con ADHD mostra entrambi. Le maggiori difficoltà si registrano in ambiente scolastico e a casa nel momento dei compiti.

    Come si manifesta?

    Aspetti legati alla difficoltà di attenzione/concentrazione:

    • apparire spesso distratti;
    • difficoltà a seguire le istruzioni;
    • tendenza a commettere errori superficiali;
    • tendenza ad evitare attività che richiedano concentrazione;
    • tendenza a dimenticare o perdere oggetti quotidiani (chiavi, biglietto del bus, libri etc);
    • importanti difficoltà organizzative.

    Aspetti legati all’iperattività:

    • difficoltà di concentrazione su un compito;
    • difficoltà a prestare attenzione;
    • difficoltà a restare seduti o fermi;
    • tendenza ad avere comportamenti impulsivi;
    • impazienza (es. difficoltà nell’attendere il proprio turno);
    • tendenza a tamburellare con le dita o agitare gambe e piedi, soprattutto da seduti;
    • dare l’impressione di essere “motorizzati”, sempre in movimento;
    • tendenza ad interrompere durante una conversazione gli altri;
    • tendenza a fornire una risposta prima che sia terminata la domanda.

    Cosa fare?
    Una valutazione diagnostica è il primo passo. Questa consente di appurare la presenza o meno del disturbo e contestualmente avere una fotografia del funzionamento cognitivo del paziente, fondamentale per affrontare le difficoltà.
    In base all’età, al funzionamento e alla situazione specifica può risultare molto utile lavorare sulla consapevolezza del bambino/ragazzo. Essere consapevoli aiuta a rendersi conto dei comportamenti problematici e a esercitare un controllo su di essi.
    La terapia cognitivo-comportamentale come il “parent training” risulta essere efficace nell’aiutare i genitori a gestire le situazioni di conflitto, lavorando sui comportamenti positivi.
    In alcuni casi può risultare necessaria la terapia farmacologica con l’obiettivo di ridurre i comportamenti iperattivi, l’impulsività e per migliorare la concentrazione.

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