Categoria: DSA-BES

  • a2a e Centro Leonardo per l’inclusione

    a2a e Centro Leonardo per l’inclusione

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    Chi ha detto che l’inclusione si fa solo a scuola?

    Siamo abituati a sentire parlare di inclusione e didattica inclusiva quasi esclusivamente in ambito scolastico. Un bambino con difficoltà di apprendimento o un bambino che non parla la nostra lingua dovrà affrontare ostacoli impegnativi nel suo percorso scolastico.

    Se questo è vero, è anche vero che un adulto con difficoltà di apprendimento o un adulto che è appena arrivato in Italia incontrerà degli ostacoli.

    I disturbi dell’apprendimento (DSA) non svaniscono al termine del percorso scolastico. Certo, se opportunamente riconosciuti e con un supporto adeguato, questi possono essere parzialmente superati.

    Sono sempre di più gli adulti che riescono a dare un nome le proprie difficoltà rivedendosi in quelle dei propri figli essendo forte la componente ereditaria nel DSA.

    La prevalenza dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento è stimata nel 5% della popolazione italiana.

    a2a, azienda che fa della responsabilità sociale un punto cardine, ha deciso di affrontare questa realtà e realizzare un progetto innovativo e di impatto grazie alla collaborazione con Centro Leonardo.

    Il primo punto di contatto è stato quello della sicurezza.

    Il progetto ha infatti interessato la revisione dei corsi di base per la sicurezza nei luoghi di lavoro che vengono erogati dall’azienda nei confronti dei lavoratori. Il lavoro di Centro Leonardo ha riguardato l’impostazione didattica, il design, l’implementazione di strumenti per facilitare l’apprendimento, traduzioni e voice over.

    Perché innovativo?

    I corsi spesso non sono realizzati da professionisti esperti di didattica e apprendimento ma da professionisti esperti della materia specifica e questo non basta per rendere i contenuti fruibili e accessibili a tutti. Grazie ai recenti sviluppi nel campo delle neuroscienze, oggi sappiamo come facilitare l’apprendimento e quali strategie adottare affinché ogni discente riesca a comprendere e far suo l’argomento di studio.

    Sono stati moltissimi gli accorgimenti e gli strumenti usati per trasformare i corsi favorendone così l’apprendimento.

    Perché di impatto?

    L’argomento della sicurezza non è stato scelto casualmente. Si è deciso di iniziare partendo proprio da un’area critica che interessa le persone neoassunte nei ruoli più operativi. È una dimostrazione dell’impegno che a2a profonde nel trasformare la formazione sulla sicurezza del lavoro da Compliance Driven a Human Centered, impegnandosi concretamente per la comprensione dei contenuti e la costruzione delle competenze nell’ambito della sicurezza, per migliorare la vita delle sue persone.

    In considerazione del fatto che oggi e in futuro molte persone in a2a non sono di madrelingua italiana, sono state previste delle traduzioni in 5 lingue (inglese, francese, arabo, spagnolo e romeno) sia delle schede di sintesi per ogni unità di apprendimento che delle parole chiave e soprattutto dei concetti critici per la sicurezza. Non solo. Questi contenuti vengono anche offerti in versione audio (attivabile tramite QR) e questo favorisce ulteriormente la comprensione anche per le persone con DSA. 

    a2a è una delle principali aziende multiservizio (multiutility) italiane, nata nel gennaio 2008 dalla fusione di AEM Milano e ASM Brescia. Attiva nei settori dell’energia elettrica e del gas, della gestione dei rifiuti e del ciclo idrico integrato, ha la propria base di clienti concentrata soprattutto in Lombardia ma è estesa su tutto il territorio nazionale con un organico di oltre 13.500 persone.

    a2a, da azienda multi-utility a Life Company, è impegnata a favorire la transizione ecologica creando sinergia tra le filiere grazie a un modello di business che la rende unica nel panorama delle utility italiane. Nella sua visione, l’economia circolare e la transizione energetica si integrano sviluppando sinergie tra le Business Unit.

    a2a si mette a disposizione delle sue comunità e dei clienti in tutto il Paese, attraverso servizi che sono parte della quotidianità e che possono contribuire concretamente al futuro sostenibile delle nuove generazioni. Per loro promuove la visione di un mondo più pulito, rispettoso dell’ambiente, dei territori e delle persone. Un cambio di prospettiva verso una nuova cultura della sostenibilità.note here…


  • La teoria attribuzionale nei disturbi specifici dell’apprendimento

    La teoria attribuzionale nei disturbi specifici dell’apprendimento

    Guardando retrospettivamente ad un evento, può esservi capitato di analizzare la situazione per capirne le cause, ad esempio, prendendo un brutto voto di un compito importante potreste esservi accorti che quel giorno eravate particolarmente stanchi oppure gli esercizi erano più difficili del solito. Quando cerchiamo una spiegazione a eventi, comportamenti e azioni compiamo delle attribuzioni, ma di cosa si tratta? Tendiamo ad utilizzare, a seconda del contesto, diverse modalità di interpretazione degli eventi, ma nonostante questo, possiamo rintracciare in ciascuno di noi un particolare stile attributivo, ovvero uno schema personale e stabile di attribuzioni di successi e insuccessi. Lo stile attributivo del soggetto dipende dalle sue esperienze e da ciò che ha appreso nel tempo, dunque, è costruito nel corso dello sviluppo. Le attribuzioni possono essere analizzate e studiate attraverso diversi aspetti:

    • locus of control: i fattori causali possono essere attribuiti a qualcosa che dipende dall’individuo stesso (attribuzioni interne) oppure a qualcosa che dipende dalle circostanze, dalla situazione, da altre persone (attribuzioni esterne). A seconda delle circostanze può essere più vantaggioso avere un locus interno o esterno. Un esempio è rappresentato da uno studente che può attribuire il successo del compito di matematica alle proprie capacità (interno), oppure al fatto che il compito fosse facile o alla fortuna (esterno);
    • stabilità: i fattori causali che vengono attribuiti agli eventi possono essere concepiti come qualcosa di occasionale e transitorio (instabile), oppure come qualcosa di stabile e duraturo (stabile);
    • grado di controllo: le cause degli eventi possono essere percepite come controllabili o incontrollabili da parte di ciascuno di noi.

    Lo stile attributivo è stato ampiamente studiato nei disturbi specifici dell’apprendimento, in quanto influenza l’autostima dell’individuo e la sensazione di controllo sugli eventi, ovvero la possibilità di influenzare i nostri risultati futuri. Nell’ambito dell’apprendimento, in particolare, sono stati identificate alcune attribuzioni fondamentali. Innanzitutto, si considera la sensazione di impegno, che risulta essere una causa interna, ovvero dipendente dall’individuo e quindi controllabile, per cui i risultati dipendono dal grado di impegno in una determinata attività, infatti, si tratta di una causa instabile, che può variare a seconda del momento. In secondo luogo, viene considerata la capacità personale, ovvero la percezione per cui i risultati ottenuti dipendono dall’essere o meno portati per una attività: in questo caso la causa è interna, in quanto dipende dall’individuo, ma è stabile (non modificabile) e non controllabile da parte del soggetto. Un’altra causa è legata alla facilità percepita del compito, ovvero quanto è stato difficile affrontare una certa sfida: questa può essere considerata una causa esterna e incontrollabile, in quanto non dipendente da sé e stabile, poiché caratteristica intrinseca del compito affrontato. Altro aspetto che può essere considerato nell’attribuzione è la fortuna, per cui ho raggiunto un certo obiettivo in funzione del caso, che può essere categorizzato come causa esterna, instabile e non controllabile. Infine, l’ultima attribuzione è legata alla percezione di aiuto ricevuto nell’attività o nel compito; sebbene questo aspetto possa essere controllato, si tratta di una causa esterna, in quanto dipende da altre persone ed è instabile, poiché non è sempre presente.
    Nei soggetti con disturbo specifico dell’apprendimento può essere presente uno stile attributivo basato sull’impotenza appresa, per cui i successi vengono attribuiti a fattori esterni e instabili, come ad esempio la fortuna o il fatto di avere ricevuto un aiuto, mentre i fallimenti vengono attribuiti a fattori interni e stabili, come ad esempio la propria capacità (il compito è andato male perché sono stupido/non sono capace/ non capisco). Questo profilo attributivo dipende da ripetute esperienze negative o fallimenti nel contesto scolastico, nonché esposizione persistente a critiche rispetto alle capacità dell’individuo. Infatti, tendiamo a predire e anticipare gli eventi futuri sulla base delle spiegazioni (attribuzioni) date agli eventi passati. Questo profilo attributivo può determinare deficit motivazionali, per cui viene meno la tendenza ad attivare nuovi comportamenti adattivi per far fronte alle diverse situazioni e deficit emotivi, legati ad una sensazione di frustrazione per l’incontrollabilità degli eventi. È importante dunque favorire uno stile attribuzionale funzionale nel contesto scolastico, basato prevalentemente sulla valutazione dell’importanza dell’impegno nella riuscita dei compiti e delle sfide che l’individuo si trova di fronte.

  • La dislessia nella vita quotidiana: cosa vuol dire vivere con un partner dislessico?

    La dislessia nella vita quotidiana: cosa vuol dire vivere con un partner dislessico?

    La dislessia è un disturbo specifico dell’apprendimento che, nell’immaginario comune, influenza unicamente le capacità di lettura e scrittura, in realtà, la dislessia comporta un modo di pensare che è spesso diverso dalla maggior parte delle persone, condizionando il funzionamento individuale nelle diverse aree di vita.
    Spesso, in quanto partner di una persona dislessica, può essere frustrante dover convivere con queste difficoltà, specialmente quando si condivide la gestione della casa o della famiglia, ma avere consapevolezza degli ostacoli che una persona con dislessia può incontrare è un primo passo fondamentale per comprenderla e per poter offrire il nostro supporto. Sono spesso evidenti difficoltà nell’organizzazione delle attivitàquotidiane: potresti notare che il partner dimentica gli appuntamenti o non riesce a gestire il tempo dedicato a certi compiti, può capitare che arrivi in ritardo e non si renda conto dello scorrere del tempo. Esistono delle strategie per far fronte a queste difficoltà, ad esempio si può utilizzare l’opzione delle notifiche del calendario del telefono per i promemoria di date importanti, oppure si può richiedere al medico di inviare sms che ricordino l’appuntamento preso. In generale è possibile cercare di costruire una routine giornaliera che permetta di pianificare adeguatamente le impellenze quotidiane. Tuttavia, questa non dovrebbe essere troppo rigida, affinché la persona riesca comunque ad affrontare gli imprevisti. Un altro aspetto consiste nel grado maggiore di stanchezza che spesso si riscontra nel partner: per poter raggiungere i medesimi obiettivi, le persone dislessiche devono lavorare con intensità e tempo maggiore e ciò può portare a non terminare alcuni compiti casalinghi. Inoltre, le difficoltà normalmente manifestate possono essere amplificate dalla stanchezza, per questo è necessario essere comprensivi e pazienti. Spesso la dislessia può incidere sulle capacità di attenzione: potresti ad esempio aver notato che il tuo partner fatica a mantenere il focus su un certo stimolo per un periodo di tempo prolungato, come ad esempio in una conversazione, potrebbe non riuscire a concentrarsi su ciò che sta facendo quando c’è uno stimolo esterno che lo infastidisce, ad esempio il rumore della televisione; sarà importante proporre un singolo compito alla volta e scegliere momenti in cui la persona non è assorbita in altre attività. L’orientamento spaziale può essere ostacolato, portando il partner a perdersi o sentirsi nervoso nei luoghi sconosciuti, inoltre, potrebbero esserci delle difficoltà nel distinguere facilmente la destra dalla sinistra. La tecnologia è un valido supporto, in quanto la maggior parte dei telefoni dispone ormai un navigatore satellitare. Quando vengono date indicazioni si possono utilizzare dei riferimenti visivi concreti, che permettano un orientamento immediato (“segui la macchina gialla“). Bisogna poi ricordare che le abilità di lettura e scrittura, coinvolte direttamente nella dislessia, sono presenti nella vita quotidiana, ad esempio, il partner potrebbe avere difficoltà nella formulazione e lettura della lista della spesa, oppure potrebbe chiedere aiuto per scrivere o correggere un messaggio o una e-mail importante. Per poter alleggerire lo stress visivo che la lettura talvolta può comportare possono essere utilizzati degli accorgimenti, come cambiare lo sfondo dello schermo con colori che non infastidiscano la persona e ingrandire i caratteri; in alternativa si può stampare la pagina per evitare i fastidi che lo schermo può procurare. È noto che la dislessia può avere anche un forte impatto sulla sfera emotiva della persona, in particolare può andare a generare imbarazzo per le proprie difficoltà, oppure può portare a sviluppare convinzioni negative su sé stessi, influenzando l’autostima. Il partner ha un ruolo fondamentale nel far sentire la persona accettata e compresa, andando a sottolineare i suoi punti di forza. Questo modo di vedere se stessi può portare ad evitare le contesti sociali, perché spesso si può avere la paura di dire la cosa sbagliata ed essere giudicati negativamente. Esplicitare agli altri le proprie difficoltà li aiuta a comprenderci meglio, inoltre, ad oggi le persone hanno una maggiore consapevolezza rispetto al passato di cosa sia la dislessia. Le situazioni sociali sono spesso temute dalle persone con dislessia anche per la loro difficoltà nell’espressionedi sé, per cui può capitare che trovino con più fatica le parole giuste per esprimersi, oppure abbiano bisogno di tempo per recuperare le informazioni dalla memoria: una pausa durante la conversazione a volte può aiutare ad elaborare al meglio le informazioni. Infatti, una quantità eccessiva di informazioni sarà più difficoltosa da analizzare. Per facilitare il partner è necessario, ad esempio, porre una domanda per volta e dividere le informazioni in blocchi più piccoli. È importante favorire la piena accettazione di sé e delle proprie caratteristiche peculiari, che rendono unico il modo di essere e di pensare delle persone con dislessia.

  • Difficoltà di memoria di lavoro e apprendimento: come il training Cogmed può aiutare

    Difficoltà di memoria di lavoro e apprendimento: come il training Cogmed può aiutare

    Genitori e insegnanti sono spesso alla ricerca di metodi efficaci per aiutare gli studenti a superare ostacoli nell’apprendimento. Uno degli aspetti chiave dell’apprendimento è la memoria di lavoro, che può influire notevolmente sul rendimento scolastico. In questo articolo, esploreremo come le difficoltà di memoria di lavoro possano interferire con l’apprendimento e come il training Cogmed possa essere d’aiuto.

    La memoria di lavoro è un sistema cognitivo temporaneo che consente di conservare e manipolare informazioni per brevi periodi di tempo. È fondamentale per molte funzioni cognitive, tra cui il ragionamento, la comprensione e l’apprendimento. Le difficoltà di memoria di lavoro possono manifestarsi in vari modi, come la difficoltà nel seguire istruzioni complesse, nel risolvere problemi e nel mantenere l’attenzione durante le lezioni.

    Le difficoltà di memoria di lavoro possono derivare da vari fattori, tra cui disturbi specifici dell’apprendimento (come la dislessia o il disturbo da deficit di attenzione e iperattività), ma possono anche essere presenti in individui senza diagnosi specifiche.

    Il training Cogmed è un programma di potenziamento della memoria di lavoro sviluppato da esperti in neuroscienze e psicologia. Il programma si basa su esercizi cognitivi mirati e adattivi che migliorano le capacità di memoria di lavoro in modo strutturato e graduale. Il training Cogmed può essere personalizzato in base alle esigenze di ogni individuo e si adatta automaticamente al livello di competenza dell’utente, offrendo un’esperienza stimolante e coinvolgente.

    Numerosi studi hanno dimostrato che il training Cogmed può produrre miglioramenti significativi nella memoria di lavoro, con effetti positivi sulle abilità cognitive correlate, come l’attenzione, la capacità di pianificazione e la soluzione di problemi. Alcuni dei principali benefici del training Cogmed includono:

    • Miglioramento delle prestazioni scolastiche: Il potenziamento della memoria di lavoro può tradursi in un miglior rendimento scolastico, consentendo agli studenti di seguire le lezioni con maggiore facilità e di acquisire nuove competenze in modo più efficace.
    • Aumento della concentrazione: Il training Cogmed può aiutare a sviluppare una maggiore capacità di concentrazione, riducendo la distrattibilità e migliorando la capacità di mantenere l’attenzione sul compito a lungo termine.
    • Riduzione dello stress e dell’ansia: Migliorare la memoria di lavoro può ridurre lo stress e l’ansia associati alle difficoltà di apprendimento, favorendo una maggiore autostima e un senso di autoefficacia.

    Le difficoltà di memoria di lavoro possono rappresentare un ostacolo significativo per molti studenti, interferendo con l’apprendimento e il raggiungimento del loro pieno potenziale. Il training Cogmed può offrire un valido supporto per affrontare queste difficoltà, migliorando la memoria di lavoro e, di conseguenza, le prestazioni scolastiche e la qualità della vita degli studenti.

  • Misconcezioni comuni sulla dislessia

    Misconcezioni comuni sulla dislessia

    Mito n. 1: Leggere e scrivere le lettere al contrario è il segno distintivo principale della dislessia
    Fatto: alcuni bambini con dislessia scrivono le lettere al contrario mentre altri no. L’inversione delle lettere non è necessariamente un segno di dislessia. In effetti, i bambini piccoli sono soliti invertire le lettere, non è insolito vedere che confondono la b con la d o che scrivono la p al posto della q. Tuttavia, se il bambino continua a farlo alla fine della prima elementare, potrebbe essere il segnale della necessità di una valutazione.

    Mito n. 2: La dislessia si manifesta solo alle elementari
    Fatto: i segni della dislessia possono manifestarsi già in età prescolare, o anche prima, questo perché la dislessia può influenzare le abilità linguistiche che sono essenziali per la lettura. Alcuni segnali che indicano che un bambino in età prescolare può essere a rischio di dislessia sono ad esempio la difficoltà a fare le rime e l’essere un “parlatore tardivo”.

    Mito n. 3: I bambini con dislessia devono solo sforzarsi di più per leggere
    Fatto: le ricerche dimostrano che il cervello funziona in modo diverso nei bambini con dislessia. Lo sforzo però non ha nulla a che fare con questo. È il tipo di istruzione che fa la differenza, non l’impegno dei bambini, con una buona istruzione e una buona pratica, i bambini con dislessia possono ottenere miglioramenti duraturi nella lettura

    Mito n. 4: la dislessia scompare quando i bambini imparano a leggere
    Fatto: l’intervento fa una grande differenza nell’aiutare i bambini con dislessia a imparare a leggere. Ma essere in grado di leggere non significa che la dislessia sia scomparsa. La dislessia è una differenza di apprendimento che dura tutta la vita e che può influenzare più delle semplici capacità di lettura di base. Oltre a rendere difficile la decodifica, la dislessia può rendere difficile la lettura fluente, può avere un impatto sulla capacità dei bambini di comprendere ciò che hanno letto e inoltre, i bambini possono continuare a lottare con l’ortografia e la scrittura anche dopo aver imparato a leggere.

    Mito n. 5: la dislessia è un problema di vista
    Fatto: i problemi di vista non causano la dislessia. I bambini con dislessia non hanno più probabilità di avere problemi agli occhi o alla vista rispetto agli altri bambini. È vero che alcuni possono avere problemi di percezione visiva o di elaborazione visiva. Ciò significa che il cervello ha difficoltà a riconoscere i dettagli delle immagini e a elaborare ciò che gli occhi vedono, questi problemi possono rendere difficile la lettura. Ma non fanno parte della dislessia.

    Mito n. 6: La dislessia è causata dal fatto che non si legge abbastanza a casa
    Fatto: leggere a casa ed essere esposti alla lettura è importante per tutti i bambini ma la dislessia non è dovuta a una mancanza di esposizione, è una condizione neurologica.
     

  • Che cos’è una valutazione cognitiva?

    Che cos’è una valutazione cognitiva?

    La valutazione cognitiva viene utilizzata per determinare le capacità generali di pensiero e di ragionamento di un individuo, note anche come funzionamento intellettivo o QI. I test di intelligenza possono valutare vari ambiti delle capacità cognitive del bambino. Un clinico può effettuare test che valutano costrutti specifici come ad esempio:
    Capacità verbale: comprensione di informazioni verbali; capacità di pensare e di esprimere i propri pensieri a parole.
    Ragionamento visuo-percettivo: capacità di organizzare e ragionare con le informazioni visive e di risolvere problemi visivi.
    Memoria di lavoro: capacità di trattenere e manipolare le informazioni.
    Velocità di elaborazione: capacità di scansionare, elaborare e identificare accuratamente le informazioni entro un certo tempo.
    Perché una valutazione cognitiva potrebbe aiutare mio figlio?
    Ci sono molte ragioni per cui lo psicologo di vostro figlio può suggerire una valutazione cognitiva. Per esempio:

    • Per ottenere un profilo accurato del funzionamento intellettivo complessivo o del livello di QI;
    • Per identificare i punti di forza e di debolezza cognitiva del bambino;
    • Per aiutarlo ad esplorare le difficoltà nell’area degli apprendimenti;
    • Per dargli suggerimenti e aiutarlo nello sviluppo di strategie di apprendimento;
    • Per favorire l‘esame di alcune problematiche come: Disturbi specifici dell’apprendimento, Disabilità intellettiva, Disturbo dello spettro autistico o Disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

    Come si svolge di solito una valutazione cognitiva?
    Una valutazione cognitiva per i bambini di solito comprende:

    1. La raccolta di informazioni di base complete attraverso colloqui con il bambino, i genitori e gli insegnanti della scuola;
    2. La somministrazione di test standardizzati da parte di psicologi qualificati;
    3. Una sessione di feedback (e la consegna di un rapporto) per spiegare i risultati, fornire raccomandazioni e opportunità per chiarire le informazioni.
  • La differenza tra disprassia e disgrafia

    La differenza tra disprassia e disgrafia

    Qual è la differenza tra queste due condizioni? Molte volte possono venire confuse tra di loro perché possono essere diagnosticate entrambe in un solo individuo. In realtà, però, sono due disturbi ben distinti tra di loro per questo motivo è molto importante, se si ha un minimo dubbio, fare una valutazione completa da dei professionisti.
    Analizziamole comunque più nel dettaglio.
    Tutte e due queste difficoltà di apprendimento possono influenzare le capacità motorie fini (ovvero le capacità di eseguire movimenti usando i piccoli muscoli delle mani e dei polsi), capacità molto utili per svolgere compiti legati alla scuola o al lavoro. Possono inoltre influenzare anche la scrittura.
    Adesso in questo articolo andremo ad analizzare le aree in cui disprassia e disgrafia si sovrappongono e dove invece differiscono. Prima di iniziare però questo chiarimento è bene avere in mente le definizioni di queste due condizioni, vediamole insieme.
    La disprassia è un problema che può avere un impatto sulle capacità motorie sia fini che grossolane. Nel dettaglio queste difficoltà possono influenzare la capacità dell’individuo di scrivere a mano e possono esserci anche dei problemi con la concezione del proprio corpo nello spazio. In comorbidità possono esserci disturbi come la disgrafia, la discalculia e l’ADHD.
    La disgrafia, invece, è una condizione che ha un impatto sulla lingua scritta, cioè può influenzare sia le informazioni che l’elaborazione motoria, che influisce a sua volta sulla scrittura a mano. Infatti, i soggetti disgrafici hanno una scrittura disordinata ad esempio non riescono a scrivere sulle righe oppure i caratteri presentano dimensioni diverse, ecc.
    Io genitore, io insegnante, io tutore posso notare magari alcuni segni che mi potrebbero spingere a chiedere un consulto? Sì! Ci sono alcune azioni, alcuni comportamenti che potrebbero essere indici dei disturbi sopra citati.
    Per quanto riguarda la disprassia i suggerimenti sono: se vediamo che il bambino ha difficoltà ad andare in bicicletta o a lanciare la palla, che ha una tendenza a urtare o far cadere le cose, che ha un ritardo della dominazione della mano destra o sinistra ed infine che possiede una scarsa formazione delle lettere e una scrittura lenta e disordinata. Invece per la disgrafia il bambino può avere una difficoltà a organizzare i pensieri e a metterli per iscritto, possiede una scrittura illeggibile e nello scrivere è lento e fa fatica, commette inoltre errori grammaticali e di punteggiatura.
    Una diagnosi per uno di questi due disturbi che impatto emotivo e sociale ha?
    I bambini che soffrono di disprassia possono evitare giochi e\o sport che richiamano l’attenzione sulle loro difficoltà motorie fini (come, per esempio, prendere o lanciare una palla) e possono anche provare più ansia rispetto agli altri bambini. Chi soffre invece di disgrafia, come può accadere molto spesso con chi ha un qualsiasi disturbo dell’apprendimento, si può sentire frustrato o arrabbiato per le sfide che non riesce a portare a termine e questo influisce oltretutto sulla sua autostima.
    Cosa si può fare per cercare di alleviare nel bambino queste sensazioni negative?
    Per quanto riguarda la disprassia si può intraprendere un percorso di terapia occupazionale (OT) o di terapia fisica che aiutano a rafforzare le capacità motorie sia grossolane che fini e i terapeuti possono inoltre lavorare col bambino sullo scomporre le attività fisiche (come lavarsi i denti) in passaggi più piccoli. In più la tecnica occupazionale aiuta anche con l’equilibrio e la consapevolezza del proprio corpo.
    Per la disgrafia invece gli organizzatori grafici possono aiutare i bambini a mettere in ordine i loro pensieri, l’elaborazione dei testi può semplificare la scrittura e anche qua la terapia occupazionale può rafforzare le capacità motorie e supportare la coordinazione motoria. Infine, un elenco di controllo può semplificare la revisione e la modifica del lavoro scritto.
    E a scuola cosa si può mettere in pratica?
    Agli studenti con diagnosi di disprassia si può insegnare antecedentemente al resto della classe determinate abilità fisiche suddivise in piccole parti, si possono poi ripetere le attività che aiutano a sviluppare percorsi motori per migliorare movimenti specifici. È utile proporre agli studenti di utilizzare una tastiera per prendere appunti in classe e concedergli un tempo più prolungato sulla consegna di test e compiti che coinvolgono la scrittura. Si può inoltre concedere l’autorizzazione a registrare le lezioni o a prendere gli appunti di un compagno o dello stesso insegnante o dare la possibilità di rispondere in modi alternativi anziché per iscritto. Questi ultimi consigli possono essere utilizzati anche per gli studenti con diagnosi di disgrafia.
    Arrivati a questo punto tra i lettori di questo articolo ci saranno dei genitori che si staranno chiedendo cosa possono fare a casa per aiutare i propri figli.
    Per i bambini disgrafici i genitori possono invogliare i propri figli a impratichirsi con la tastiera e con l’uso di sistemi di sintesi vocale per tradurre in scrittura un discorso. Un’altra buona idea è farli giocare con argilla, pongo o materiali simili affinché creino delle lettere a casa. Invece per bambini disprassici i genitori possono, oltre che mettere in pratica i consigli sopra citati, proporgli attività fisiche come il nuoto per sviluppare capacità motorie, forza muscolare, coordinazione e “memoria muscolare”. Giocare in casa con puzzle per sviluppare la loro percezione visuo-spaziale o lanciare piccole buste di fagioli o palline per allenare la coordinazione occhio-mano.

  • Cosa provano i genitori quando viene diagnostica al figlio la dislessia?

    Cosa provano i genitori quando viene diagnostica al figlio la dislessia?

    Prima di iniziare a parlare delle cinque fasi che si affrontano per arrivare alla consapevolezza della dislessia, è molto importante sapere bene che cosa si intende, ma soprattutto a che cosa si va incontro quando si riceve una diagnosi di questo disturbo.
    La dislessia rientra nella classificazione dei disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Essa si manifesta con una minore correttezza e rapidità nella lettura ad alta voce rispetto a quanto atteso per età anagrafica e istruzione ricevuta. Possono, quindi, risultare più o meno deficitarie la lettura di lettere, di parole e non-parole (ovvero parole prive di significato e inesistenti nella nostra lingua, che ci costringono a una lettura “pura”, perché non possiamo intuirle e quindi leggerle correttamente con l’aiuto del contesto), di brani.
    Quando viene fatta una diagnosi di dislessia, la prima cosa che di solito si fa è andare a leggere che cosa comporta. Quello che la dislessia causa l’abbiamo scritto qualche riga sopra; quindi, dopo aver letto queste cause è normale che un genitore o comunque un tutore del bambino\a a cui è stata fatta questa diagnosi si demoralizzi e incomincia a pensare che il proprio figlio non riuscirà mai a leggere e che perderà degli anni scolastici. Con questi pensieri ci inoltriamo nella prima fase, cioè la negazione. Per i genitori è difficile accettare che il proprio figlio non riesca a leggere, ma la cosa forse ancora più difficile è non accettare il fatto di non essere stati i primi ad accorgersene. Se loro non l’avevano notato, come poteva loro figlio avere un disturbo dell’apprendimento? Il loro bambino così intelligente, che faceva sempre domande sul mondo perché era curioso.
    Con le giuste tempistiche però i genitori arrivano a capire che una diagnosi di dislessia con i giusti strumenti compensativi può garantire al bambino un’adeguata istruzione. Ma quando questo non avviene, quando la famiglia non si sente supportata, si entra nella seconda fase: la paura per il percorso scolastico futuro. Ovviamente non tutte le scuole sono carenti nell’ambito degli strumenti compensativi, ma ogni tanto è necessario che un’insegnante vada a ripassare i manuali – proprio come fanno gli studenti quando devono rispolverare argomenti che non sono stati ri-consolidati da tempo. Quando la scuola non supporta le difficoltà che emergono di un soggetto DSA, va a lenire in maniera drastica la sua autostima e gli può procurare anche degli stati ansiosi che un bambino non dovrebbe sperimentare. Un bambino che non viene seguito nella giusta maniera può tornare a casa lamentandosi di avere mal di testa, mal di pancia e arrivando addirittura a sentirsi di essere il bambino più stupido della classe. La situazione si complica ulteriormente se una volta arrivato a casa il bambino continua a non venire capito e si sente rispondere dai suoi genitori, a tutti gli sforzi che ha fatto a scuola ma anche a casa, che non ci sta provando, che non si sta impegnando abbastanza.
    Si giunge così alla fase tre: la contrattazione quando il genitore finalmente si accorge dello stato d’animo del figlio e decide di mettersi in gioco lui per primo, incominciando ad accettare il fatto che c’è un problema concreto.
    In questo modo si raggiunge la fase quattro: la demotivazione – che è però temporanea, e dobbiamo tenerlo bene a mente. È la fase durante la quale il genitore ha finalmente capito che suo figlio non riesce a leggere non perché sia pigro e svogliato ma proprio perché non ce la fa. Arrivati a questo punto è giusto prendersi un momento per elaborare il tutto, ma non è attraverso la commiserazione che la situazione migliora. Sarà, infatti, grazie alla fase cinque ovvero: l’accettazione che le cose miglioreranno. La diagnosi, in questa fase, diventa finalmente reale e tangibile e si incominciano così a fare delle cose concrete per aiutare il bambino, seguendo le indicazioni degli specialisti, che sono basate su solide esperienze e ricerche effettuate con il metodo scientifico. Avere un tutor specializzato che lo aiuti a potenziare le funzioni esecutive risultate deboli, o ad acquisire i giusti metodi di studio può fare la differenza.
    Una volta giunti, quindi, alla quinta fase e applicati i giusti strumenti e strategie si potrà vedere un cambiamento drastico nel bambino. Nel momento in cui vostro figlio inizierà a sentirsi meglio, questo succederà anche a voi.
     

  • Le tappe principali dello sviluppo del linguaggio

    Le tappe principali dello sviluppo del linguaggio

    ​Che cos’è il linguaggio? È un’abilità umana che esprime una funzione cognitiva particolarmente complessa. Acquisire il linguaggio è quella azione che ci permette di comunicare, di dare e ricevere informazioni e che permette quindi l’interazione tra individui.
    Ma quando avviene lo sviluppo di quest’ultimo? Durante i primi tre anni di vita del bambino.
    Molti anni di ricerca e numerosi studi dopo hanno portato alla consapevolezza che nello sviluppo di una qualsiasi lingua vi siano 3 tappe che sono considerate fondamentali nei primi stadi dello sviluppo. Queste sono:

    1. La comunicazione intenzionale
    2. Lo sviluppo lessicale
    3. Lo sviluppo della grammatica

    Sappiamo però che sono presenti, tra le numerose tappe dello sviluppo del linguaggio, alcune che vengono considerate “universali”, ovvero che sembrano essere presenti in tutti i bambini. Compito di questo articolo sarà proprio quello di elencarle dividendole per fasce d’età:

    • 2-6 mesi: il bambino può produrre dei suoni vocalici;
    • 6 mesi: compare la lallazione, caratterizzata dalla ripetizione di un insieme di suoni e sillabe che il bambino pronuncia ancora in modo casuale. È così che nascono quindi i primi suoni, quelli più semplici da pronunciare come la “b”, la “p” e la “m” per esempio;
    • 8 mesi: c’è l’inizio della comunicazione intenzionale, attraverso tutta una seria di gesti, definiti “deittici” (es. quando il bambino ti mostra qualcosa, ti da qualcosa o ti indica qualcosa). Questi gesti, a volte, accompagnati da vocalizzazioni, rappresentano i precursori delle prime parole;
    • 10 mesi: i bambini producono suoni assimilabili a parole e nell’arco di un paio di mesi sono in grado di pronunciare alcune singole parole;
    • 12-18 mesi: il bambino in questi mesi acquisisce quindi le prime parole e incomincia a padroneggiarle. Ci troviamo nella fase dell’esplosione lessicale, in cui il bambino incrementa, nel giro di poco tempo, il suo vocabolario. Dal primo anno di vita fino ai 18 mesi il vocabolario di un bambino è costituito da un numero di parole che varia dalle 30 alle 50;
    • 16-18 mesi: siamo nella fase dell’olofrase cioè il bambino fa uso di una sola parola, ma la usa come se fosse una frase intera;
    • 18-24 mesi: avviene l’inizio della fase combinatoria, dove il piccolo comunicatore inizia ad abbinare due parole fra loro;
    • 2 anni: incomincia lo sviluppo della grammatica. Il bambino inizia quindi a combinare le parole fra loro e a formulare le prime frasi. Il vocabolario si arricchisce sempre di più: conta ormai più di 100 parole;
    • 3 anni: il bambino, se non ha incontrato ostacoli durante le tappe precedenti dello sviluppo del linguaggio, dovrebbe aver acquisito un linguaggio simile a quello dell’adulto. Genitori non vi spaventate se vostro figlio\a non possiede ancora tutte le “letterine”. Alcune, sono infatti più difficile di altre da acquisire, come per esempio la “r”.

    Bisogna ricordare bene, che l’elenco riportato qua sopra non è fisso per tutti i bambini, i mesi possono variare. Ogni bambino è a sé e unico quindi in quanto tale ognuno di loro avrà i propri tempi nello sviluppo del linguaggio. Questo è un elenco teorico che riporta all’incirca la fascia d’età durante il quale si sviluppa una determinata capacità linguistica.

  • Nascita pretermine e DSA

    Nascita pretermine e DSA

    I risultati di uno studio, che ha esaminato 922 bambini di età compresa tra sette e nove anni, ha dimostrato che non esiste una correlazione diretta tra nascite premature e discalculia. Tuttavia, gli autori hanno mostrato che l’essere piccoli per età gestazionale è un indicatore di rischio per la discalculia, che se associato ad altri fattori predisponenti come il basso livello socio-economico può sfociare in problemi in matematica.
    Questo significa che i bambini che sono nati molto pretermine, prima di 32 settimane di età gestazionale, hanno una probabilità del 39,4% di avere insufficienza matematica generale rispetto al 14,9% di quelli nati a termine (39-41 settimane).
    Mentre, il rischio dei bambini molto prematuri di incorrere in una diagnosi di discalculia è stato di 1,62 (22,6%) rispetto ai nati a termine (13,7%).
    Recentemente si è indagata l’associazione tra il basso peso alla nascita e/o prematurità e l’insorgenza di Disturbi Specifico dell’Apprendimento. L’esito associato alla presenza di questo fattore di rischio è una prestazione inferiore alla media nella lettura, nella scrittura e nel calcolo. Non sempre però questo è sufficiente per raggiungere una diagnosi significativa di DSA. Tuttavia, la Consensus Conference rileva che alla nascita pretermine si associano comunque ritardi nelle abilità di lettura, scrittura e calcolo.
    In età scolare il 50% dei bambini prematuri (< 28 settimane di gestazione) necessita di un sostegno in ambito educativo. Si è riscontrato come il QI dei bambini con basso peso alla nascita sia inferiore rispetto ai bambini nati a termine. I disturbi di apprendimento sono spesso associati, in questo caso, a compromissioni di tipo uditivo, visivo e cognitivo. Questi bambini riscontrano difficoltà nella matematica e nella lettura, che possono derivare anche da alcuni fattori sociali.
    Il DSA si riscontra nel 2% della popolazione scolastica generale, c’è, quindi, bisogno di un insegnante di sostegno o di un progetto educativo individualizzato. I bambini con il DSA tra gli “extremely preterm” sono risultati il 24%. Dunque, sotto le 28 settimane c’è un 24% di possibilità di soffrire di un disturbo dell’apprendimento.
    Secondo La Federazione logopedisti italiana, un prematuro su due presenterà ripercussioni lievi, ma invalidanti, come disturbi del linguaggio, difficoltà di apprendimento o deficit dell’attenzione e iperattività.